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Sport

L’ADHD dei campioni nello sport ad alto livello: guaio o vantaggio?

Da Maurizio Mondoni 02/10/2026

Analizziamo la condizione di neurosviluppo che non ha limitato grandi campioni: vediamo quando e come disattenzione, iperattività e impulsività hanno portato importanti benefici

L’ADHD è una condizione del neurosviluppo con cui si nasce ed è determinata da fattori genetici  (l’ADHD ha un’ereditarietà stimata intorno al 70-80% ed è legata a varianti di geni che regolano i neurotrasmettitori come la dopamina), da fattori neurobiologici (il cervello presenta differenze strutturali e funzionali, in particolare nelle aree che controllano l’attenzione, l’inibizione e le funzioni esecutive) e da fattori ambientali precoci (alcune condizioni durante la gravidanza o il parto, come ad esempio l’esposizione a fumo o alcool, il basso peso alla nascita, possono aumentare il rischio, interagendo con la predisposizione genetica). I sintomi (disattenzione, iperattività, impulsività) si manifestano prima dei 12 anni di età e possono accompagnare la persona nel corso di tutta la vita (i comportamenti di iperattività motoria nei bambini possano trasformarsi in agitazione interna o difficoltà organizzative negli adulti). L’ADHD può portare ad una maggiore esposizione agli infortuni, al burnout da stress, ma anche ad uno stato di “flow” durante la gara (condizione psicologica di immersione totale e concentrazione assoluta in cui il corpo e la mente dell’atleta si fondono), permettendogli di esprimersi al massimo delle proprie potenzialità, senza percepire fatica o ansia da prestazione (profonda armonia e senso di padronanza totale dei propri movimenti, che avvengono in modo naturale e automatico).

 I campioni

 Campioni sportivi, del calibro di Patrick “Pat” Burgener, Simone Biles, Noah Lyles e Michael Phelps, che hanno vinto tutto (Giochi Olimpici e campionati mondiali) hanno sofferto e soffrono di ADHD.

 Patrick Burgener, snowboarder professionista svizzero e musicista, convive con l’ADHD fin dall’infanzia, una condizione che ha trasformato da grande ostacolo a vero e proprio punto di forza. L’atleta ha parlato apertamente della sua neurodivergenza in diverse interviste e canali social, spiegando come abbia influenzato la sua vita. Gli è stata diagnosticata una forma severa di ADHD all’età di 10 anni, da bambino ha vissuto forti disagi legati al sistema scolastico tradizionale, arrivando a essere espulso da cinque scuole diverse a causa delle sue difficoltà di concentrazione e dei disturbi comportamentali e in quel periodo ha affrontato anche momenti di grave isolamento e depressione. Insieme ai suoi genitori, Burgener ha deciso di non ricorrere all’uso di psicofarmaci e ha preferito incanalare la sua iperattività e la sua enorme carica di energia nello sport, in particolare nello snowboard. Oggi l’atleta considera l’ADHD come il suo motore principale e una fonte di “iperfocus” e questa condizione gli permette di gestire contemporaneamente due carriere di alto livello: quella di atleta olimpico (vincitore di due bronzi mondiali nel formato halfpipe) e quella di cantautore;  nel 2025 ha pubblicato un brano musicale intitolato proprio ADHD, nato per sensibilizzare il pubblico sul tema e dimostrare che essere diversi non è un limite.

 Simone Biles soffre fin da bambina di deficit di attenzione e iperattività, un disturbo per cui ha assunto regolarmente farmaci prescritti. In seguito ha sofferto durante alcune gare di ginnastica artistica di blocchi mentali (“twisties”), che le hanno fatto perdere la percezione dello spazio e il controllo del corpo in volo (non sa più dove si trova rispetto al suolo, rischiando gravi infortuni durante le acrobazie e questo blocco l’ha costretta al ritiro durante la finale di ginnastica artistica a squadre ai Giochi Olimpici di Tokyo 2021).

 Noah Lyles ha affrontato nel corso della sua vita diverse condizioni mediche e sfide di salute, sia fisiche sia psicologiche, che ha reso pubbliche per incoraggiare gli altri (ha parlato apertamente delle sue battaglie contro l’ansia e la depressione, affrontate anche nei momenti dei suoi successi sportivi in atletica leggera e in particolare sui 100 mt.). Soffre di asma fin dalla prima infanzia, una condizione che lo ha portato a subire frequenti attacchi e ripetuti ricoveri in ospedale, convive da sempre con forti allergie che si sommano ai problemi respiratori, presenta disturbi dell’apprendimento e neurodiversità, come la dislessia (diagnosticata durante gli anni scolastici, che ha reso il suo percorso di studio particolarmente complicato) e l’ADHD, con cui convive sin da piccolo.

 Michael Phelps ha sofferto e soiffre di ADHD, condizione diagnosticatagli quando era bambino a causa della sua eccessiva energia e delle difficoltà di concentrazione a scuola (faticava a stare fermo e a mantenere il focus sui compiti scolastici, ricevendo spesso critiche dagli Insegnanti). Su consiglio del medico e grazie al supporto della madre, Phelps ha iniziato a nuotare a 7 anni, trovando nel nuoto uno strumento fondamentale per incanalare la sua energia e trovare la concentrazione. Nel corso degli anni, l’ex nuotatore ha parlato apertamente anche delle sue lotte contro la depressione e i momenti di profonda crisi, affrontati dopo la fine delle grandi vittorie nelle competizioni olimpiche.

I benefici

La disattenzione, l’iperattività e l’impulsività (svantaggi nella vita normale) possono rivelarsi dei benefici in ambito agonistico. Grazie a specifiche caratteristiche biologiche e comportamentali legate alla neurodivergenza, gli atleti con ADHD mostrano risorse uniche che possono fare la differenza sul campo, in acqua o in pista. Gli atleti con ADHD, possiedono la capacità di entrare in uno stato di “iperfocus” (concentrazione totale, profonda e assorbente) durante una competizione e si isolano completamente rispetto agli stimoli esterni e alle distrazioni. La loro iperattività, durante la competizione diventa una riserva di energia inesauribile e permette loro di tollerare carichi di allenamento pesanti. Il cervello ADHD è costantemente alla ricerca di stimoli per compensare una naturale carenza di dopamina e questo si traduce in un’alta tolleranza al rischio e in una forte attrazione verso situazioni ad alta intensità (velocità di reazione e improvvisazione). L’atleta ADHD possiede la capacità di prendere decisioni in frazioni di secondo e l’intuito fuori dagli schemi, che servono per anticipare l’avversario con mosse creative e non convenzionali.

 

 

*foto ripresa da internazionale.it

Tags: #mondoni, #scienze motorie

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Nota sull’autore: Maurizio Mondoni

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