Le gambe tremano, lo stadio è una bolgia, la pressione ti schiaccia le spalle, consapevole che se sbagli anche questa volta, sarai considerato i’ l colpevole. Ti lanci verso la palla, tiri come se non ci fosse un domani e immancabilmente la sfera finisce sopra la traversa.
E’ la fine, ancora una volta di mezzo gli Stati Uniti, da Pasadena a Zenica, solo che stavolta oltreoceano nemmeno ci arrivi. E’ inutile chiamare in causa la cabala, qui è necessario una vera rivoluzione, ma ancora una volta sai già che in Italia “si cambia tutto per non cambiare nulla” citando il principe Tancredi Falconieri nel Gattopardo.
E allora perché effettivamente cambiare? Perché chiedere le dimissioni del presidente della FIGC Gabriele Gravina che non ci ha pensato nemmeno un secondo a lasciare quando siamo usciti con la Macedonia del Nord quattro anni fa oppure quando, dopo la sconfitta con la Norvegia, ha mandato l’allora ct Luciano Spalletti da solo in conferenza stampa ad annunciare il suo addio, non concordato?
Infatti, è inutile cambiare, anche perché il calcio è “uno sport professionistico” non come quelli che vincono alle Olimpiadi e che sono dei semplici “dilettanti”. Però nella tua mente pensi che cambiare forse servirebbe qualcosa, forse permetterebbe agli italiani di avere più spazio in una Serie A dove conta di più far quadrare il bilancio con qualche plusvalenza che far crescere dei giovani nel settore giovanile.
Anzi, se fosse per i club, probabilmente italiani nel settore giovanile non ce ne sarebbero nemmeno. Pensate al Como: italiani in rosa soltanto 2, minuti disputati in campionato soltanto uno. Numeri raccapriccianti, che fanno pensare come i giocatori italiani siano paradossalmente difesi dall’UEFA, un ente esterno, internazionale, che impone di avere quattro giocatori cresciuti nel vivaio della stessa squadra e quattro in un vivaio di un vivaio di una squadra italiana, indipendentemente che sia la stessa o un’altra.
E così, “fatta la legge, trovato l’inganno”, le squadre corrono ad acquistare in giro per il mondo giovani possibili talenti da parcheggiare nelle squadre Under 23 o Primavera, al fine da coprire anche quella falla. Ma quindi gli italiani? Per quelli c’è spazio fino all’Under 19 quando, dovendo di fatto giocare con dei minorenni, hai molto meno spazio di manovra per inserire stranieri. Poi liberi tutti e gli italiani costretti a mollare o a vagare per le serie inferiori nel nome del bilancio e delle plusvalenze.
Ecco spiegato almeno uno dei motivi del nostro crollo, fortissimi nelle categorie giovanili con finali mondiali raggiunte, quasi scomparsi dalla cartina geografica del calcio quando il gioco si fa veramente serio. A questo punto, qualora si volesse veramente cambiare qualcosa e non rivoluzionare per lasciare tutto com’è, cosa si potrebbe fare?
Il professionismo blocca tutto a detta di Gravina, eppure senza andare troppo lontani, basterebbe guardare uno sport di squadra che professionista è e pure particolarmente vincente: la pallavolo. Prendendo il coraggio a due mani, nel 2016, dopo l’ennesima cocente delusione da parte della Nazionale Femminile alle Olimpiadi, la Federazione sceglie di introdurre una nuova regola a partire dall’anno successivo: in campo contemporaneamente devono esserci 3 italiani su 7.
Le proteste si sprecano, i club contestano una riduzione del livello della Superlega così come il timore di fare figuracce in campo internazionale dopo aver speso fior fiore di quattrini per attrezzarsi al meglio. Eppure piano piano la china cambia, il Campionato Italiano si conferma uno dei più belli del mondo e le Nazionali ingranano una serie di successi dietro l’altro sino alla doppietta Olimpiadi-Mondiali per il femminile nel 2024-25.
Chiaramente c’è chi prova ad aggirare la regola con passaporti “fittizi”, ma paradossalmente questo aiuta la Nazionale con i ct che hanno l’opportunità di convocare più giocatori, seppur oriundi. Scelta folle e penalizzante? Assolutamente no, parlano i numeri.
A questo punto se qualcuno, che si chiamasse Gravina, Malagò o chissà altro, decidesse di proporre una regola per cui in Serie A le squadre sarebbero obbligate a giocare con 4/5 giocatori italiani contemporaneamente in campo, potrebbe cambiare qualcosa? Probabilmente sì, perché le squadre, sebbene inizialmente farebbero più fatica in campo internazionale, consentirebbero a un bacino ben più ampio di azzurri di crescere in un campionato di livello e, secondo la legge dei grandi numeri, tirar fuori prima o poi qualcosa di buono per la Nazionale. Il tutto sempre in ambito professionistico.
Ma tu sei soltanto un calciatore che ha sbagliato un rigore nella bolgia di Zenica. La tua mente torna a quel tiro finito sopra la traversa e puoi poco sulle scelte politiche. Sai già che anche questa volta non cambierà nulla e da settembre si penserà a qualificarsi per gli Europei. Il calcio alla fine dei conti è un lungo “eterno ritorno”: si sogna, si torna sulla terra con i play-off, ci si terrorizza e non si prende parte ai Mondiali prima di ricominciare da capo.
