Nicola Pietrangeli e Jannik Sinner, così lontani e insieme così vicini, da campioni unici, diversi, inavvicinabili, soci di un club elitario dal numero chiuso e dalle regole ferree, forse hanno capito solo loro quanto in realtà fossero simili. E diversi dagli altri. Come succede spesso nello sport alle super-star troppo superiori ad avversari e umane consuetudini.
CAREZZE E SCULACCIONI
Prendi il grande Nick, che riceverà oggi l’estremo saluto che aveva sognato da quella Roma di cui s’era impregnato da adolescente. Enormemente distante nel tempo, nel carattere, nel gioco, nell’aspetto, nella storia, dal Profeta dai capelli rossi, ne ha riconosciuto subito le stimmate da fenomeno: “Sinner non si guarda, si ascolta”. Elogiando il suono della palla colpita dall’altoatesino, sottolineandone forza e velocità “impressionanti”, commuovendosi, insieme a milioni di italiani, ed esprimendo pubblici elogi. Da “Mi ha fatto venire da piangere” a “Quando lo vedo giocare mi emoziono” a “Il tennis italiano non ha mai avuto uno così”. Per poi però sculacciare il nipotino, lontano – non dimentichiamolo – 68 anni, per i no alla coppa Davis, all’Olimpiade e alle presenze istituzionali, decisioni contro corrente epperò funzionali agli ottimi voti nella pagella ATP Tour. E quindi irrigidirsi e allontanarsi drasticamente dal nuovo fantastico campione del nostro tennis con quel pizzico di inevitabile orgoglio che tanti traducono in invidia da parte di chi ha carattere e personalità: “Mi ha superato? Bene, i record sono fatti per essere battuti. Ma il mio di Davis non lo supererà mai”. Aggrappandosi nella sua grandezza non più al primato dei due storici Roland Garros azzurri degli anni 60 che sdoganarono l’Italia nell’Olimpo mondiale, ma alle 164 partite giocate in Coppa, un limite inattaccabile. Lui, il grande Nick, abituato a primeggiare, corteggiato e vezzeggiato da uomini e soprattutto donne. Lui che aveva sempre una battuta o un ricordo che spiazzavano come le magiche smorzate con cui tagliava le gambe agli avversari.
SILENZI E LAVORO
Fra i campioni alfa e omega del tennis italiano Pietrangeli e Sinner c’è stato il magnifico intermezzo della triplice del 1976 Roma-Parigi-Davis di Adriano Panatta e dei figli di Belardinelli, Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli. Ma mentre Nicola e Adriano sono stati più simili di quanto volessero ammettere, la distanza fra Nick e Jannik è enorme, quanto la chiassosa, colorita, allegra e scanzonata realtà dei soci dei circoli tennistici romani rispetto alla silenziosa, rispettosa e insistita laboriosità degli uomini di montagna. Così, pur tirato per i suoi riccioli, il 24enne dagli occhi attenti, simbolo del Rinascimento italiano con tutti i suoi fantastici esempi, ha sempre dribblato sia le ramanzine che gli avvicinamenti di “nonno Nicola” di anni 92. Anche se, raccontano, martedì, ha espresso in forma privata le condoglianze alla famiglia Pietrangeli. Svicolando dai canali social coi quali abitualmente comunica e che i compagni in azzurro hanno utilizzato salutando Nick con cuoricini spezzati. Apprendendo forse soltanto ora che i loro coetanei dell’epoca non erano riusciti a convivere con quel campione così grande e così lontano, nel segno della Dolce Vita, delle magie della reggia di Montecarlo e da una vita privilegiata dalla noble art che non l’ha mai costretto a lavorare.
REALTA’ SENZA CONFINI
Succede da sempre che campioni così grandi non siano traducibili. Nel tennis, forse soltanto Rafa Nadal sta trasmettendo la sua enorme carica di umanità, con l’aiuto della omonima scuola tennis dietro casa, a Maiorca. Scendendo dal piedistallo dei 22 Slam fra cui spiccano gli irraggiungibili 14 Roland Garros. Da noi, in Italia, ci sta provando “la Divina”, Federica Pellegrini e c’è sicuramente riuscito Valentino Rossi con la sua scuderia e tanti piloti che lo ringraziano continuamente, da Morbidelli, a Bagnaia a Bezzecchi.
Vincenzo Martucci
(Tratto da Il Messaggero del 3 dicembre)
Foto di Marta Magni
