Parola d’ordine: alla fine, noi italiani riusciamo sempre a salvare tutto e a fare bella figura. Beh, a vedere come si è arrivati al giorno della cerimonia inaugurale dell’Olimpiade invernale di Milano-Cortina (ma sarebbe meglio chiamarla Milano-Cortina-Bormio-Anterselva-Livigno-Predazzo-Tesero-Verona, record mondiale e galattico di sedi di gara e di cerimonie), ci si accorge che il mitico “stellone” italiano che trasforma la disfatta in gloria è un bel po’ appannato, se non completamente oscurato. Fra polemiche, problemi, accuse, proteste, sprechi di denaro, strutture non completate, e via dicendo, davvero non si riesce a capire come l’immagine di questi Giochi possa diventare splendente.
Magari, qualche scala mobile funzionante nelle stazioni della metropolitana (ce ne sono tante transennate, si poteva fare in tempo ad aggiustarle) e qualche ascensore in più, per aiutare principalmente i disabili, ma anche tante altre persone con difficoltà nel camminare o nello scendere e nel salire le scale (aggiungeremmo “altrui” per darci un tocco da intellettuali alla Dante Alighieri), non dovrebbero mica essere missioni impossibili per questa Milano grattaciellesca!
Certo, per celebrare l’Olimpiade italiana, 70 anni dopo quella, emozionante e bellissima, di Cortina 1956, si ricorrerà alle imprese degli atleti, alle storie, ai drammi, ai racconti che fanno commuovere, agli esempi di solidarietà umana, insomma all’essenza dello sport, ma tutto questo non potrà “sbiancare” la parte oscura del cammino “burocratico” che, dal 2019 a oggi, ci ha portati fin qui. E allora, lasciamo lo sport vero agli atleti, per tutto il resto non c’è una ben nota carta di credito, ma una carta di debito morale verso tutti gli sportivi e gli appassionati, oltre che ai semplici cittadini.
E VAI CON I SOLDI PUBBLICI
E infatti partiamo proprio dai semplici cittadini, quelli che non avrebbero dovuto contribuire con i loro soldi alle spese per questa Olimpiade e che invece si sono ritrovati ad assistere all’esborso di denaro pubblico, quindi il loro denaro, per ripianare i costi cosiddetti “imprevisti” per Milano-Cortina. In effetti, quando i Giochi, nel 2019, furono assegnati all’Italia, un caposaldo della candidatura fu quello della spesa a totale carico di Veneto e Lombardia, le regioni interessate, e gli sponsor: in teoria 1,4 miliardi di euro. Per la verità, appariva già strano che il costo di un’Olimpiade fosse non tanto alto. Fatto sta che i costi, poco alla volta, sono aumentati fino ad arrivare a quasi 6 miliardi di euro. E i circa quattro miliardi e mezzo di euro in più chi li ha messi? Lo Stato, quindi i cittadini. Bell’affare!
LA RAGNATELA DELLE SEDI DI GARA
Secondo i nuovi criteri del Comitato Olimpico Internazionale, la distribuzione geografica delle sedi in cui si gareggia dovrebbe favorire il risparmio, perché non ci sarebbe bisogno di costruire nuovi impianti in un’unica città che, soprattutto per quanto riguarda gli sport invernali, è molto difficile abbia tutti quelli che coprano l’intera varietà delle discipline. Quindi, almeno in teoria, si scelgono le città che hanno già gli impianti e non se ne devono costruire nuovi, con le dovute eccezioni. In tal modo, però, si può verificare, come appunto in questa Olimpiade, che le distanze siano notevoli fra una sede e l’altra. E in particolare, trattandosi di città per la maggior parte di montagna, alle lunghe distanze si aggiunge il disagio dei trasferimenti non certo agevoli. A questo punto, è gioco facile per chi cerca l’occasione di criticare l’Italia, come ha fatto il New York Times nei giorni scorsi, portare l’esempio dei 400 chilometri fra Milano e Cortina e le sei ore che servono per questo viaggio. Ma, a parte il fatto che la situazione descritta è vera, sarebbe bastato rinunciare a egoismi vari per risolvere molti di questi problemi, cominciando magari a includere Torino.
Per carità di patria, poi, lasciamo stare la questione dei ritardi nella costruzione di alcuni impianti e infrastrutture, della rinuncia a completarne qualcuno, delle distruzioni di ambienti naturali per far posto a strutture per i Giochi, non basterebbe un’enciclopedia.
LA FIAMMA NASCOSTA
E’ anche vero che, pur mettendo da parte le polemiche sulle strutture, c’è tanta altra roba che sta a metà fra il divertimento e lo sconcerto. La torcia olimpica sta al primo posto delle disavventure italiche, tanto che è sembrato assistere a un nuovo programma di intrattenimento: “La fiaccola dei famosi”. E, in base a questa visione del mondo, i “famosi” mica possono essere i campioni dello sport, non sia mai! Comunque, fermiamoci alle ultime prodezze. Ieri sera la fiamma olimpica è arrivata in piazza Duomo a Milano, portata dalla danzatrice classica Nicoletta Manni (per l’occasione mi piace ricordare la sua favolosa prova nello “Schiaccianoci” di Tchajkovskij, se è ancora possibile citare autori russi senza essere squalificati dal Cio). Al momento dell’accensione del braciere, chi assisteva al collegamento su Rai24 ha potuto vedere solo una specie di muro umano alle spalle della Manni, scelta originale del regista che ha cambiato inquadratura, per riprendere la scena dal davanti, subito dopo che il braciere era stato già acceso. La sequenza giusta, con la visione chiara, è stata poi trasmessa in una successiva edizione della stessa Rai24, ma rimane il mistero sulla visione “artistica d’avanguardia” della ripresa televisiva che non riprende la scena!
BIDET O NON BIDET, QUESTO E’ IL DILEMMA
Molta ironia hanno suscitato gli stranieri, in particolare gli statunitensi (sempre loro a deliziarci con questi exploit), che rimangono stupefatti (non da stupefacenti, ma proprio al naturale) davanti al bidet: cosa sarà mai questa presenza misteriosa nel gabinetto? Presa di mira sui social soprattutto Alicia Lewis, giornalista della tv di Minneapolis Kare 11, che ha postato un video per risolvere un dubbio: il bidet della sua stanza d’albergo ha il rubinetto che manda l’acqua solo verso il basso. Quindi lei si chiede: è un bidet o non è un bidet? Un vero dilemma shakespeariano. Probabilmente, la Lewis aveva in mente le tazze da bagno giapponesi, quelle che possiamo definire “multitasking”, perché hanno incorporato un sistema di lavaggio del sedere, con l’acqua che schizza dalla stessa tazza, permettendo alla persona, impegnata nel bisogno fisiologico, di non alzarsi e di ritrovarsi il fondoschiena lavato senza ulteriori sforzi.
Ci permettiamo però di suggerire alla Lewis (e a tutti gli altri americani) di rivedere un film del 1986, “Crocodile Dundee”. Il protagonista, attore Paul Hogan, è un australiano che non ha mai vissuto in città, vi arriva con una giornalista, attrice Linda Kozlowski, va in albergo e vede il bidet. Chiede alla giornalista cosa sia, ma lei si vergogna a rispondere. Lei poi va via, ma mentre è in strada per prendere un taxi vede lui sporgersi dalla finestra e gridarle, ormai consapevole: “Serve per lavarsi il culo, vero?”. Ecco, nei panni degli organizzatori, forniremmo un Dvd di quel film a tutti gli stranieri e la questione sarebbe risolta.
Se poi ci si ritrova a non avere il bidet, ecco in soccorso un altro film, “I due colonnelli”, del 1962, con Totò. Un ufficiale nazista ordina il bombardamento di un piccolo paese in Grecia e a eseguire l’ordine devono essere proprio i soldati italiani comandati da Totò, che però si rifiuta. Il nazista grida: “Io avere carta bianca, tu eseguire l’ordine, io avere carta bianca”. E Totò: “E ci si pulisca il culo”. Così, le lezioni per gli americani sono complete.
LA TREGUA OLIMPICA SENZA TREGUA
Il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha parlato di tregua olimpica. Nobile proposito, reso vano dalla realtà di guerre e invasioni in atto in tante parti del mondo, con ogni Paese invasore a sostenere che l’invasione da esso effettuata “è cosa buona e giusta”. Sul podio, indistintamente tutti al primo posto: Russia in Ucraina, Israele in Palestina, Stati Uniti in Venezuela, in rigoroso ordine temporale.
Comunque, il concetto di “rottura di tregua” pare venga usato sottobanco da esponenti del Cio per giustificare l’esclusione della Russia dalle gare fin dal 2022, anno dell’invasione in Ucraina. Ma l’ondeggiare delle spiegazioni per tenere gli atleti russi e bielorussi fuori dalle competizioni raggiunge il culmine in una intervista che la presidentessa del Cio, Kirsty Coventry, ha dato a un quotidiano italiano poco tempo fa. A proposito della richiesta, da molte parti, di escludere anche Israele per l’invasione e il genocidio in atto a Gaza, la Coventry ha detto: “Prima di tutto va ricordato che il problema con la Russia è stato molto specifico, con il Comitato Olimpico russo che ha violato lo statuto annettendo alcune regioni di un altro Comitato olimpico. Con Israele e Palestina è diverso, i loro Comitati non sono in conflitto, parlano costantemente con noi”. Quindi, il Cio spiega a tutto il mondo quello che gli osservatori ed esperti della politica non avevano capito: la Russia è esclusa non perché ha invaso l’Ucraina, ma perché “ha violato lo statuto annettendo alcune regioni di un altro Comitato olimpico”. E bravo Putin, mica voleva invadere l’Ucraina, voleva impadronirsi del Comitato olimpico ucraino. E nessuno che lo avesse capito. Se si fosse limitato a invadere l’Ucraina, gli atleti russi adesso starebbero gareggiando senza problemi.
Ma non è finita. Torniamo alla scusa secondo la quale la Russia è stata punita perché, invadendo l’Ucraina in periodo olimpico, ha rotto la tregua olimpica. Allora, vediamo bene cosa è successo e quando è successo.
Il 20 febbraio 2022 si chiude l’Olimpiade invernale a Pechino. Il 24 febbraio la Russia entra in Ucraina. Il Cio decide di escluderla dalle gare? Nemmeno per sogno. Non ci sono provvedimenti in tal senso. Il 4 marzo dovrà cominciare, sempre a Pechino, la Paralimpiade, e questo è tutto periodo di tregua olimpica. Russia e Bielorussia sono ufficialmente in gara. Quindi, se fosse vera la questione della rottura della tregua olimpica, il Cio a questo punto avrebbe già dovuto escludere russi e bielorussi dalle gare. Invece no. E nemmeno il Comitato Internazionale Paralimpico ha fiatato. Ma ecco che c’è la novità. Pochi giorni prima della Paralimpiade, moltissime nazioni annunciano che non andranno a Pechino se ci saranno Russia e Bielorussia. Il Comitato Paralimpico, a questo punto, decide di vietare la Paralimpiade di Pechino a russi e bielorussi. Quindi, Cio e Cip non hanno deciso alcuna sanzione a Russia e Bielorussia perché “è stata rotta la tregua olimpica”, ma hanno semplicemente ceduto al ricatto di tante nazioni e hanno escluso gli atleti paralimpici russi e bielorussi. Serve altro per mettere in luce le bugie degli alti rappresentanti dello sport mondiale?
RUSSI SOTTO MENTITE SPOGLIE
Restiamo fra i russi e fra le bugie. Russia e Bielorussia hanno potuto qualificare un atleta per ogni specialità dei vari sport. Nel pattinaggio artistico su ghiaccio si verifica una situazione paradossale: ci sono due russi in gara, Petr Gumennik nel singolo Uomini e Adeliia Petrosjan nel singolo Donne, i candidati per Danza e Coppie sono stati esclusi senza motivazione ufficiale, non obbligatoria per le sconcertanti regole del Cio.
Ma andando a dare uno sguardo agli atleti di tutte le altre nazioni, si scopre che ci sono altri 19 russi sotto altre bandiere. Un caso particolare è quello di Viktoriia Safonova, russa, nata a Mosca, che gareggia per la Bielorussia, ma come Ain, atleta indipendente e senza bandiera. Quindi, assistiamo all’ennesima barzelletta e non è nemmeno la prima volta perché già in Mondiali ed Europei si verifica da anni questa “invasione” russa.
Tanto per fare solo gli ultimi esempi, ai Mondiali di Boston nel 2025 c’erano 28 russi (più due riserve) in gara per altre nazioni. E ai recenti Europei di Sheffield, il mese scorso, i russi sotto altre bandiere erano 25 e 7 di loro sono saliti sul podio:
Singolo Uomini: Egadze (Georgia) oro; Reshtenko (R. Ceka) bronzo.
Coppie: Metelkina–Berulava (Georgia) oro; Volodin (Germania) argento; Pavlova–Sviatchenko (Ungheria) bronzo.
A Milano la situazione è la seguente, con nome dell’atleta, città russa di nascita e nazione rappresentata:
UOMINI 2
Vladimir Litvintsev (Ukhta Komi Republic) Azerbaijan
Vladimir Samoilov (Mosca) Polonia
DONNE 5
Anastasiia Gubanova (Togliatti) Georgia
Ekaterina Kurakova (Mosca) Polonia
Mariia Seniuk (Mosca) Israele
Sofia Samodelkina (Mosca) Kazakistan
Viktoriia Safonova (Mosca) Ain-Bielorussia
COPPIE 10
Karina Akopova (Sochi) Armenia
Nikita Rakhmanin (Cheliabinsk) Armenia
Ioulia Chtchetinina (Nizhnyi Novgorod) Polonia
Daria Danilova (Mosca) Olanda
Anastasia Golubeva (Mosca) Australia
Nikita Volodin (San Pietroburgo) Germania
Anastasiia Metelkina (Vladimir) Georgia
Luka Berulava (Mosca) Georgia
Maria Pavlova (Mosca) Ungheria
Alexei Sviatchenko (San Pietroburgo) Ungheria
DANZA 2
Gleb Smolkin (San Pietroburgo) Georgia
Evgeniia Lopareva (Mosca) Francia
Concludiamo con un’altra nota paradossale: gli allenatori russi non sono mai stati esclusi, in qualsiasi competizione, Olimpiadi, Mondiali, Europei o chissà altro. Come mai? Gli atleti non possono e gli allenatori sì? E qui si scopre la grande ipocrisia: l’importante, per i massimi dirigenti dello sport mondiale, è la facciata, non la sostanza. Nessuno si accorge degli allenatori, ma un atleta russo in pista si nota eccome. Quindi, fanno vedere al mondo che stanno punendo i russi, anche se allenatori e atleti sotto altre bandiere continuano a essere presenti senza problemi. E tutti tranquilli. Lo spirito olimpico è salvo.
L’ESTINZIONE DEGLI ZAINETTI
Una volta, i giornalisti accreditati alle Olimpiadi ricevevano in regalo uno zainetto con il marchio di quei Giochi, col nome della città, più altro materiale utile per il loro lavoro. Quegli zainetti continuavano a circolare anche nelle successive gare internazionali, costituendo così un ricordo e allo stesso tempo una testimonianza nelle varie parti del mondo dove si svolgevano le gare. Già ai Giochi di Parigi 2024 l’organizzazione aveva riservato ai giornalisti solo un paio di opuscoli, un bloc-notes, una penna e una borraccia (non un thermos), niente zainetto, la crisi già incombeva. A Milano, per i giornalisti non c’è niente, nemmeno un piccolo taccuino con su stampato il logo dei Giochi. Ora, è bene chiarire che non è obbligatorio fornire ai giornalisti queste cose, tra l’altro a una categoria che non è esattamente ben vista perché considerata privilegiata (o almeno poteva esserlo fino a qualche anno fa). Quindi, non stiamo qui a piangere per qualcosa che comunque già abbiamo: zainetti, quaderni, penne e quant’altro. E’ il ricordo che viene a mancare, una piccola cosa che può apparire insignificante. Ma se c’è la crisi, e Milano-Cortina ne sa qualcosa, molto più di tutte le altre Olimpiadi precedenti, è giusto risparmiare.
Quello che avremmo voluto dire agli organizzatori, se avessimo saputo che si sarebbe tagliato su tutto, è semplicemente questo: non preoccupatevi, zainetto, taccuini e penne ve li paghiamo!
PRECEDENZA ALLE DONNE
Nella metropolitana, insieme agli avvisi sulle stazioni in cui si sta arrivando, ce n’è anche un altro che segnala un pericolo: “Attenzione a borseggiatrici e borseggiatori”. Proprio così, prima le donne e poi gli uomini, un segno di estrema civiltà e di riguardo per le donne, che in tutti gli altri campi della vita quotidiana e del lavoro sono messe in secondo piano, sempre dopo gli uomini. Magari a qualche persona maligna può venire il dubbio che la precedenza viene data alle donne solo quando si tratta di cose negative, ma siamo sicuri che non è così, è solo un gesto di omaggio alla bravura professionale femminile, che nessuno osi pensare il contrario. Anche in questo. Milano è all’avanguardia più sfrenata!
Gennarro Bozza
