Fra tutti i giocatori che hanno deciso la finale di un Campionato europeo, Ponedel’nik, il mattatore della finale di Euro 1960, è sicuramente il meno noto. Solo per citare i suoi coevi, non c’è paragone con Gigi Riva, Gerd Müller, Antonin Panenka; senza considerare chi è venuto dopo, da Michel Platini a Marco van Basten. Di lui esistono poche foto, fosche, per non parlare dei contributi video, tutti di bassa qualità, sgranati. Di quell’Europeo, infatti, non importava poi molto. L’Europa si era mossa con grande ritardo, almeno rispetto al continente con cui divideva la leadership del calcio: la prima edizione della Copa America, la rassegna omologa riservata alle nazionali sudamericane, risaliva infatti addirittura al 1916. Quando in Europa si moriva nelle trincee della prima guerra mondiale in Sud America si giocava a calcio ai massimi livelli.
Ci deve pensare Henri Delaunay, il dirigente della UEFA che più di tutti ha creduto nel progetto di una coppa europea per nazionali. Non che abbia trovato terreno fertile, anzi. Per molti addetti ai lavori dell’epoca un campionato continentale avrebbe rappresentato più che altro un fattore di disturbo tra un mondiale e l’altro: così aveva detto Sepp Herberger, allenatore della Germania Ovest. Nel 1957, davanti al congresso UEFA, il presidente della FIFA Jules Rimet aveva fatto eco:
“Vogliamo davvero che in ciascuno dei nostri paesi il calcio venga confinato su un unico livello, quello della competizione? La dimensione competitiva viene eccessivamente enfatizzata, con il rischio di dare fin troppo spazio alla commercializzazione”.
Troppe partite e troppa attenzione al denaro, questo il succo del discorso. Chissà cosa direbbe Monsieur Rimet del calcio di oggi, undici mesi su dodici in campo e sessanta partite di media per i giocatori delle squadre più importanti d’Europa.
Alla fine, nonostante tutto, l’Europeo si fa. All’appello rispondono diciassette federazioni. Diciassette sulle trentatré iscritte in quel momento alla UEFA. Niente Inghilterra, niente Germania, niente Italia. Il nostro calcio viene da un decennio di disastri assortiti. La nazionale è stata affidata a nove commissioni tecniche diverse che si sono succedute ricavando poco o nulla; tante teste, molta confusione, scarsa programmazione. La verità è che a mancare è soprattutto la materia prima. Da Superga in poi l’Italia ha potuto contare su un solo talento all’altezza della tradizione, Giampiero Boniperti.
Nel 1953, all’indomani della rovinosa sconfitta per 0-3 contro l’Ungheria di Puskás nella partita che inaugura lo stadio Olimpico di Roma, ecco la decisione radicale: niente più stranieri, frontiere chiuse a doppia mandata. L’auspicio è che dando spazio ai vivai le cose in qualche modo possano cambiare. Intanto, porte chiuse ai nuovi stranieri in campionato e niente Europeo per la nazionale. La paternità del provvedimento è stata attribuita all’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio: Giulio Andreotti.
Calcio e politica. Due mondi che da sempre attraggono, si respingono, a volte confliggono. Come nella prima edizione della Coppa Henri Delaunay giustamente intitolata al padre della competizione continentale per nazionali. Le diciassette squadre diventano sedici dopo che nel turno preliminare la Cecoslovacchia ha eliminato la Repubblica d’Irlanda. La formula è semplice: ottavi e quarti con partite di andata e ritorno poi semifinali e finali in gara unica. Lo snodo cruciale si colloca all’altezza dei quarti: Spagna-Unione Sovietica. Sulla carta, e tenendo sempre presente chi non partecipa, è la madre di tutte le partite, una finale anticipata. Spagna vuol dire Alfredo Di Stéfano, l’uomo che ha fatto grande il Real Madrid ma che per svariati motivi non ha ancora trovato una nazionale che possa valorizzarne l’immenso talento, Unione Sovietica significa Lev Jašin, il portiere più forte del mondo, che ha scelto il calcio dopo aver vinto il titolo nazionale nell’hockey su ghiaccio e che con la sua mole imponente fa sembrare piccolissima la porta al malcapitato che gli si presenta davanti.
Di Stéfano-Jašin, dunque. O almeno così dovrebbe essere, duello per palati fini. Solo che Spagna-Unione Sovietica può essere letta anche in un altro modo: franchismo contro comunismo. Eccola, di nuovo, la politica. Ponedel’nik e compagni in preparazione al quarto di finale con la Spagna affrontano in amichevole la Polonia allo stadio Lužniki; per “Lunedì”, questa la traduzione del cognome in italiano, è la prima volta in nazionale. Ci sono 105.000 spettatori. Fa capolino tra la folla Helenio Herrera, l’allenatore della Spagna, e con lui i vertici della federazione; l’URSS vince 7-1 e Ponedel’nik realizza una tripletta. Una volta tornati a Madrid, i dirigenti spagnoli sono convocati da Francisco Franco. Il caudillo chiede loro se ci siano garanzie certe di vittoria contro l’URSS. Nella stanza piomba un silenzio tombale. E, allora, rapido giro di telefonate e un’unica lapidaria frase da riferire all’altra parte del ricevitore:
“URSS-Spagna non si gioca per assenza di relazioni diplomatiche”.
Il motivo? L’Unione Sovietica aveva sostenuto i repubblicani contro i falangisti di Franco nella guerra civile spagnola. Tra sport e politica, insomma, aveva vinto la seconda. Come due anni prima, quando il caudillo aveva vietato al Real Madrid di volare in Lettonia per affrontare l’ASK Riga nella semifinale della neonata Coppa dei Campioni di basket. Le Furie Rosse, Suarez in testa, ci rimangono male. In extremis, a Madrid suggeriscono di giocare la sfida in gara secca e in campo neutro, ma la proposta è respinta al mittente. Mica male per l’URSS: in un colpo solo avanzavano di un turno e si levano di torno una delle nazionali più competitive.
A questo punto è il momento di togliersi una curiosità. Perché Ponedel’nik si chiama così? Perché “Lunedì”? Bisogna risalire al 1861, quando lo zar Alessandro II dispone l’abolizione della servitù della gleba, un provvedimento che interessa da vicino gli antenati del centravanti sovietico. L’iter burocratico prevede che i nomi degli ormai ex servi della gleba vengano inseriti in appositi registri. Secondo la leggenda familiare, un bel momento l’impiegato di turno, forse dopo aver bevuto un bicchiere di vodka di troppo, sarebbe andato in confusione trascrivendo il giorno della settimana nella colonna destinata ai nomi delle persone. E che giorno era? Ovviamente, lunedì.
La fase finale del primo Campionato europeo per nazioni si disputa in Francia. Un atto dovuto. Era francese Henri Delaunay, venuto a mancare nel 1955, quando ancora il torneo era nella testa sua e di pochi altri visionari. Inoltre, la Francia è L’unico paese a essersi candidato. A dir la verità s’era fatta avanti anche la Spagna, ma si è visto com’è andata a finire. In Francia il programma prevede quattro giorni di partite, dal 6 al 10 luglio, e due città come sedi, Marsiglia e Parigi. Con Francia e Unione Sovietica troviamo Jugoslavia e Cecoslovacchia.
Quello che balza subito agli occhi è la presenza massiccia dell’ Europa dell’Est, quella parte del continente che più d’ogni altra ha creduto nel progetto, magari con un occhio a fini propagandistici. Colpiscono, a leggerli oggi, i nomi: Unione Sovietica, Jugoslavia, Cecoslovacchia, nazioni che sulla carta geografica non ci sono più, spazzate via a distanza di pochi anni l’una dall’altra con buona pace dell’astronauta sovietico del noto spot dell’atlante Deagostini. I favori del pronostico andrebbero alla Francia che oltre a giocare in casa viene dal terzo posto al Mondiale svedese di due anni prima, solo che all’appello non rispondono causa infortuni Just Fontaine, Raymond Kopa e Roger Piantoni, i tre più forti. E difatti i transalpini perdono la loro semifinale contro la Jugoslavia.
Un suicidio sportivo più che una sconfitta: la Francia al Parco dei Principi conduce 3-1, poi 4-2. Sembra fatta, tenuto conto che manca un quarto d’ora alla fine, e invece gli slavi segnano tre gol in quattro minuti e si mettono in tasca la finale. Tutto secondo pronostico, invece, al Vélodrome di Marsiglia fra Unione Sovietica e Cecoslovacchia: vince facile la Sbornaja, come viene chiamata la nazionale di Mosca, doppietta di Valentin Ivanov e rete del definitivo 3-0 di Ponedeľnik.
“Lunedì” è solo alla terza presenza in nazionale e in realtà non dovrebbe esserci lui al centro dell’attacco. Il più forte, e non solo in quel ruolo, è un altro, come lui classe 1937. Si chiama Èduard Strel`cov e qualcuno si è spinto a chiamarlo “Pelé bianco”. Solo che da un paio d’anni passa le sue giornate in un gulag siberiano: una storiaccia di presunte violenze sessuali che lui ha sempre negato di aver commesso e che gli costerà una fetta importante di carriera. Fuori causa Strel’cov, Ponedel’nik ha la strada spianata. Anche se gioca nel Rostov, squadra dell’omonima città sul fiume Don situata a un migliaio di chilometri da Mosca. Una zavorra non da poco: nel calcio sovietico contano soprattutto – se non solo – i club della capitale. Il ragazzo sa di essere il titolare designato, anche per mancanza di alternative, ma convive con un problema piuttosto serio: soffre di improvvisi attacchi d’asma. Nel ritiro della nazionale alle porte di Mosca è stata allestita una stanza appositamente per lui: è lì che i medici lo portano e lo curano quando il respiro comincia a mancare. Narrano che si tratti della stessa stanza nella quale vent’anni prima era stato tenuto prigioniero il generale nazista Friedrich Paulus, l’uomo di Stalingrado, uno degli snodi decisivi per le sorti della Seconda guerra mondiale. E ogni tanto qualche compagno di nazionale prende in giro Ponedel’nik chiamandolo “Paulus”.
Nessun problema di asma quel 10 luglio 1960 allo stadio Parc des Princes. Il centravanti dell’Unione Sovietica è in una forma strepitosa e nemmeno le avverse condizioni meteo lo turbano. Fa freddo, c’è molta umidità. A un certo punto comincia a piovere. E ancora una volta al calcio si aggiunge la politica. Erano anni di rapporti difficili fra Tito e Chruščëv. Comunisti sì, ma ciascuno a modo suo. La Jugoslavia vuole vincere a tutti i costi, con qualsiasi mezzo, perché questo è l’input arrivato da Belgrado. Viene fuori una partita nervosa. Lo stadio è semivuoto ma i pochi francesi presenti dopo un’iniziale equidistanza decidono di sostenere l’URSS. Verso la fine del primo tempo la Jugoslavia passa in vantaggio. Gol di Milan Galić. Un’autentica prodezza, solo così si poteva far gol a Jašin. Il giocatore jugoslavo che troneggia sugli altri è, però, Dragoslav Šekularac, un centrocampista talmente completo, dotato di tecnica e visione di gioco che i brasiliani lo invitano a tenere lezioni nelle loro scuole calcio.
Negli spogliatoi, alla fine del primo tempo, l’allenatore sovietico, Kačalin, si avvicina ai suoi giocatori. Le solite indicazioni del tecnico ai propri uomini. Le parole più profonde, però, le pronuncia il dirigente Andrej Stàrostin.
“Nel primo tempo non avete mostrato nulla. Le nostre vere capacità rimangono ancora un mistero per l’avversario. C’è un paese intero che non dorme in attesa di notizie da Parigi. Non potete deludere tutta quella gente.”
Le vibrazioni nell’aria mutano. Il pareggio arriva in apertura di ripresa: tiro dalla distanza di Valentin Bubukin, respinta corta del portiere Blagoja Vidinić, tocco ravvicinato di Slava Met’reveli. L’URSS non ha paura di perdere. La squadra è composta da gente cresciuta negli anni a cavallo della seconda guerra mondiale. Quella rosa è l’espressione di un calcio che si pratica nelle strade, nei cortili. Ore e ore di solo pallone, saltando anche la scuola. Gente testarda. Gente che sapeva che la finale di Parigi sarebbe stata la partita della vita. In campo, però, c’è anche l’avversario. La Jugoslavia di errori difensivi da lì in avanti non ne commette più e così si va ai tempi supplementari.
Dopo il novantesimo i giocatori dell’URSS si siedono sul campo. L’erba è bagnata, fa freddo. Eppure, l’undici schierato da Kačalin pare non sentirlo. Qualcuno si sdraia e chiude gli occhi come a cercare la concentrazione. Nessuno è minimamente sfiorato dal pensiero che si possa perdere. E poi qualche sovietico ha notato che sul finire del secondo tempo qualcosa nelle file della Jugoslavia è cambiato. C’erano stati molti errori, i giocatori si rimproveravano uno con l’altro. Era il segnale che il gioco di squadra non c’era più. Le anime serbe, croate e slovene iniziavano a litigare. Intanto l’orologio corre veloce verso le 22 ora di Parigi, le 24 di Mosca. Nel cuore dell’Unione Sovietica la domenica si appresta a lasciare il posto al lunedì, o meglio, a… Ponedeľnik.
A sette minuti dalla fine, Meshki lavora un pallone sulla sinistra. In area ci sono Ponedeľnik e Ivanov. Il secondo con il suo movimento si porta via due avversari, così Ponedeľnik si ritrova libero da marcature. L’attaccante del Rostov fa segno a Meshki di crossare. Il pallone è al bacio. Un bacio alla francese. Si tratta solo di scegliere il tempo dello stacco di testa. Una delle specialità di Ponedeľnik che, però, non riesce nemmeno a vedere la traiettoria che ha impresso alla sfera. Dalle urla provenienti dalle tribune capisce che qualcosa dev’essere successo. Un insieme di corpi fradici e infangati lo spinge sull’erba. L’URSS è in vantaggio. La vittoria è a un passo.
C’è un’altra cosa, però, che l’attaccante in maglia rossa non è riuscito a vedere: la reazione che si scatena a Mosca. Glielo riferiranno solo il giorno dopo. In Unione Sovietica non c’è diretta TV per la partita. La gente deve accontentarsi della radio. A raccontare la finale è Nikolaj Osirov, una voce leggendaria. Quando Ponedeľnik realizza il gol si mette a urlare:
“Lunedì ha segnato di lunedì!”.
Ignoto il numero di volte che l’abbia ripetuto. Un gioco di parole che poi sarebbe stato ripreso da tutti i giornali. L’URSS è campione d’Europa. Per i russi è tempo di un giro d’onore al Parco dei Principi con la coppa che passa di mano in mano. Poi bisogna telefonare a casa e i familiari non fanno che ripetere che tutto il paese è rimasto sveglio, incollato alle radio. A Mosca non c’era una finestra che non fosse illuminata. Alla fine, la gente si era riversata nelle strade a festeggiare. Cose mai viste per una partita di calcio. Di giro d’onore con la coppa i giocatori ne avrebbero avuto altro, una volta tornati a Mosca. Gli eroi di Parigi raggiungono direttamente lo stadio Lužniki, ciascuno a bordo di un’auto scoperta. Vestono la tuta di allenamento con la scritta Cccp. Le tribune sono strapiene, come se la finale si dovesse ancora giocare. Ma invece è solo l’omaggio che il popolo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche tributa ai suoi eroi.
Fra la finale del Parco dei Principi e la passerella di Mosca, però, c’è ancora un episodio da raccontare, un tassello del mosaico che deve andare al proprio posto. All’indomani della vittoria contro la Jugoslavia la squadra è ancora a Parigi. Il programma prevede una cena di gala nel ristorante della Torre Eiffel. I giocatori, che la sera prima si sono concessi un paio di birre nei dintorni del loro albergo, hanno alle spalle pochissime ore di sonno. La voglia di tornare a casa è tanta. A un certo punto, l’attenzione si concentra su un signore distinto, cappello e sigaro in bocca, che comincia ad aggirarsi fra i tavoli. I giocatori, quasi increduli, cominciano a darsi di gomito.
“Ma quello…”
“Di- ci che sia lui?”
“Ma no, non è possibile!”
E invece è proprio lui, Santiago Bernabéu. Il presidente delle cinque Coppe dei Campioni consecutive conquistate dal Real Madrid, l’ultima proprio poche settimane prima dell’Europeo per nazioni. Ma cosa ci fa Bernabéu sulla Torre Eiffel?
La curiosità dei neo campioni è tanta, a soddisfarla basta un attimo. Bernabéu ha qualcosa in tasca e lo tira fuori: è un libretto degli assegni. Adesso è tutto chiaro. Sta facendo calciomercato. Il suo Real Madrid è arrivato alla fine di un ciclo irripetibile. Alfredo Di Stéfano sta per compiere trentaquattro anni, Ferenc Puskas ne ha soltanto uno di meno. Bisogna pensare ai ricambi. E chi meglio di quei ragazzi che hanno dato spettacolo battendo prima la Cecoslovacchia e poi la Jugoslavia? Con l’ausilio di un interprete si rivolge a Ponedeľnik e ad alcuni suoi compagni: Jašin, Igor Netto, Met’reveli, Ivanov.
Cinque sovietici trapiantati in un colpo solo in un club come il Real – che era pur sempre la squadra più in vista della Spagna di Franco – sono, però, un po’ troppi. specie in un momento storico come quello. Santiago Bernabéu sulla Torre Eiffel è salito davvero, solo che ne è disceso con il suo carico di sogni rimasti tali: i dirigenti non tardano a comprendere quello che sta succedendo. Si precipitarono dai calciatori e dicono all’interprete di riferire al Bernabéu che i cinque sono tutti sotto contratto e non possono accettare. Un piccolo dettaglio: nel calcio dell’Unione Sovietica non ci sono contratti, non esiste il professionismo nell’accezione odierna del termine.
Attorno ai sovietici si aggireranno sempre operatori di mercato pronti a presentare offerte principesche. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. Al punto che in occasione delle trasferte viaggiava sempre con la squadra, che fosse il club o la nazionale, qualcuno del KGB. I calciatori non erano mai lasciati soli, soprattutto quando capitava di girare per strada o di entrare in un locale, in un negozio. Viktor Ponedelnik sarebbe rimasto al Rostov e Santiago Bernabéu avrebbe chiesto a Di Stefano e Puskas di tener duro ancora qualche anno.
Ma quanto frutta ai campioni d’Europa il titolo vinto a Parigi? Presto detto: il corrispettivo di duecento dollari a testa. Anche se qualcuno parlò di leggendarie donazioni di auto, appartamenti e benefit vari. Si trattava per la maggior parte di invenzioni. Come quella secondo la quale Nikita Chruscev avrebbe personalmente donato una vettura di lusso all’autore del gol decisivo. Domanda che a Viktor Ponedelnik negli anni hanno posto dieci, cento, mille volte. Memorabile il botta e risposta con il periodico Sport-Express nel 1995:
“È vera la storia della macchina in regalo? Certo, è vera. Solo che io questo regalo non l’ho ancora ricevuto.”
