“Miracolo azzurro sui pattini” recita la prima pagina de La Gazzetta dello Sport del 17 febbraio 2006 celebrando l’impresa di Enrico Fabris, Ippolito Sanfratello e Matteo Anesi nella staffetta maschile di speed skating. A colpire maggiormente però è quel sottotitolo che dice “Abbiamo solo 260 praticanti”.
Insomma, in un paese pur sempre piccolo come l’Italia, un numero di sportivi così basso non può che significare essere una sorta di “sport in via d’estinzione”, destinato a non avere futuro, ma soprattutto a non aver strutture adatte per crescere e consentire anche agli appassionati di praticarlo.
Sono passati vent’anni da quell’oro di Torino 2006 e la situazione più o meno è la stessa, da entrambi i lati della medaglia: da una parte un’impresa incredibile realizzata da Francesca Lollobrigida, la donna più veloce del mondo sul ghiaccio, in grado di conquistare il giorno del suo trentacinquesimo compleanno l’oro e il record olimpico nei 3000 metri femminili. Dall’altro uno sport di fatto ricordato ogni quattro anni e bistrattato, senza una vera pista dove allenarsi e che dopo i Giochi, ancora una volta casalinghi, perderà l’unica installazione a cinque cerchi.
Insomma, sembra proprio che il nostro paese abbia la memoria molto corta e che puntualmente ripeta i suoi errori, come se sia destinato a vivere una pena ciclica. Infatti, se a Torino venne riconvertito dopo solo un anno dai Giochi, a Milano si provvederà a smontare tutto lasciando il padiglione della Fiera a disposizione di altri eventi.
Con 260 praticanti, verrebbe da dire che sia inutile costruire piste al coperto, eppure spesso ci si dimentica che la gran parte di loro arriva dal pattinaggio su rotelle, una disciplina tanto diffusa nel nostro paese, quanto bistratta proprio perché non olimpica. Per i campioni dell’inline non resta quindi che dotarsi di armi e bagagli e dirigersi verso nord e cercar fortuna in Alto Adige fra Collalbo e Baselga di Piné, piste storiche, dal sapore anche internazionale, ma che rimangono all’aperto, destinate ad affrontare l’incuria e gli effetti atmosferici.
Se almeno la prima pista è ancora attiva ed è stata utilizzata per la Coppa del Mondo Juniores, la seconda si trova ufficialmente in “ristrutturazione”, rischiando però l’abbandono dopo che avrebbe dovuto essere coperta proprio per le Olimpiadi. Per evitare possibili polemiche sulle spese, incrementate rispetto a quanto inizialmente pensato a causa dell’aumento delle materie prime dopo lo scoppio dell’invasione russa in Ucraina, ci si è lasciati con la promessa di rimandare l’appuntamento alle Olimpiadi Giovanili del 2028.
Detto, fatto: i Giochi sono stati assegnati nuovamente all’Italia, Baselga è designata come venue, i lavori sono partiti, ma nettamente in ritardo con i tempi e con le nubi pronte ad addensarsi sempre più scure all’orizzonte. Nella speranza che almeno questa volta si possa evitare un’altra figuraccia per la località trentina.
A questo punto che futuro potrebbe avere uno sport che ha fornito all’Italia la prima campionessa olimpica sulla pista di casa? La risposta è molto semplice: bisogna sperare in Torino. Perché l’Oval Lingotto potrebbe tornare di moda per le Olimpiadi Invernali delle Alpi Francesi 2030 con i cugini transalpini che avrebbero pensato di recuperare l’impianto pur di evitare di realizzarne uno nuovo con costi annessi. Insomma, non resta che affidarsi alla buona volontà degli altri.
E dopotutto Lollobrigida ne è la dimostrazione perfetta: un’atleta che ha vissuto la peggiore stagione della carriera, sempre piazzata durante l’inverno 2025-26 senza particolari acuti e soprattutto distante oltre otto secondi dalla norvegese Ragne Wiklund. Una donna sul punto di mollare tutto a un passo dal sogno di gareggiare davanti al proprio pubblico, ridimensionato dalla necessità di scendere in pista su un ghiaccio quasi mai sperimentato e destinato a sparire nel giro di poche settimane. Una fuoriclasse bloccata da un infezione fastidiosa apparentemente quasi impossibile da sconfiggere e, in particolare, con la consapevolezza di vivere per uno sport senza futuro.
Cosa l’ha spinta a proseguire? Semplice, la passione per il pattinaggio. E da lì è scaturito un vero e proprio “miracolo azzurro”, che dimostra come anche uno sport “minore”, dimenticato da tutti e quasi fastidioso a causa del costo della realizzazione degli impianti, possa per un giorno prendersi la prima pagina di tutti i giornali. E magari far “incazzare” pure gli olandesi, maestri del pattinaggio velocità e accorsi in massa a Rho per vedere le proprie paladine soccombere sotto il genio italico.
E forse a quel punto si dovrebbe iniziare a riflettere e pensare che anche “solo” 260 praticanti possano meritare una casa dove allenarsi e offrire la possibilità a molti giovani di inseguire anche solo l’illusione di diventare i più veloci del mondo sui pattini.
