Alla domanda su quale film suggerire ad un appassionato di calcio, risponderemmo sicuramente “L’arte di vincere”, pellicola di Bennett Miller con Brad Pitt protagonista. Per coloro che hanno avuto l’occasione di vederlo, la proposta potrebbe a primo impatto non essere soddisfacente: “Moneyball” (questo il titolo originale) non parla infatti di pallone, ma racconta la vicenda che ha riguardato, ormai più di vent’anni fa, la squadra americana di baseball degli Oakland Athletics. Eppure, ci sono molti più spunti qui che altrove per comprendere l’evoluzione odierna del nostro sport. Chiediamo dunque agli scettici un po’ di pazienza.
Primi anni duemila. Gli Oakland Athletics (gli “A’s”) sono una squadra di successo nel panorama della Major League, ma dalle disponibilità economiche molto più ristrette di altre superpotenze del campionato. Come spesso accade anche nel calcio, questo produce inevitabili risvolti, tra i quali la cessione dei migliori giocatori alle società più ricche e l’esigenza di ricostruire continuamente la rosa con un budget ridotto. È in questo contesto che di necessità è stata fatta virtù. Nella pre-season del 2002, Billy Beane, general manager degli A’s, decide di adottare un metodo di reclutamento dei giocatori molto diverso rispetto a quello tradizionale. Invece che affidarsi all’istinto e all’intuizione degli osservatori, Beane si serve degli studi di “sabermetrica” di Bill James, un audace tentativo di ridurre le diverse qualità di ciascun atleta ad una singola
cifra. L’obiettivo: raggiungere una conoscenza statistica e quanto più oggettiva del baseball.
I freddi numeri irrompono sulla scena, ne diventano il fulcro e scalzano preconcetti, sensazioni e simpatie degli scout. Individuando valori invisibili agli occhi delle altre squadre, Beane acquista giocatori svincolati e sottovalutati, che, dopo un inizio di stagione più che complicato, portano gli Oakland Athletics a vincere la West Division, siglando il record assoluto di venti vittorie consecutive. L’applicazione del modello sabermetrico di James rivoluziona il baseball: nel corso degli anni, sempre più società iniziano, sulla scorta di Oakland, a integrare l’analisi dei dati nei propri processi decisionali e gestionali. “Moneyball” diviene un’etichetta per indicare la massimizzazione del rendimento sportivo con risorse economiche limitate. Le speranze delle piccole società di ribaltare lo schiacciante divario con i giganti prendono finalmente un nome e un volto, quelli di Billy Beane.
Data la portata del cambiamento, non stupisce che la vicenda abbia travalicato i limiti del baseball. E se è vero che nel calcio di oggi tutti si servono dei dati, il modello Moneyball ha trovato nel nostro sport alcune applicazioni tanto radicali quanto virtuose. Uno su tutti, Matthew Benham. Benham è un imprenditore che ha fatto fortuna fondando Smartodds, una società di consulenza statistica per scommettitori professionisti. Nel lontano 2012 acquista il Brentford, al tempo una piccola realtà militante nella terza divisione inglese, e decide di applicare gli stessi modelli predittivo-matematici alla gestione del club. Servendosi dei database di Smartodds, diversi da quelli comunemente in commercio, le “Bees” ottengono successi straripanti. La filosofia è semplice nella sua complessità: massimizzare i risultati con budget estremamente limitati rispetto ai competitors. Alla base ci sono ancora Beane e la speranza di fare grandi cose con poco. In questi 14 anni il club ha messo a segno diverse plusvalenze, acquistando giocatori quasi sconosciuti da leghe minori e rivendendoli a prezzi vertiginosamente più alti. Tra gli altri spiccano Mbeumo, Wissa, Raya, Toney, Watkins. Solo questi hanno fruttato circa 200 milioni di utile.
Ma non è solo questione di mercato. Ogni aspetto tattico è curato statisticamente nei minimi dettagli. L’obiettivo è quello di incrementare la probabilità realizzativa della squadra, curando la qualità e la quantità dei tiri, e di concedere il meno possibile all’avversario. L’ambito in cui questa tendenza trova più chiara conferma è quello dei calci piazzati. Un gruppo di specialisti misura l’efficacia delle palle inattive e studia i movimenti attraverso software appositi. I dati raccolti sono poi forniti a specifici preparatori di campo, come l’allenatore delle rimesse laterali, Thomas Gronnemark, nonché agli scout del club, che ricercano eventuali opportunità in linea con i parametri evidenziati. Michael Kayode, acquistato nel gennaio 2025 dalla Fiorentina, risponde, con le sue lunghe ed efficaci rimesse, anche a questa necessità.
Numeri, numeri e ancora numeri. Eppure, per quanto poco romantica possa risultare, la strategia ha portato enormi risultati. Partito con Benham dalla terza divisione, il Brentford è da diversi anni una realtà affermata in Premier League. Oggi è persino in corsa per un posto nelle competizioni europee. E, tutto questo, con uno dei monte ingaggi più bassi del campionato. Ma non è tutto. La vicenda Brentford sarebbe incompleta senza parlare di quello che potremmo definire il suo club gemello.
Nel 2014, infatti, il Moneyball approda in Danimarca, a Herning. Qui Benham acquista anche il Midtjylland e ne detiene per nove anni la quota di maggioranza. L’operazione è legata anche all’amicizia e alla collaborazione con Rasmus Ankersen, altro fautore del modello “data-driven”, allenatore del vivaio della squadra danese e, ancora oggi, parte fondamentale dello staff analitico delle Bees. La strategia è esattamente la stessa e i risultati non tardano ad arrivare. La gestione Benham porta il Midtjylland alla vittoria di tre campionati e due coppe di Danimarca, nonché alla partecipazione alle coppe europee.
Con quanto scritto, non si vuole sostenere la necessità di sostituire completamente l’elemento umano, fondamentale in qualsiasi progetto sportivo, con la matematica. I dati vanno sempre interpretati e restano un elemento di supporto nel quadro di un’organizzazione societaria più ampia. Ciò è avvenuto ovviamente anche nei casi sopra citati, dove l’approccio statistico è stato più radicale. Ciò che è più interessante notare è piuttosto come il Moneyball abbia costituito, e costituisca tuttora, una strada possibile verso la democratizzazione dello sport. Una proposta capace di colmare, attraverso un’impostazione condivisa, le enormi differenze economiche con i magnati del calcio. Un modello a cui tutti i club italiani possono e devono guardare in un momento storico a dir poco complicato. Ecco il motivo per cui, più di vent’anni dopo, Beane ci parla ancora. Lui che, contro tutto e tutti, ha avuto l’audacia di realizzare quanto i freddi numeri predicevano. Lui che, pur fidandosi della matematica, non ha mai guardato una partita degli Oakland Athletics dal vivo. Perché? Era estremamente scaramantico!
