Non chiedetele perché, a 45 anni e 6 mesi, ricca di
almeno 100 milioni di dollari fra premi e indotto,
famosissima, appena convolata a giuste nozze con un
modello italiano bello e avvenente quanto lei,
forzatamente senza figli cui dimostrare quanto è stata
forte, il 18 gennaio Venus Ebony Starr Williams
diventa la più anziana concorrente degli Australian
Open, 28 anni dopo la prima di 22 partecipazioni
(superando i 44 anni di Kimiko Date). La risposta,
accoppiata a uno dei suoi sorrisetti sardonici sarà:
“Perché no” o, più politically correct: “Sono entusiasta
di essere tornata in Australia, non vedo l’ora di
gareggiare in estate. Ho tantissimi ricordi incredibili lì
e sono grata per l’opportunità di tornare in un posto
che ha significato tanto”.
IL TEMPO PERDUTO
Chissà se, potendo tornare molto più indietro, Venus
farebbe altre scelte, seguirebbe altri comportamenti,
svilupperebbe altre attitudini. Così, magari, nel gotha
del tennis ci sarebbe lei, alta, raffinata e altera, e non
la potente e feroce sorella Serena, coi suoi 23 urrà
Slam. Ma, così tenera di cuore e protettiva, così
attratta dalla vita, creativa e superiore, così sempre
vincente, dall’architettura d’interni al “préte à porter”
agli amori, sul ring delle racchette non era divorata dal
sacro fuoco. E, dopo aver vinto subito tutto, con 5
Wimbledon e 2 US Open di singolare, e il numero 1
del mondo, nell’individuale come in doppio con
Serenona, sulla scia di 14 Majors, prima si è auto-
limitata e poi è stata stoppata dalla sindrome di
Sjogren e da altri problemi fisici. Forse oggi le manca
qualche emozione che ha regalato alla sorellina con
certe sconfitte in famiglia, architettate – si disse e si
capì -, da papà Richard. Coi grazie della minore delle
Williams: “Non ci sarebbe stata Serena senza Venus”.
Un passato che la Venere nera vorrebbe recuperare,
almeno in adrenalina ed applausi. Lasciando a bocca
aperta la meno entusiasta numero 1 di oggi, Aryna
Sabalenka, nata il 5 maggio 1998, quattro mesi dopo
il primo Melbourne di Venus, quando toccò i quarti, e
dov’è arrivata due volte in finale ma è assente dal
2021 (record: 54 vittorie-21 sconfitte).
OLTRE IL MITO
A 14 anni, Venus, dopo aver solo sorvolato il circuito
juniores che dominava, ha esordio fra i pro e tre
stagioni dopo era già in finale agli US Open. Nel 2002
è diventata la prima donna afroamericana, era Open,
numero 1 della classifica mondiale (la seconda di
sempre dopo Althea Gibson) in uno sport tuttora
tradizionalmente elitario e bianco. Sull’asse servizio-
risposta – fino al 2014 aveva il record di servizio più
veloce del WTA Tour, a 208 all’ora – ha aperto la
strada al gioco moderno delle donne, sulla scia di
quello degli uomini, unendo, potenza, atletismo ed
aggressività. Di più. Sempre sicura di sé, sempre
perentoria e senza paura, la sera prima della finale di
Wimbledon 2005 fece appello al Grand Slam
Commitee esortando l’All England Club e il Roland
Garros ad equiparare i premi per uomini e donne, non
ottenendo soddisfazione, l’anno dopo scrisse un
articolo sul Times di Londra: “Questa disparità dà un
messaggio sbagliato anche alle più giovani”. E nel
2007 ottenne lo storico sì dai Championships e subito
anche da Parigi. Pioniera di tanti tabù, sorride dei
dettagli: l’ultimo singolare vinto a luglio a Washington,
contro Stears (dopo 16 mesi di stop), l’ultimo match
disputato nel primo turno degli Us Open di agosto
(battuta da Muchova 6-3 2-6 6-1), le prossime
apparizioni da lunedì ad Auckland, dal 12 a Hobart,
dal 18 a Melbourne. Le vittorie più preziose per lei non
sono i 49 titoli pro di singolare e i 22 di doppio, ma i 4
ori e l’argento olimpici. Unica e immortale.
Vincenzo Martucci
Articolo apparso su Il Messaggero il 5/12/2026
