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Calcio

Una piccola nazione a cavallo dei Pirenei

Da Riccardo Maggioni 14/04/2026

Nel panorama italiano, si è spesso parlato dell’Athletic Club come di una favola. E' davvero così?

“C’era una volta”. Solo a sentire queste parole, torniamo tutti bambini. Poche hanno avuto la stessa fortuna, poche hanno la stessa potenza, capaci come sono di trasportarci in un universo fantastico, sospesi tra realtà e finzione. Un mondo altro rispetto a quello in cui viviamo. Eppure, non tutti i “c’era una volta” richiedono fantasia e immaginazione. Alcuni, invece che essere ambientati in un “paese lontano lontano”, restano qui accanto a noi. Non sono favole, ma pagine di storia.

Alla fine dell’Ottocento, Bilbao è uno snodo commerciale di vitale importanza nel nord della Spagna. Ogni giorno, centinaia di marinai, ingegneri e lavoratori inglesi giungono nel golfo di Biscaglia, risalgono la Ría de Bilbao e fanno capo nel suo porto, dove scambiano prodotti e denaro con grandi quantitativi di ferro, estratto dalle ricche miniere locali. Anche in questo caso, chi arriva porta con sé cultura, tradizioni e usi del suo paese. Così, accanto agli sport più comuni nella regione, si inizia a praticare il “football” britannico, che riscuote da subito un enorme successo. Dopo alcuni anni, nel 1898, vede la luce la prima squadra basca, protagonista del nostro racconto: l’Athletic Club, spesso erroneamente chiamato Athletic Bilbao.

Al tempo, in mancanza di una regolamentazione condivisa, molti tra i lavoratori inglesi residenti in Spagna prendono parte alle partite dei club locali anche senza essere regolarmente registrati. Le irregolarità iniziano a generare polemiche sempre più accese, fino a sfociare, in occasione della Copa del Rey del 1911, in sanzioni e squalifiche. In risposta a questa situazione, i vertici dell’Athletic prendono una decisione tanto estrema quanto rivoluzionaria: da quel momento in avanti, il club avrebbe tesserato solamente giocatori baschi.

A tal riguardo, un chiarimento fondamentale. Cosa significa, nel quadro di questa politica societaria, essere basco? In altri termini, quali requisiti si devono soddisfare per vestire la maglia biancorossa? Un’intervista recente di Cronache di Spogliatoio a Mikel González, director of football del club, viene in nostro aiuto. Per diventare un giocatore dell’Athletic bisogna essere nati o essersi formati nel territorio dell’Euskal Herria, il cosiddetto “Paese Basco”, l’insieme di 7 province a cavallo dei Pirenei, delle quali 4 spagnole e 3 francesi. Il reclutamento dei giocatori, dunque, travalica i confini nazionali dei due paesi: i calciatori del Bilbao, come tutti gli abitanti della regione, sono legati tra loro da un profondo sentimento identitario e dalla condivisione di un forte background culturale, sociale e simbolico. Basco, prima che spagnolo o francese. L’esempio migliore è la persistenza dell’Euskara, un idioma specificamente locale, che non presenta rapporti diretti con le altre lingue del ceppo indoeuropeo.

Fatte le dovute presentazioni, entriamo nel vivo di questo incredibile sistema. Potendo tesserare solo baschi o formati tali, l’Athletic ha un bacino di giocatori tra cui pescare di proporzioni estremamente limitate rispetto a quello degli altri club. «Se abbiamo un problema e ci manca la seconda punta in prima squadra – sempre secondo González – non possiamo andare sul mercato come fanno tutti, guardare in una lista di 6/7 obiettivi e scegliere chi comprare». Per forza di cose, dunque, la società deve compensare le mancanze quantitative puntando esclusivamente sulla qualità. In altre parole, valorizzare i giovani calciatori del suo territorio. Difatti, la maggior parte dei guadagni del club viene investita nella costruzione di una «tela de araña», un sistema capillare di produzione e tutela del talento. L’Athletic intrattiene strettissimi rapporti con più di 160 società affiliate nel Paese Basco. È il cuore pulsante di un vasto progetto di fidelizzazione e di finanziamento delle loro sedi e strutture. Queste ne condividono idee e prospettive, ne sposano la filosofia, ne riproducono il modello. Un esempio concreto: i ragazzi delle affiliate ricevono supporto medico in caso di infortuni gravi, per strutturare percorsi di recupero più efficienti.

Gli impianti di Lezama sono il quartier generale della società. Grazie ai 147.600 m² di estensione e ai sette campi disponibili, vi si allenano, oltre alla prima squadra, il Bilbao Athletic (l’under-23, che milita in terza divisione), il Baskonia (che raccoglie i migliori under-19, in quinta divisione), la Primavera e, a seguire, le squadre del settore giovanile. Questo facilita il perseguimento di una linea condivisa e riduce al minimo i rischi di dispersione del talento, di cui oggi si parla tanto in Italia: l’obiettivo è assistere i bambini e i ragazzi, accompagnandoli adeguatamente nel loro percorso e attenuando quei salti di categoria che possono risultare traumatici.

Progettualità, investimento sui giovani, strutture, fidelizzazione. Tutto ciò ha portato il Bilbao a grandi successi: lo dimostrano i 35 trofei nazionali, che ne fanno la terza squadra più titolata di Spagna, nonché i nomi provenienti da Lezama. Solo tra i più recenti Iñaki e Nico Williams, Unai Simon, Kepa, Laporte, Aduritz, Muniain.

Nel panorama italiano, si è spesso parlato dell’Athletic come di una favola. Un modello tanto romantico quanto illusorio, perché irreplicabile in altri contesti. C’è chi ha persino voluto evidenziare qualche strappo alla regola dell’appartenenza basca, quasi a sostenere che anche i biancorossi si stiano, piano piano, piegando alle logiche di mercato. Crediamo, però, si debba guardare la questione da una luce diversa. È sicuramente vero che l’Athletic è un modello atipico se lo si guarda in quanto club. Ma questo non costituisce in alcun modo un limite alle sue potenzialità, anzi. Avendo deciso di adottare una politica così stringente, riducendo a zero gli interventi sul mercato e puntando esclusivamente sul materiale umano disponibile, il Bilbao ha smesso di essere una squadra come tutte le altre. Davanti a noi abbiamo, fondamentalmente, la nazionale basca.

Quanto descritto non ha dunque nulla di magico o di miracoloso, ma è piuttosto il frutto di una linea societaria attenta e lungimirante. In un momento storico come quello che il nostro calcio sta vivendo a livello nazionale, in cui si va disperatamente cercando una via da imboccare per risollevarsi, crediamo che questa piccola nazione a cavallo dei Pirenei, costruita nel tempo e con il lavoro, sia un modello a cui abbiamo quantomeno l’obbligo di guardare. Noi che, nella nostra penisola, avremmo un bacino di talento venti volte superiore al loro. Noi che, tristemente, non siamo più capaci di valorizzarlo.

Tags: #AthleticBilbao

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Nota sull’autore: Riccardo Maggioni

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