La più forte nuotatrice di tutti i tempi o soltanto la più medagliata? Usare l’avverbio “soltanto” per Kathy Ledecky, dopo che ha vinto la ventitreesima medaglia d’oro mondiale col successo negli 800 metri stile libero a Singapore 2025 (cui si aggiungono i 9 ori olimpici), potrebbe apparire blasfemo, ma la scissione fra i titoli vinti e l’ideale classifica di valore nella storia del nuoto non è un gioco di parole e ha un senso molto preciso. Ed è un senso che dipende da tanti fattori, che non riguardano genericamente il giudizio sulle “diverse epoche che non sono comparabili”, legate magari ai materiali più sofisticati, alla preparazione fisica più evoluta, al miglioramento dell’alimentazione e quant’altro che segna una frattura netta fra i decenni, ma si rifanno ad aspetti e riferimenti non legati al passare del tempo, a situazioni che hanno valore assoluto.
Cerchiamo allora di valutare meglio il confronto fra diverse campionesse per vedere se è possibile una scala di valori non legata strettamente al numero di medaglie, che potrei definire, con un piccolo paradosso, “da ufficio del catasto”.
La possibilità di vincere medaglie, data per assodata la forza dell’atleta, è data da alcuni fattori principali: la lunghezza della carriera, il numero di manifestazioni, il numero di avversarie di valore. Lasciamo da parte tutto ciò che riguarda infortuni, incidenti che possono spezzare una carriera, casualità varie, perché si entrerebbe nel campo sterminato delle ipotesi e degli innumerevoli “se”. Restiamo nella realtà.
La lunghezza della carriera è un valore assoluto e specifico dell’atleta, ma in diverse epoche è condizionata dal numero di gare che si organizzano. L’esempio più clamoroso è quello dei Mondiali. Adesso siamo abituati a vederli con cadenza fissa, ogni due anni, per cui un atleta non solo può fare programmi a più lungo termine, ma può anche avere lo stimolo e la concreta possibilità di allungare la carriera. Ma una volta non era così, e non si sta parlando di secoli fa, ma del nuoto moderno.
Quindi, il quadro è questo: fino al 1973 nel nuoto non esistevano i Campionati Mondiali, ma solo le Olimpiadi, ogni 4 anni, e i Campionati Continentali. Gli Europei cominciarono nel 1926, si svolgevano senza fissa cadenza fino al 1950, quando presero anch’essi a disputarsi ogni 4 anni, per poi passare a ogni 2 anni dal 2000 in poi. I Campionati Asiatici cominciarono nel 1980 e si svolgono ogni 4 anni, tranne interruzioni come quella dal 2016 al 2023. Il nuoto è presente ai Panamericani dal 1987, anche questi ogni 4 anni. I Campionati dell’Oceania cominciarono nel 1993, con cadenza quadriennale, ma dal 2000 sono diventati biennali. I Campionati Africani partirono nel 1974, ogni 4 anni, dal 2002 ogni 2 anni. I più importanti, in equivalenza con gli Europei, sono i Panpacifici, quindi con Usa, Australia, Cina, Giappone e Canada, che presero il via nel 1987, biennali fino al 1999, poi quadriennali.
Già a questa prima analisi si capisce bene che fino al 1973 gli atleti del nuoto avevano l’Olimpiade come riferimento praticamente unico. E se quelli europei potevano contare sulla gara continentale nel biennio alternato a quello olimpico, gli altri non avevano appuntamenti importanti da mettere in programma. Ne derivava una valutazione differente della carriera che, salvo rari casi, era scandita da una o al massimo due Olimpiadi, visto che l’attesa di quattro anni per una medaglia del massimo valore, senza altri traguardi intermedi, portava forzatamente a scelte di vita in cui lo sport aveva una rilevanza minore rispetto a quanto accade oggi. Da quando le possibilità di medaglie non solo sono aumentate, ma sono scandite da ritmi più intensi, la vita sportiva si è allungata moltissimo, anche di 3-4 volte quelle degli atleti di una volta.
Per una Dawn Fraser, l’australiana che vinse 4 ori e 4 argenti nella velocità in tre Olimpiadi (Melbourne 1956, Roma 1960, Tokyo 1964), e comunque con una carriera durata 8 anni, inimmaginabile per quei tempi, ma assolutamente normale oggi, ce ne sono tante altre che hanno gareggiato ad altissimi livelli per 4-5 anni al massimo. Ed è ingiusto, per molte di loro, ricorrere al concetto di campionesse che “hanno ballato per una sola estate”. E non solo per la durata della carriera sportiva, ma anche per molte altre limitazioni che hanno ristretto le loro possibilità di avere un albo d’onore più adeguato alla loro bravura.
Chiariamo subito, limitandoci alle gare di stile libero delle donne per avere una comparazione reale con la Ledecky. Alle Olimpiadi, i 1500 metri sono stati inseriti nel programma a partire da Tokyo 2000 (poi 2001 per il Covid). Sempre alle Olimpiadi, i 200 e gli 800 stile libero furono inseriti nel 1968. Prima c’erano solo 100 e 400. Possibilità di medaglie, a cominciare dalla Fraser, dimezzate. E ancora alle Olimpiadi la staffetta 4×200 arrivò nel 1996. Ai Mondiali, i 1500 sono stati inseriti nel 2001, la staffetta 4×200 nel 1986.
Un’altra limitazione per le atlete prima del 2000 era la cadenza dei Mondiali. Adesso, si svolgono ogni 2 anni e questa sembra la cosa più normale, ma all’inizio e per molto tempo non fu così. Dal 1973, prima edizione a Belgrado, al 2001, Fukuoka, i Mondiali erano “ballerini”, si arrivò addirittura a un intervallo di quasi 5 anni fra le edizioni di Madrid 1986 e Perth 1991. Ecco la sequenza: 1973 Belgrado, 1975 Cali, 1978 Berlino Ovest, 1982 Guayaquil, 1986 Madrid, 1991 Perth, 1994 Roma, 1998 Perth, 2001 Fukuoka. Poteva accadere, perciò, che un atleta, anche con una carriera lunga 9-10 anni disputasse appena 2 Mondiali, anziché 5 come è stato possibile fare dal 2001 in poi.
Come si può notare, c’è una disparità enorme fra le possibilità di medaglie concesse alle nuotatrici di un’epoca nemmeno tanto lontana, ma anche dell’altro ieri, e quelle attuali, non solo per quanto riguarda la Ledecky. Ovviamente, non si attribuisce una “colpa” a chi ha potuto approfittare di una programmazione migliore e più lunga, né si ipotizzano “compensazioni” per le atlete che non hanno avuto questa opportunità. Il discorso fa solo capire che limitarsi al numero di medaglie per definire la superiorità di una nuotatrice rispetto alle altre ha una pecca di fondo irrisolvibile.
Ma non è ancora finita la litania delle differenze, a danno delle nuotatrici del passato, perché si arriva a un altro punto dolente. Come si nota in Olimpiadi e Mondiali, atleti e atlete in ogni gara sono due per nazione. Ma fino a Mosca 1980 inclusa, alle Olimpiadi, erano tre per nazione, non due. Questo significa che la corsa alle medaglie era molto più difficile e che il valore di quei podi era ben più alto. E lo era se si considera ancor più la particolare situazione di quel periodo, con la Germania Est fortemente sospettata di doping di Stato, poi definitivamente accertato negli anni seguenti. E infatti fu proprio questo il principale motivo per cui si ridussero gli atleti per gara da 3 a 2, almeno per limitare quello strapotere sospetto, visto che non si era ancora trovato il modo di accertare quel doping.
In ogni caso, fino al 1976 (nel 1980, per il boicottaggio dei Paesi occidentali a causa dell’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Urss, il livello tecnico scese notevolmente), per prendere una medaglia bisognava confrontarsi contro 3 statunitensi, 3 australiane, 3 britanniche, 3 tedesche dell’Est, 3 tedesche dell’Ovest, 3 sovietiche, 3 francesi. Ve l’immaginate cosa significasse in quel periodo tentare di prendere una medaglia olimpica? E quale fosse il valore di quella medaglia rispetto a oggi?
Ma se non si può fare una comparazione col numero di medaglie, quale altro metodo servirebbe per avere un’idea su chi sia la più forte di tutti i tempi? Ovviamente, la sicurezza in questo campo nessuno potrà darla, ma almeno un raffronto strettamente tecnico è possibile. Vediamo come. Il riferimento tecnicamente più certo è quello dei record mondiali ed è anche l’unico che non si presta a interpretazioni o giudizi personali: il tempo stabilito è quello e certifica che in un dato momento, più o meno lungo, quell’atleta è stato/stata il/la più veloce del mondo. E, al contrario di quanto può accadere nell’atletica, in cui le variabili sono molte e incidono a volte in maniera consistente, come le condizioni meteorologiche (è rimasto famoso il record del lungo di Bob Beamon, 8,90, a Città del Messico, in un momento di marcata bassa pressione), il vento a favore che fa ritenere valido il record finché soffia al massimo a 2 metri al secondo, il tipo di materiale con cui è fatta una pista, l’altezza sul livello del mare che porta a risultati migliori nelle gare di velocità fino ai 400 metri, nel nuoto c’è una stabilità quasi perfetta che “equalizza” i record (con la sola eccezione degli anni 2008 e 2009 quando furono usati i costumi in poliuretano, che comunque non incidono sui record del passato e nemmeno su quelli della Ledecky). Perciò la comparazione di forza dell’atleta che deriva dai tempi che realizza è effettiva.
E allora, a quali conclusioni si può arrivare avendo i record mondiali come riferimento? Katie Ledecky ha detenuto contemporaneamente tre record mondiali, nei 400, negli 800 e nei 1500 ed è ancora la primatista del mondo in 800 e 1500. Ha vinto gare olimpiche e mondiali anche nei 200, ma su questa distanza non ha mai stabilito il record mondiale.
Meglio di lei ha fatto l’altra statunitense Debbie Meyer, che alla fine degli anni Sessanta è stata primatista mondiale contemporaneamente dei 200, 400, 800 e 1500 stile libero (e anche nella distanza anomala delle 880 yard), stabilendone in totale 15 in queste gare (una volta nei 200, cinque nei 400, cinque negli 800, quattro nei 1500), esattamente come la Ledecky (tre volte nei 400, sei negli 800, sei nei 1500). E la sua supremazia non si fermò ai record, perché all’Olimpiade di Città del Messico 1968 vinse l’oro nei 200, nei 400 e negli 800. Non poté vincere anche i 1500 perché questa gara non c’era nel programma dei Giochi ed è stata poi inserita soltanto nel 2020 a Tokyo. Oggi non sono molti a ricordare la Meyer per quello che realmente è stata nella storia del nuoto, ma la sua superiorità in quel periodo era ai livelli più alti di sempre. Le si sono avvicinate, come completezza di record, ma senza eguagliarla, la statunitense Janet Evans e l’australiana Tracey Wickam, anche loro capaci di stabilire i primati di 400, 800 e 1500 negli anni Settanta e Ottanta.
Il significato tecnico di queste campionesse è pari o superiore, come nel caso della Meyer, a quello della Ledecky, senza ovviamente mettere in discussione la maggiore capacità e il merito di quest’ultima di avere una carriera molto più lunga, anche se qui si torna al discorso fatto in precedenza sulle condizioni che inducevano le nuotatrici di quell’epoca a smettere dopo pochi anni.
Ma anche non volendo assegnare a Debbie Meyer un talento e un valore tecnico superiori a quelli della Ledecky, bisogna riconoscere a un’altra campionessa l’indiscutibile dimostrazione di completezza tecnica e di valore assoluto che nessun’altra nuotatrice, e nessuno anche fra gli uomini, ha avuto nella storia del nuoto: l’australiana Shane Gould. Fra il 1971 e il 1972 la Gould ha detenuto contemporaneamente i record mondiali di tutte le distanze dello stile libero, dai 100 ai 1500, e non si è fermata lì perché, a ulteriore dimostrazione di una classe alla quale nessun’altra è mai arrivata, nello stesso periodo ha avuto anche il record mondiale dei 200 misti. All’Olimpiade di Monaco 1972 ha vinto tre ori (200 e 400 stile libero, 200 misti) l’argento negli 800 e il bronzo nei 100 stile libero, diventando la prima atleta, uomo o donna, a vincere 5 medaglie in altrettante gare individuali in una edizione dei Giochi, aprendo la strada alle imprese che avrebbero avuto Michael Phelps come protagonista principale tanti anni dopo. E considerando che quelle cinque gare le ha fatte a 16 anni, in un’epoca in cui l’attitudine allo sforzo fisico delle donne non era ancora sviluppata come lo è stata in seguito, con il miglioramento degli allenamenti, dell’alimentazione e di tutto ciò che ha contribuito all’evoluzione dello sport, risulta ancora più evidente quale sia stato, ed è ancora oggi, il valore assoluto e senza tempo di Shane Gould.
Il riconoscimento implicito alla sua grandezza, paradossalmente, è arrivato proprio da Kathy Ledecky e in un modo inconsueto. Dopo che tanti osservatori l’avevano definita la più forte nuotatrice di sempre, Ledecky annunciò che avrebbe tentato di gareggiare anche nei 100 metri. E’ vero che ha avuto anche due partecipazioni alla staffetta statunitense 4×100 con oro ai Mondiali 2017 a Budapest e argento all’Olimpiade di Rio 2016, ma un vero risultato individuale su questa distanza nello stile libero non l’ha mai centrato. Quando ha partecipato ai Trials per i Giochi di Rio nei 100 è arrivata settima e l’avventura su questa distanza è finita lì, sovrastata dall’ombra gigante della Gould. C’è stata qualche altra gara nazionale sui 100, ma non di rilievo, a dimostrare che la completezza tecnica cui aspirava non era nelle corde della Ledecky, a parte il fatto che non c’è mai stata la minima possibilità che si cimentasse anche negli altri stili per una gara di misti nei quali la Gould aveva dimostrato di essere anche lì la più forte del mondo.
Si torna quindi alla questione principale, su chi sia la più grande campionessa di nuoto. E credo sia necessario riconoscere sì il valore di chi è in grado di vincere più gare di tutte le altre e di mantenere questa superiorità per un periodo più lungo, ma è altrettanto doveroso, se si parla di espressione tecnica e valore assoluto in uno sport, mettere al primo posto chi ha saputo portare una disciplina al livello più alto possibile, lì dove nessun’altra è riuscita ad arrivare. E sulla vetta di questa montagna solo Shane Gould è riuscita a piantare la propria bandiera.
Gennaro Bozza
