Ci sono campioni per forza, che hanno un enorme talento e sono nati per uno sport specifico, ma si regalano con sofferenza e staccano volentieri la spina, e ci sono campioni per amore. Che praticano il loro mondo con gioia e poi soffrono terribilmente, anche troppo, quando non sono più in gara, sperduti. Così era Nicola Pietrangeli che ci lascia a 92 anni, dopo una vita vissuta a metà, con la prima parte, luminescente, da pioniere del tennis italiano nel mondo. Che concluse solo a 44 anni, nel secondo turno di doppio agli US Open 1977 accanto ad Adriano Panatta, che è stato il suo erede come tocco e personalità, e anche col narcisismo intrinseco in uno sport estremamente individualista come il tennis. Del resto, come non perdonare qualche parola pepata al primo tennista italiano campione Slam, a chi ha vissuto l’ultima fase romantica delle racchette dei gesti bianchi, deliziando con la sua arte tennistica soprattutto sulla terra? Come non capire qualche sua critica anche aspra all’eroe nazionale Jannik Sinner dopo un paio di diserzioni in coppa Davis da parte del detentore dei record di presenze e di vittorie in nazionale? Con due finali da giocatore e un trionfo da capitano non giocatore?
BON VIVEUR
Moltissimi non conoscono la grandezza di Pietrangeli come tennista, un ballerino dei campi rossi, capace di mille soluzioni, a cominciare dalle melliflue smorzate, e forse lo capiranno solo quando Netflix ne farà un docu-film come coi Queen o gli eroi azzurri del Cile, Panatta, Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli. Del resto, gli anni 60 con le difficilissime racchette di legno e il gesto tecnico che dominava sul fisico sono davvero lontani come realtà e come gioco rispetto ai tempi moderni delle superfici rapide, dalle palle iper-pressurizzate e dai ritmi da video-game. Ma quello tennis lasciava spazio ad altro, all’uomo: con allenamenti certo meno pesanti, partite meno estenuanti e pause più agevoli pre e dopo gara. Così, da una parte, molti ricordano il grande Nick soprattutto come un nonno brontolone, e non troppo simpatico, per quel pizzico di ragionevolissima, ma malcelata, invidia verso i “nipotini” dell’ATP Tour che guadagnano somme incredibilmente superiori alle sue, da semi-dilettante di uno sport che si affacciava proprio allora al professionismo col gruppo di Jack Kramer (che lui comunque rifiutò, narrano, assistendo alla cerimonia d’apertura dell’Olimpiade di Roma). Ma dall’altra, Pietrangeli dal delizioso rovescio a una mano, se l’anche goduta la vita, italiano così bello e charmant, coi capelli ondulati e il sorriso che conquista, sciupa-femmine appassionato, aggregato alla famiglia reale di Montecarlo da Ranieri II per allevare come un precettore di vita il futuro principe Alberto II e poi ambasciatore del Rinascimento azzurro, col record – come ironizzava con gli occhi scintillanti d’orgoglio – di primo e unico con un campo a suo nome prima ancora di aver salutato il mondo terreno, quello Stadio delle Statue (“Non è il più grande ma è il più bello di tutti”) al Foro italico, cuore degli Internazionali d’Italia di Roma. La città che l’accolse nel 1946, a 13 anni, quando la sua famiglia fu espulsa da Tunisi, dov’era nato l’1 settembre 1933, da papà Giulio, tennista dilettante, e Anna De Yourgaince, di padre danese e madre russa.
MASTROIANNI A WIMBLEDON
Ha ammesso: ”Se mi fossi allenato di più, avrei vinto di più ma mi sarei divertito di meno”. Comunque, è l’unico tennista italiano incluso nell’Hall of Fame – da ideale Marcello Mastroianni del suo sport -, perfetto ambasciatore italiano nel mondo (per nomina del presidente FITP, Angelo Binaghi). Anche se ironizzava sulle proprie (imparabili) doti di “gaffeur”. Il suo rimpianto resta Wimbledon: l’erba non era l’ideale per un amante del rosso come lui, ma nel 1960, all’apice della carriera, da numero 2 o 3 del mondo secondo le classifiche ufficiose stilate dai principali giornalisti, in semifinale ai Championships, incrociò il fenomenale australiano Rod Laver, l’unico capace di chiudere il grande Slam per due anni di fila. E Nick perse 4-6 6-3 8-10 6-2 6-4, travolto dall’irrefrenabile sprint di “Rocket” sul 4-4 del quinto set. L’anno successivo lo superò agli Internazionali d’Italia a Torino, ma la cicatrice di Londra non s’è mai rimarginata perché in finale a Wimbledon avrebbe trovato Fraser che aveva già battuto. Come l’addio della prima moglie, l’indossatrice Susanna Artero, e quello della fidanzata, la conduttrice tv Licia Colò, che l’hanno lasciato. Come un tumore (dal quale era comunque guarito). Come la scomparsa del “gigante buono”, il compagno di doppio Orlando Sirola: “Il nostro è stato un matrimonio fra due persone diversissime. Fossimo stati meno giocherelloni avremmo vinto sicuramente di più”. Fino alle ultime due batoste: l’anno scorso, la perdita dell’amica di una vita, Lea Pericoli, e a luglio di uno dei tre figli, Giorgio, per un male incurabile. Che la terra ti sia lieve, Nick, terra rossa, s’intende. Come nel paradiso dei tennisti.
Vincenzo Martucci
(Tratto da Il Messaggero del 2 dicembre)
