Nel 1950 Alan Turing scrive: “Lo scostamento in un dato istante di un elettrone per un miliardesimo di centimetro potrebbe fare la differenza, un anno più tardi, tra la morte o meno di un uomo a causa di una valanga”. Tredici anni più tardi, Edward Lorenz riprende il concetto: “Un battito d’ali di un gabbiano è sufficiente ad alterare il corso del clima per sempre”. Un piccolo cambiamento nelle condizioni iniziali può, dunque, creare un risultato significativamente diverso. In discorsi e scritti successivi, Lorenz sostituisce il gabbiano alla più poetica farfalla, anche perché i diagrammi che disegna sulla lavagna assomigliano proprio a questo insetto. Nel 1972, tiene una conferenza con questo titolo: “Può il batter d’ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?”. Nasce così, l’effetto farfalla.
Il 19 agosto 1957, un professore di economia a Roma sta sfogliando dietro ad un paio di occhialetti tondi un quotidiano seduto ad un tavolino di un bar all’ombra di Castel Sant’Angelo. Il Tevere scorre placido ad un passo. Gli occhi del professore sulle pagine di giornale, tutt’altro. Il mondo sta andando troppo forte. Gli USA, ventiquattr’ore prima, hanno portato a termine un ennesimo test nucleare nel Nevada, l’URSS corre spedita verso la conquista dello spazio, dalla Tunisia arrivano resoconti del clima della piazza nei giorni successivi al passaggio da monarchia a repubblica, mentre Elvis Presley raggiunge proprio in quelle settimane la vetta delle classifiche musicali statunitensi con il brano (Let Me Be Your) Teddy Bear, robaccia alle orecchie dell’economista.
Quasi trafelato, il professore si passa una mano in mezzo ai capelli, perfettamente ripartiti verso sinistra e tutti laccati, posa la tazzina del caffè, ripiega il giornale sotto il braccio, prende il bastone da passeggio, salda il conto e si avvia pensieroso verso l’università La Sapienza, dove gli hanno dato una cattedra di Economia e politica agraria. La mente del professore, però, non smette di macchinare. C’è il rischio di perdersi qualche pezzo per strada, di venire sopraffatti innanzi a tutti questi stravolgimenti. Eppure, quel professore, a suo tempo, la Storia l’aveva fatta. E l’aveva fatta proprio in quella città, la città eterna, la città per cui la Storia ha avuto sempre un occhio di riguardo, Roma. Nell’estate del 1924, infatti, la sua legge elettorale aveva ballato in una sorta di “danza macabra” medievale, contribuendo a irrobustire il regime fascista e a soddisfare gli appetiti di conquista di Benito Mussolini. Quel professore ben pettinato, dagli occhiali tondi, il vestito scuro estivo e il bastone da passeggio in una mano è, infatti, Giacomo Acerbo e per un periodo era stato il più potente uomo di governo dopo il Duce. E queste sono cose che chi le ha vissute non può proprio dimenticare. Mentre cammina, il laccio di una delle scarpe si slaccia. Acerbo si china, il giornale gli scappa via da sotto il braccio e finisce per terra. Il professor Acerbo sbuffa ma ecco che l’occhio cade su un trafiletto alla pagina sportiva: “Stirling Moss vince il GP di Pescara ma Fangio resta al comando in classifica”. Un sorriso amaro gli si dipinge in volto. La Storia stava davvero dimenticando: quella gara una volta portava il nome della sua famiglia.
Acerbo e la legge elettorale del 1924
Una volta preso il governo, per Mussolini era rimasto un solo grande ostacolo tra sé e il potere. Anzi, tra sé e il potere come lo concepiva il Duce. Questo ostacolo era quello stesso Parlamento che gli aveva appena votato la fiducia e pensare che alla camera in quel momento i deputati fascisti erano appena 35. Dalle ultime elezioni del 1921, le cose erano molto cambiate, in peggio. E, alla fine, sarebbe stato un colpo di mano a rimettere ordine nella politica italiana. E questo colpo di mano aveva avuto il nome di “marcia su Roma”. Erano state migliaia le camicie nere che nell’ottobre del 1922 erano arrivate sotto le finestre del Re per chiedere che il governo fosse affidato a Mussolini. Re Vittorio Emanuele III poi sappiamo quello che fece e, soprattutto, non fece. Invece di opporsi alla minoranza violenta, gli affidò le chiavi di casa. A quel punto, stretto tra la piazza urlante e la monarchia che taceva, il Parlamento era già nel sacco. A Mussolini restava solo di chiudere il più in fretta possibile sia il sacco che il Parlamento e il nodo scorsoio non poteva che essere una nuova legge elettorale per portare definitivamente la Camera dei Deputati nell’orbita del governo.
Il lavoro sporco non fu affidato a un deputato autorevole. Nulla avrebbe potuto, infatti, essere meglio dell’intelligenza e della penna del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio: Giacomo Acerbo. Nato dalle parti di Pescara, a Loreto Aprutino (la vita sa essere davvero ironica), economista, era l’uomo che per Mussolini aveva tenuto i rapporti con la monarchia nelle ore della marcia su Roma. Proprio Acerbo poi avrebbe accompagnato Mussolini al Palazzo del Quirinale per ricevere da Vittorio Emanuele III l’incarico del nuovo governo. E Giacomo Acerbo, braccio destro di Mussolini, il suo lavoro di riscrittura della legge elettorale lo svolse così bene che la sua creatura avrebbe ballato una sola estate per le elezioni delle 1924. Da lì in poi, il regime sarebbe stato sempre più maturo e sempre meno acerbo, perché poi per i vent’anni a seguire elezioni e Parlamento non avrebbero più rappresentato un problema, mentre nel firmamento fascista la stella di quest’uomo si sarebbe parzialmente eclissata. La sua creatura, invece, sarebbe stata ricordata in tutti i libri di storia come la “legge Acerbo”. Anche se poi, in quello stesso 1924, il nome di Acerbo sarebbe stato dato non solo alla legge elettorale. Acerbo era anche il nome di uno sconosciuto capitano dell’esercito morto sul Piave nel 1918. Solo che Tito Acerbo era fratello minore di Giacomo, il potente Sottosegretario, e in quello stesso 1924 in cui si votava con la sua nuova legge elettorale il regime dedicava un trofeo sportivo al povero Tito Acerbo.
Nasce la Coppa Acerbo
Erano anni in cui il fascismo considerava poco, molto poco, quasi niente il gioco del calcio, mentre era ancora potente la retorica futurista che vedeva in ciò che veniva chiamato lo automobile una forza e una bellezza senza precedenti. Per questo, al capitano Tito Acerbo sarebbe stata dedicata una gara in cui corressero gli automobili. Era nata la coppa Acerbo da disputarsi sul circuito cittadino ricavato sulle strade di casa della famiglia Acerbo, a Pescara. La corsa prese subito piede: la prima edizione venne vinta da Enzo Ferrari al volante di un’Alfa Romeo, ma nell’albo d’oro presto sarebbero comparsi i nomi di Achille Varzi, Giuseppe Campari e, soprattutto, Tazio Nuvolari. Ancora oggi, a Pescara, esiste una strada che porta il nome di via “del circuito”, uno degli ultimi segni di quello che era un percorso di oltre 25 km che disegnava uno strano triangolo tra città, mare e campagne dove spesso pascolavano greggi di pecore e capre. C’era anche un lunghissimo rettilineo sul quale un giorno Fangio, numero di gara 34, avrebbe raggiunto i 310 km al volante della sua Alfa Romeo 158.
L’impresa di Fangio era arrivata nel 1950. Il fascismo, ormai, era caduto da alcuni anni, trascinandosi dietro altri capitomboli e molti repulisti a metà. Anche la coppa Acerbo aveva dovuto abbandonare un nome divenuto ingombrante, perché tutti poi più che a Tito, pensavano a quel Giacomo Acerbo che, dopo la liberazione, aveva subito una condanna a trent’anni di carcere, nei quali lui, professore di economia, aveva insegnato matematica agli altri detenuti del penitenziario di Procida. Ormai, i giornali parlavano solo “di circuito di Pescara”. Ma, nonostante l’anonimato, c’era stato un incredibile salto di qualità: proprio in quel 1950, nel quale Fangio aveva raggiunto i 310 km/h, le stesse strade del circuito di Pescara erano state aperte alle vetture di F1 che, in quell’anno, per la prima volta, si contendevano il titolo mondiale. Oltre a Fangio, che poi avrebbe vinto la gara, era arrivata gente del calibro di Luigi Fagioli, sempre su Alfa Romeo, Alberto Ascari e Luigi Villoresi su Ferrari e Louis Claude Rosier su Talbot Lago. Tutto bellissimo, ma va detto anche che la corsa di F1 del 1950 a Pescara era stata poco più di un’esibizione visto che all’epoca solo sette GP su 23 assegnavano punti per il mondiale. Le altre 16 erano gare prestigiose come anche il GP di Sanremo e il GP di Bari ma in Italia solo il GP di Monza assegnava punti per il titolo di Campione del Mondo di F1. E la F1 senza punti negli anni a venire sarebbe tornata ancora un paio di volte su questo lunghissimo tracciato tra città, mare e campagna dove era facile vedere pecore e capre al pascolo. La storia, però, stava per cambiare e non in meglio.
In Medioriente si spara, a Pescara si corre
E non cambia solo la Storia in quegli anni. Cambiano anche le monoposto, che hanno sempre più bisogno di circuiti pensati per le corse e non di pezzi di statale dove la sicurezza era un po’ troppo affidata alla divina Provvidenza. L’imprevisto è sempre dietro la curva e non solo nelle gare di F1. Anche nella politica è così, soprattutto adesso che siamo a metà degli anni ‘50 del XX secolo, c’è la guerra fredda tra USA e URSS e in Medioriente si spara senza tregua. Stavolta è successo perché Francia e Regno Unito hanno cercato di rimettere le mani sul canale di Suez che il presidente egiziano Nasser ha appena nazionalizzato e questo sta per riguardare Pescara, il suo circuito cittadino e tutto il mondiale di F1. La nazionalizzazione di Suez aveva tolto un controllo di stampo coloniale sulla più importante via di commercio tra Nord e Sud e tra Est e Ovest del mondo. Per questo, Parigi e Londra pensano di risolvere il caso con i metodi “antichi”. L’idea è la seguente: la guerra la fa Israele, poi noi piombiamo qui come pacificatori. Uno schema vecchio come le civiltà mediorientali, solo che nella Storia non sempre i progetti disegnati a tavolino vanno in porto come era stato invece per la legge elettorale voluta da Mussolini e scritta da Giacomo Acerbo.
Lì per lì, l’operazione anglofrancese riesce ma poi i maggiori paesi arabi rispondono chiudendo i rubinetti del petrolio. Il mondo non è più quello di una volta. La storia ha voltato pagina. Le conseguenze del blocco delle esportazioni di greggio sarebbero state mille. Non serve elencarle. A noi ne interessa una in particolare, la più piccola. Con la benzina alle stelle, Olanda e Belgio fanno sapere che l’organizzazione dei loro due GP di F1 per il 1957 costa troppo. Per la serie: “Scusateci tutti, appuntamento all’anno prossimo!” Ma due gare in meno per il Mondiale non sono poca roba. Mentre inglesi e francesi si scontrano con le ire di Washington e di Mosca, schivando le pallottole del mondo arabo, noi italiani con quest’ultimo attore ci ragioniamo. Ci ragioniamo e ci lavoriamo. Ci lavoriamo e ci facciamo pure affari. Una settimana dopo la nazionalizzazione di Suez, Enrico Mattei, capo dell’ENI, è in Egitto seduto accanto al presidente Nasser. I due celebrano l’oleodotto che corre parallelo al canale di Suez per 147 km e che viene realizzato dalle nostre imprese.
Ma, allora, questa Italia potrebbe farsi avanti mentre altri si tirano indietro. Anche perché oltre a Monza, in questi anni le F1 nel nostro Paese hanno corso a Bari, Sanremo e, ovviamente, al GP di Pescara. Vero, queste gare non hanno assegnato punti ma si tratta pur sempre di F1. La soluzione, forse, è qui. La stampa chiama il circuito pescarese “il triangolo magico”. La partenza è da piazza Duca degli Abruzzi, poi un piccolo tratto sulla Statale Adriatica in direzione sud prima della svolta a destra per il lato del triangolo tutto curve e saliscendi. Poi, secondo lato, un lunghissimo rettilineo tra le campagne e le greggi fino a raggiungere Montesilvano, qui una nuova curva secca a destra per l’ultimo lato del triangolo, un secondo lunghissimo rettilineo con velocità di punta intorno ai 280 km/h, prima del traguardo dove arriverai chissà quanto tempo dopo la partenza, visto che questo circuito è il più lungo sul quale la F1 abbia mai gareggiato, 25 km e 579 m. Il 18 agosto 1957 sul triangolo magico arrivano scuderie e piloti che cercano punti per il campionato mondiale. I giri del circuito sono 18, i chilometri più di 450. Per l’unica volta il circuito di Pescara ospita una prova mondiale. Una sola Ferrari in gara, quella di Musso, che va subito in testa davanti alla Vanwall di Stirling Moss e alla Maserati di Fangio.
Un altro mondo, un’altra epoca. Si corre su strade che è più facile immaginare che descrivere. Una volta usciti da Pescara, gli spettatori si assiepano sul margine dell’asfalto e sui fianchi delle colline. Per tribune solo le finestre delle case di paese. Non ci sono vie di fuga, né sistemi di sicurezza. Il circuito è così lungo che le 16 vetture faticano a riempirlo, tanto che un pilota avrebbe raccontato di essersi trovato di fronte ad un gregge di capre che attraversa la strada durante le prove libere e lo stesso sarebbe accaduto (forse) anche verso la fine della corsa, quando in pista erano rimaste solo sette monoposto e anche i bambini si erano rimessi a giocare con la palla sull’asfalto di quella che per loro era la strada di tutti i giorni, mentre in quelle ore era un tracciato di F1. Ma, all’improvviso, tutti in fuga perché il rombo di Ferrari, Maserati, Vanwall, Cooper era sia un avvertimento che una minaccia. Stradine di campagna, velocità sempre rispettabili. Vince Moss con la Vanwall, davanti alla Maserati di Fangio e Schell e a quella di Gregory, poi Luis Evans ancora con una Vanwall. Fangio mette le mani su punti preziosi per consolidare il primato nel Mondiale.
La fine di un sogno di una notte di mezza estate
Quel 18 agosto 1957 erano stati una festa quei 18 giri del circuito di Pescara. Stirling Moss, l’eterno secondo nel Mondiale alle spalle di Fangio, per un giorno aveva messo in fila anche il pilota argentino che, comunque, alla fine dell’anno con la Maserati avrebbe vinto il suo quinto e ultimo titolo iridato. Quel 18 agosto 1957 era stato una festa per i paesi, i bambini con la palla, una festa di gente alla finestra e capre di troppo sull’asfalto. Il fuoco, però, era di paglia. Dopo il 1957, il GP di Pescara su quel tracciato che ancora oggi è il più lungo della storia della F1 non sarebbe più tornato. Ferrari e Maserati erano arrivate qui perché la grande Storia aveva deciso che tra le mille conseguenze della crisi di Suez del 1956 ci sarebbe stata la promozione di questa corsa al rango di GP valido per il Mondiale.
Il mondo però stava davvero cambiando ad una velocità superiore anche a quella che Fangio aveva toccato qui quando un giorno aveva raggiunto i 310 km/h e così Moss sarebbe rimasto il primo e unico trionfatore di questa gara di F1 che già una volta aveva sfiorato la grande storia, quando nel 1924 era nata col nome di un povero soldato morto sul Piave nel 1918, Tito Acerbo. Fratello di quel Giacomo Acerbo, braccio destro di Benito Mussolini, che avrebbe scritto di suo pugno la legge elettorale pensata dal Duce del fascismo per azzerare ogni opposizione al regime che stava costruendo. Quello stesso Giacomo Acerbo che, vent’anni dopo, nella sala del Gran Consiglio del Fascismo avrebbe votato per la caduta di Benito Mussolini nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943. Il fascismo di Salò per questo lo avrebbe condannato a morte, ma lui sarebbe riuscito a schivare sia questa che la condanna a trent’anni pronunciata dallo stato italiano, liberato perché presto quello stesso Stato liberato avrebbe decretato l’amnistia.
Acerbo sarebbe anche tornato in cattedra all’Università di Roma come tanti altri professori fascisti, compresi anche quelli che avevano cercato un’impossibile patina scientifica alle teorie razziste importate dal regime dalla Germania nazista. Un giorno poi, Giacomo Acerbo sarebbe riuscito persino a rimettere piede anche al Quirinale. Era il 1962 ed erano passati quarant’anni da quella marcia su Roma, durante la quale Acerbo era stato l’ambasciatore del Duce presso Vittorio Emanuele III. Quel giorno, Antonio Segni, presidente di quella Repubblica nata sulle ceneri del totalitarismo, gli strinse la mano mentre gli conferiva la medaglia d’oro quale benemerito della cultura, della scuola e dell’arte. La storia era cambiata, ma a volte potrebbe dimenticarsi solo di sé stessa.
