Se il calcio è solo trofei e vittorie, Giovanni Galeone era nessuno. E dunque possiamo liquidare la sua scomparsa con l’indifferenza che caratterizza i nostri tempi cinici e materiali. Se il calcio però è prima di tutto molto altro, vita, pensiero, sentimiento nuevo – e qui devo ammettere che la frase che Mourinho riprese da un suo professore universitario, “chi sa solo di calcio, non sa di calcio”, viene perfetta e colloca il pallone quale chiave di volta del sistema universale – allora Giovanni Galeone è stato uno dei più illuminati filosofi del calcio moderno. Perché rivoluzionario, anticonformista, provocatore, addirittura anarchico. Perché completamente avulso dal risultato, capace di rischiare e bluffare con la difesa alta anche più che a un tavolo da poker. Così per il semplice gusto di farlo.
Quando presi contatto per la prima volta con Giovanni Galeone, a cavallo tra gli anni 70 e 80, io ero ancora lungi da inquadrare la mia frenetica attività per i più infimi campi di provincia come un possibile lavoro vero, e lo stesso per Giovanni che nemmeno aveva ancora sollevato la testa al di sopra del sottoscala del football. E già allora furono scintille, perché filosofia sui campi che frequentavo io e poi pure lui non avevo mai vista e sentita. Piuttosto preso mazzate questo sì.
Ma cz…o che testa (attenzione è il rovescio di quello che si può pensare). Galeone sarebbe ben presto diventato un idolo della provincia, particolarmente a Pescara, la sua Saint Tropez dell’Adriatico. A quei tempi la sola discussione sulla zona, spaccava l’Italia in partiti tifoidi anche più di adesso. La marcatura a uomo conservatrice e di destra, la zona di sinistra e progressista. In realtà poi le cose sarebbero andate ben diversamente e le posizioni addirittura rovesciate. Pensa solo a Sacchi e Berlusconi.… Libero, indipendente e irregimentabile come nessun altro, Galeone è stato molto più che un allenatore di categoria, è stato guru, intellettuale, uomo di salotto, meglio osteria, capace di dibattere notti intere avvolto come una ciminiera in una nuvola di fumo, di Sliskovic, Schopenhauer e Tignanello. Tanti gli devono molto, a cominciare da Allegri e Gasperini, che infatti sono aspri e salmastri come lui. Galeone il mare di Pescara, Allegri il mare di Livorno, Gasperini il mare di Genova.
Oggi che misuriamo tutto in Champions League vinte e miliardi guadagnati o buttati al cesso, vediamo sparire poco a poco il calcio che sta sotto, a misura d’uomo e così ricco di humus da averci tutto sommato portato fin qui. L’epopea l’hanno fatta altri francamente, non Giovanni Galeone, ma di quel calcio mi manca tutto, la provincia, l’imperfezione, la sdrucitucine, il dibbattito, l’affetto, la carezza, l’urto, il mare oltre lo stadio. E la compagnia. Io ti ringrazio sconosciuta compagnia…
*articolo ripreso da www.bloooog.it,
BLOOOOG! Il Bar Sport di Fabrizio Bocca
**foto ripresa da adnkronos.com
