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Tennis

Chi ha paura degli alberi?

Da Vincenzo Martucci 13/07/2018

Così Hewitt definiva i "giganti battitori"

“Tutti questi ragazzi sono più alti e più forti di me, io devo trovare un’altra strada, devo scavare da qualche parte col mio salice e i miei effetti. Essere favoriti non conta. Questi sono tutti grandi picchiatori, ho la sensazione che possono dire sempre la loro in una partita, con quei gran servizi, quei gran dritto e quei colpi pesanti”. Così parlò Zarathustra, al secolo Roger Federer, non prima di risorgere, non ieri, subito dopo essersi arreso a Kevin Anderson ai Championships, ma nel corso della trionfale cavalcata di dodici mesi fa a Wimbledon. Perché il Magnifico sa bene che l’evoluzione dei picchiatori è più facile di quella dei giocatori più completi, che devono mettere insieme più cose, come stanno imparando sulla propria pelle gli alfieri della NextGen, proiettati quest’anno sulla massima ribalta dei pro fino alla passerella del Finali fra i migliori under 21 del mondo alla Fiera di Rho (Milano).

I picchiatori devono migliorare la tenuta fisica e devono tenere un po’ di più lo scambio da fondo, ma aggiungono alla connotazione principale, non stravolgono. E, con gli enormi progressi fatti sul piano della preparazione atletica anche su omoni che un tempo erano semoventi e oggi sono meravigliosi atleti, in tutto gli sport, dal basket al tennis, i “due metri” si muovono con un’agilità sorprendente, rispetto a una decina d’anni fa. Da cui la estrema pericolosità dei grandi battitori, soprattutto sull’erba, dove la palla rimbalza bassa e schizza via, ed aumenta anche di difficoltà e di imprevedibilità su quella superficie viva, arricchita dalle righe disegnate col gesso, e quindi, comunque, un po’ irregolari.

Ecco quindi che non c’è sorpresa se, proprio a Wimbledon, spunta sempre fuori qualche bombardiere fra i protagonisti finali. Più d’uno, com’è successo quest’anno nei quarti con la contemporanea presenza di Kevin Anderson (alto 203 centimetri), Juan Martin Del Potro (1.98), John Isner (2.08) e Milos Raonic (1.96). L’anno scorso, fra i migliori 8, c’erano Sam Querrey (1.98), Marin Cilic (1.98), sempre Raonic e Tomas Berdych (1.96). E nel 2016 erano arrivati così avanti i giganti Querrey, Raonic, Cilic, Berdych. Ora nessuno di questi temibili battitori ha poi vinto i Championships, per confortare il pensiero iniziale di Roger Federer, e quindi evidentemente, anche se “servono da un albero”, secondo una felice descrizione di Lleyton Hewitt dopo aver fronteggiato Ivo Karlovic (alto 2.011), alla fine fine denunciano limiti tecno-fisici decisivi contro giocatori più completi ed esperti. Ma intanto fanno guasti importanti. Tanto che, negli ultimi due anni ai Championships, ci sono stati due finalisti “alberi”: attenzione, all’altezza reale, bisogna aggiungere quella delle braccia e del lancio di palla, per capire forse meglio da dove arriva davvero quel servizio micidiale. L’ultimo campione molto alto e molto legato al servizio di Wimbledon è stato il mancino croato Goran Ivanisevic, nel 2001, era alto 1.93 e non era solo servizio, era arrivato al numero 2 del mondo, anche se spesso tirava la seconda come la prima. Quell’anno trovò un aiuto da Lassù per aggiudicarsi il titolo da wild card con la spalla da operare subito dopo il torneo: sembrò quasi un risarcimento del destino dopo aver perso tre finali in modo rocambolesco. Mentre il campione 1996, Richard Krajicek si avvicina di più ai giganti battitori: era alto 1.96 ed era legato indissolubilmente al servizio.

Al di là delle caterve di ace e servizi vincenti che mettono giù, quindi di punti diretti che ottengono col primo colpo del game, “gli alberi” del tennis risparmiano energie preziose per dedicarsi a loro volta con maggiori energie alla risposta. E, mantenendo così spesso e con così tanta facilità il proprio turno di battuta, costringono ad un’estrema pressione il servizio dell’avversario, costringendolo a un surplus di concentrazione e quindi di stress. Inoltre annullano ai più forti il vantaggio tie-break, che frequentano spesso e si esaltano alla roulette russa di un colpo e via.
Chi ha paura dei giganti battitori?

 

Vincenzo Martucci

(tratto da federtennis.it)

Tags: isner anderson, semifinali, tennis, Wimbledon 2018

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Nota sull’autore: Vincenzo Martucci

Napoletano, 34 anni alla Gazzetta dello Sport, inviato in 8 Olimpiadi, dall’85, ha seguito 86 Slam e 23 finali Davis di tennis, più 2 Ryder Cup, 2 Masters, 2 British Open e 10 open d’Italia di golf. Già telecronista per la tv svizzera Rsi; Premio Bookman Excellence.

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