Dalla difesa delle Lionesses di Londra al prato del Lanfranchi di Parma. Sulla maglietta che indossa un messaggio che non ammette repliche: “Tutti guardano lo sport femminile”, un manifesto più che un semplice capo d’abbigliamento. Elena Linari, classe 1994, colonna della Nazionale Italiana di calcio, è tra i 4.376 spettatori accorsi a sostenere le Azzurre del rugby contro l’Inghilterra.
Non è una spettatrice qualunque, e non è qui per caso. Per lei, il rugby è una sorta di “Madeleine” di Proust, un ritorno alle origini e ai valori più puri della competizione.
UNA PASSIONE DI FAMIGLIA (E AMICIZIA)
Il legame di Elena con l’ovale nasce lontano dai riflettori, in casa: “Non ho mai giocato a rugby, se non una parentesi all’università, ma mio babbo mi ha trasmesso questa passione. Sono cresciuta ammirando l’Italia forse più famosa, quella di Parisse, Castrogiovanni e dei fratelli Bergamasco”.
È un amore che le ha lasciato in dote radici profonde e valori solidi. Tanto che, di fronte a un improvviso cambio di programma sportivo, la scelta della destinazione è stata immediata: “Oggi ho avuto la fortuna di avere un giorno libero imprevisto – racconta a bordo campo – e così ne ho approfittato per venire a godermi la partita insieme ai miei genitori”.
Un ritorno al passato in piena regola. “Il rugby, infatti, mi fa tornare in mente proprio quelle emozioni di libertà, tranquillità e quella sana confusione che vivevo da piccola con i miei”, ci dice. Ma c’è anche un filo rosso che unisce il prato del Lanfranchi a Londra. Proprio nella capitale inglese, Linari ha stretto un legame forte con Silvia Turani, punta di diamante del rugby azzurro in forza alle Harlequin Ladies. Due atlete che vivono il professionismo all’estero, ai massimi livelli mondiali, ma che non dimenticano da dove sono partite.
IL CONFRONTO: DOVE IL CALCIO DOVREBBE IMPARARE
Ciò che affascina la calciatrice fiesolana è l’equilibrio quasi magico tra la durezza del campo e la cultura del rispetto. Un equilibrio che, ammette con onestà, nel calcio a volte vacilla. “Il rugby è uno sport di estremo contatto, ma anche di estremo fair play, di rispetto. Nella vita normale queste due cose a volte cozzano, penso anche al calcio attuale. Se una partita diventa ‘cattiva’ o piena di falli, spesso si perde il rispetto per l’avversario. Ci si dimentica che alla fine è un gioco: devo divertirmi e far divertire.”
Il punto focale del suo discorso è però il rapporto con la direzione di gara: “Nel rugby c’è un rispetto totale verso l’arbitro, uomo o donna che sia. È un aspetto che nel calcio, purtroppo, a volte perdiamo di vista.”
IL SENSO DI UNA SFIDA COMUNE
Per Linari, vedere le colleghe rugbiste lottare contro le giganti inglesi è uno specchio del suo percorso. Se il calcio femminile ha fatto passi da gigante verso il professionismo, il rugby mantiene ancora quel contatto verace e senza filtri con la propria base. “Le disavventure che vivono loro oggi sono le stesse che ho vissuto io da piccola”, spiega Elena. “Ma la bellezza è proprio la passione: quando vedi persone che condividono il tuo stesso amore per il gioco, restituisci tutto quello che hai. Nel calcio femminile questo contatto stretto con i tifosi è ancora possibile, ed è un valore che dobbiamo difendere.”
A Parma, per un giorno, Linari si è goduta il lusso di essere “solo” una tifosa, arricchendo i suoi profili social con scatti dal sorriso contagioso: “Per una volta sono dall’altra parte, senza scendere in campo ma con la stessa adrenalina. Che bello vivere lo sport in tutte le sue forme”.
Un messaggio che è un invito che scavalca le discipline: lo sport fa bene, sempre. Ma il rugby, con il suo leggendario terzo tempo, sembra avere quel pizzico di magia in più che Elena Linari ha deciso di portarsi dietro, come un amuleto, anche sui campi di calcio.
