All’esordio nella classe regina, Ai Ogura, 25 anni, ha le idee chiare: “Sto imparando e so che devo lavorare tanto”. Il campione del mondo in carica della Moto2 (Diogo Moreira potrebbe conquistare il titolo in questo weekend portoghese, penultima tappa della stagione), primo giapponese a vincere un Mondiale dopo Hiroshi Aoyama (2012), correrà nel Trackhouse MotoGP Team anche nel 2026. Il prototipo, lo stesso del compagno di squadra (confermato) Raúl Fernández, è un’Aprilia RS-GP.
Che voto dai al tuo debutto?
“Direi 4. Non lo considero negativo e, al tempo stesso, non posso dire di essere soddisfatto. Però non mi ero prefisso obiettivi, quindi non sono nemmeno deluso”.
È stato difficile metterti alla guida di un prototipo?
“Prima di salirci sopra, non avevo aspettative, a dire la verità. Quando mi sono messo in sella, ho cominciato a prendere le misure. Non è stato facile capire la moto, ma non è una questione di MotoGP: mi è capitato in tutte le categorie, e non ho trovato grandi differenze tra Moto2 e MotoGP. Certo, la velocità di queste moto è impressionante”.
Come sei diventato un pilota?
“Papà correva e mi ha spinto a gareggiare a 3 anni su una pocket bike. Mi sentivo obbligato a farlo, non volevo, così ho smesso a 5 anni. Mi piaceva di più giocare a calcio con gli amici. Poi, però, ho ricominciato”.
Cosa ti ha fatto cambiare idea?
“Non lo so. Frequentavo comunque ogni weekend i circuiti perché mia sorella correva e, a un certo punto, mi è venuta voglia di tornare in pista”,
Tua sorella corre ancora: chi è il più forte?
“Sulle pocket bike, lei”.
Ti dà qualche consiglio?
“No, ma ogni tanto mi raggiunge in circuito, insieme a papà”.
Hai subìto diversi infortuni, di cui tre negli ultimi tre anni: ti è mai passato per la testa di ritirarti?
“No, sono troppo giovane e sono stati problemi fisici non particolarmente gravi. Sono stato fortunato, come per l’opportunità che ho avuto di tentare questa carriera”.
Come ti alleni?
“Niente palestra, a volte corro, altre pedalo. Utilizzo soprattutto la moto, mi piace molto il motocross”.
Hobby?
“Pescare, a Barcellona, dove abito, ormai conosco vari posti giusti, e uscire con gli amici. Pura normalità”.
Hai un motto?
“Mentre la gara si avvicina, mi dico di stare tranquillo. Perché per me è come un esame a scuola: se hai lavorato bene, se sei preparato, non devi preoccuparti. Non sento pressione, non ho bisogno di motivazione: il weekend è un test e basta. Dire che è inaccettabile arrivare decimo, per esempio, lo trovo assurdo. Se finisco terzo, primo, ottavo, non cambia granché. So quello che ho fatto e il resto non conta”.
In griglia di partenza hai idea del risultato che arriverà alla bandiera a scacchi?
No: è il motivo per cui mi ripeto che devo dare il massimo”.
