Oggi, a Parigi, davanti ai 15mila testimoni in presenza sul Philippe Chatrier e ai 5 milioni di telespettatori in mondovisione per la finale del Roland Garros più pazzo dal 1977 – senza ex vincitori già nelle semifinali (anche fra le donne) – è soprattutto il giorno di Flavio Cobolli. Perché del 29enne Sascha Zverev l’incompiuto, all’inseguimento del primo urrà Majors dopo 3 finali perse (due anni fa anche sulla sacra terra francese), si sa tanto. Ma che cosa sappiamo del 24enne fiorentino più romano di un romano doc?
STIMOLI & AMICI
Il tennis, lo sport che ti spoglia l’anima, senza possibilità di nascondersi, ci racconterà, per esempio, di quel sorriso – dolce o ironico? – che sfoggiava già bambino alle partite al Lemon Bowl col suo idolo, Matteo Berrettini, e magari ci darà la sua versione dei racconti di Vittorio Magnelli, il maestro degli 11-16 anni al TC Parioli: “Aveva una tale superiorità e voglia di primeggiare che, pur di non annoiarsi e trovare nuovi stimoli, faceva apposta a complicarsi la vita, cercando colpi impossibili o allungando gli scambi solo per il gusto di ribaltare situazioni quasi impossibili”. Chissà se, sotto sotto, ha mai rimpianto di non aver seguito, a 13 anni, i compagni Bove e Calafiori nel calcio, dopo le giovanili della “Maggica”, di cui resta supertifoso, come del football in generale, come ha scherzato – ma non troppo – ai microfoni del Roland Garros: “Attento, PSG, il prossim’anno in Champions c’è anche la Roma”.
Chissà che scintille fa a quattr’occhi con papà Stefano, che voleva evitargli gli strazi del tennis pro: “Mi disse: “Non entrerai mai nei top 30, avrai una carriera buona ma non eccellente”. Ogni giorno glielo faccio pesare”. Papà che però rivela: “Fin da piccolo non accettava la sconfitta nemmeno nei giochi da tavolo o alla PlayStation, la foga agonistica lo portava a eccellere ma anche a innervosirsi rapidamente se non si sentiva “sfidato”. Chissà quante storie ci sono di “Cobbo” sull’asse via Cassia (dov’è cresciuto con nonna Daniela)-Settebagni-Bel Poggio, con gli amici di sempre, i coetanei, che appena può segue in Curva Sud e invita ai tornei, Lorenzo e Matteo (il figlio di Vincenzo Santopadre, il “papà” di Berrettini, amicissimo si papà Stefano), coi quali organizza nuove esultanze (agli ottavi ha imitato Drogba) e dopo le allegre cene insieme si concede anche una birretta con prova social, col fratello minore, Guglielmo. Senza dimenticare gli amici più giovani, come Mattia, del Parioli, tragicamente scomparso, cui il 18 aprile ha dedicato il successo di Monaco di Baviera. Il primo contro super-Sascha Zverev a fronte di 3 ko.
RAMAZZOTTI & CUORE
Cobolli è un po’ come Eros Ramazzotti: pochi avrebbero pensato che potesse arrivare così in alto, domani fra i top 10, poi chissà dove coi progressi col servizio e in spinta e quindi sui campi duri. In attesa di sfatare il tabù Foro Italico: “Giocarci bene, per noi romani, è troppo difficile. Mi rode…”. Ha fatto fatica con le regole del professionismo, ma appena può le supera. Come venerdì, dopo la rinuncia dell’amico Matteo Arnaldi, infortunato che applaude: “Grazie, per l’ispirazione, hai lottato per tante ore dimostrando il tuo vero valore. Non ho mai dubitato delle tue qualità e delle cose buone che hai fatto per tutti noi e per te stesso. Devi essere contento di quello che hai fatto, sei un esempio per come lo fai. Cerco di imitarti soprattutto fuori dal campo, sei l’esempio di atleta e professionista eccellente“. Ed è andato comunque sul Centrale a palleggiare per il pubblico, accompagnato dai due paggetti designati per la semifinale fantasma, invitando uno spettatore a scambiare sul campo. Se c’è uno scherzo, una festicciole, un po’ di svago e di risate c’è Flavio. Come l’anno scorso a Cincinnati quando aspettava l’onda al parco giochi con Musetti. Ma oggi la faccenda è seria: “Io e Sascha abbiamo un bellissimo rapporto, è la persona che ho più di riferimento tra i grandi. A parte Jannik e Carlos. Mi ha scritto un messaggio, mi ha ricordato che siamo amici e di lasciargli la partita come sottotesto. Non accadrà. Mi ha sempre confidato che vorrebbe vincere un torneo Slam più di qualsiasi altra cosa, ma non devo pensarci. Stavolta, devo passarci sopra”.
E sorride, sornione. O dolce?
Sarà la volta di Sverev?
Alto, biondo, potente, altezzoso, a tratti sprezzante, spesso ingiocabile con quell’uno-due servizio-rovescio al fulmicotone, forse Sascha non è amabile nemmeno per il padre e il fratello che si sono immolati come suoi angeli custodi nel tennis. Se poi ci aggiungi un paio di macchie indelebili nei rapporti con le donne, il 29enne tedesco di genitori russi ha un pessimo biglietto di presentazione. Peggiorato, da tennista, dalle tre finali Slam perse. La prima, clamorosa, agli US Open 2020 contro l’amico Dominic Thiem, da due set a zero, la seconda, due anni fa, al Roland Garros (schiantato fisicamente da Alcaraz), dove, nel 2022 si era frantumato una caviglia rischiando il tragico addio, la terza, a gennaio 2025, conclusa in lacrime sulla spalla di Sinner.
CHE RILANCIO!
Sascha sembrava ormai un trombato: dalle tante belle promesse di erede dei Fab 3 al sorpasso da parte dei ragazzi terribili Carlitos & Jannik. Però, pur sotto la Spada di Damocle del diabete che lo affligge da sempre, ha cambiato attitudine, spingendo prima e di più anche dalla parte destra ed accettando le volée e qualche variazione, e colmando il buco nero con la seconda di servizio. Tanto da ripresentarsi davanti al suo tabù Majors con l’aiutino di un tabellone senza affrontare top 20, da favorito in finale contro Cobolli, addolcito dal rapporto col romano e la sua famiglia felice, guidata da mamma Francesca: “Flavio è un bravo tennista ed un bravo ragazzo, mi piace molto anche suo padre. Sono persone speciali. Siamo diventati amici alla Laver Cup 2024 a Berlino”. Anche se aggiunge: “E’ la sua prima finale Slam e se la merita. E’ bello condividere un momento del genere con un amico, ma poi ognuno prova a battere l’altro”.
MALEDIZIONE
Chissà se reggerà alla pressione, all’idea dell’ultima spiaggia, alla cabala che gli ricorda che le ultime sei partite, quest’anno, le ha perse tutte contro gli italiani: Sinner a Indian Wells, Miami e Montecarlo, Cobolli a Monaco di Baviera, ancora Sinner a Madrid e Darderi a Roma. “L’unica cosa che posso controllare è il mio livello di gioco. Cercherò di fare le cose giuste. E se contro Mensik ho servito il 75% di prime, cercherò di arrivare al 76% sul campo che è il più duro ma anche il più bello del mondo”. Sognando il Sacro Graal.
Parola ad Adriano Panatta
Come a Roma, anche a Parigi Adriano Panatta che nel 1976 si aggiudicò uno dietro l’altro i due massimi tornei sulla terra rossa, premierà il vincitore. E dopo Jannik Sinner al Foro Italico, spera di premiare Flavio Cobolli al Roland Garros.
Adriano, se la sente di dirci se è stato più contento a Roma o sarebbe più contento oggi a Parigi nel premiare un italiano?
“Tutti pensavano che dopo 50 anni, anche a Parigi avrei premiato Sinner – che è un fuoriclasse, per carità – , ma sono molto contento che ci sia Cobolli, la finale intanto c’è ed già così è un risultato non banale. In uno Slam non è mai una passeggiata di salute. Eppoi, al di là degli infortuni, anche Berrettini e Arnaldi, hanno fatto risultati che hanno dato importanza al movimento. Musetti pure è infortunato ma tornerà. Vent’anni fa semifinali o finali di un azzurro al Roland Garros erano risultati eccezionali; oggi non c’è solo Sinner: ci sono i “non Sinner”, altri atleti veri, altri con “le palle”. E già la finale conta tantissimo per la crescita di tutto il tennis italiano”.
Ma il premio lo dà o lo prende, a Parigi per quello che è stato il suo magnifico tennis?
“La lettera di invito dei due direttori del torneo, Gilles Moretton ed Amelie Mauresmo, è una delle più belle che ho mai ricevuto. Mi hanno fatto un grande onore, avevo già premiato dieci anni fa e mi hanno richiamato. Ho giocato il torneo una ventina di volte e ho sempre avuto il tifo a favore, mai un francese contro del pubblico, anche con gli ex giocatori locali ho sempre avuto grande amicizia e stima, ricambiate, sempre avuto un gran rapporto col torneo. Il Centrale? Se giochi col pubblico di Parigi contro un francese so’ ca…i, ma anche contro un italiano a Roma ti fanno a pezzi: è normale che sia così. Però quel pubblico sa riconoscere le qualità non solo tennistiche, ma anche personali, e quando ti vede in difficoltà cerca di aiutarti. E’ un pubblico vivo, nel Centrale di Wimbledon entro in un contesto molto ecumenico, formale”.
Cobbo ha quel sorrisetto scanzonato, l’ironia, il modo di fare, anche lei era così romano: che significa, romanità?
“Ci sta tutto insieme la domanda: un po’ dissacrante, un po’ di ironia e di sano cinismo”.
Lei è un poi a metà fra Berrettini introspettivo e il Cobolli felice?
“Non conosco così bene questi ragazzi, con Berrettini ho parlato due volte, con Cobolli quattro. Personalmente appena nato già mi giravano i co….ni: in campo ero molto concentrato, non scherzavo, pensavo a quello che dovevo fare. Fuori è un ‘altra cosa: ma non è detto che l’atleta rispecchi l’uomo e viceversa”.
Lei e Cobolli avete in comune anche il TC Parioli.
“Il Parioli è sempre stato il circolo più tennistico d’Italia, insieme al Bonacossa di Milano, due circoli proprio di tennis. Oggi i circoli sono poi evoluti, multidisciplinari: hanno messo dentro il padel, la danza, le palestre. Una volta esistevano solo i circoli coi campi da tennis e la piscina casomai, per la gioia dei soci. La missione era il tennis e i suoi giocatori”.
Che legame c’è ancora fra quel suo tennis e questo?
“Le uniche cose che sono rimaste uguali sono le dimensioni del campo e l’altezza della rete. E basta. E’ cambiato tutto: le superfici, gli attrezzi, gli allenamenti, il tipo di gioco, i tetti non tetti, i teloni non teloni. Ma è normale che sia così, non è una critica, anzi, beati loro”.
Ma rimane l’indicazione: “Divertiti” di papà Cobolli al figlio. E’ davvero possibili in una finale Slam?
“Spero anch’io che Flavio si diverta: è un modo di dire, come esortare alla leggerezza, non stare ossessionato perché ti giochi uno Slam. Questo intendeva dire: “Sei arrivato a un risultato eccezionale, non hai nulla da perdere, giochi contro uno che è 3 del mondo e tutti lo danno nettamente favorito, meglio di così non puoi andare in campo. Poi lotti per vincere”. Lo fa anche per smorzare la tensione, una finale Slam è una finale Slam”.
La rinuncia di Arnaldi, il via libera senza giocare, carica o scarica?
“Sinceramente non lo so, ho una pessima memoria, ma penso che non mi sia mai successa una cosa del genere. Forse un primo turno ma non in una semifinale Slam”.
Che cosa la colpisce di Cobolli come persona e come atleta?
“E’ un bravo figlio, si vede dal sorriso spontaneo, buono, in campo è un po’ gradasso, ha tutti i pregi e i difetti di un buon italiano. Ha un grande fisico, il fatto che abbia giocato a calcio nelle giovanili della Roma significa che ha gamba da calciatore che non è poco, è un grande vantaggio, si muove bene, è molto forte nella parte inferiore. Come tennis gioca bene un po’ tutto, ha ancora margine di miglioramento in tutti i colpi. Quattro anni fa passò col padre a Treviso, che mi chiamò e mi disse: “Ci salutiamo, così dai uno sguardo anche a Flavio”. Io vidi subito che aveva grandi possibilità e gli dissi: “Posso dirti solo una cosa, se decidi dentro di te di diventare un tennista professionista, diventi molto molto forte, ma devi deciderlo tu”. Lo vedevo molto esuberante, meno professionale di adesso, evidentemente ha capito che c’è un solo modo per diventare giocatore, allenarsi, fare le cose per bene, quello che si fa”.
Che ne pensa il romano de Roma Panatta di Roma caput sport per organizzare l’Olimpiade estiva 2036 o 40?
“Ricordo perfettamente l’Olimpiade del 60 e tutti i lavori che facevamo quando fu abbattuto lo stadio Torino, dove dopo ci hanno fato lo stadio Flaminio, mio nonno Pasquale era custode lì. Hanno dimezzato il Parioli dove giocavo io e l’hanno portato a Forte Antenne, la via Olimpica ancora ci sta. Roma cambiò grazie ai Giochi. I baraccati del dopo guerra che stavano vicino a dove oggi ci sta il bowling furono sfrattati dal Comune di Roma che costruì le case popolari e creò il Villaggio Olimpico. Il progetto Parco del Foro Italico già c’è, lo Stadio Olimpico pure e tutte le altre strutture di più sport, volendo si possono fare grandi cose. Di certo, dopo l’Olimpiade del 60 Roma cambiò tanto, si vedevano le migliorie”.
Roma è favorita nella tradizione sportiva anche per il clima, la posizione geografia al centro dell’Italia.
“C’è anche tradizione turistica: quante volte negli anni passati dicevamo che i giocatori venivano al torneo di tennis anche per la bellezza della città? Roma ha tutto per diventare la capitale anche dello sport”.
Ma torniamo a Cobolli: oggi vince la finale del Roland Garros se…?
“Se la partita diventa una rissa, sanguigna e sanguinolenta, allora può vincere. Sulla lotta è più adatto di Zverev. Se dovessi essere coinvolto on una rissa nel bar di Caracas vorrei accanto a me Cobolli e non Zverev. Lo vedo più adatto alla situazione”.
Vincenzo Martucci (Tratto dal messaggero del 7 giugno 2026)
