Come eravamo nel maggio del ’76, quando Adriano Panatta, uno di noi, conquistò il torneo di Roma che tutti identificavamo col tennis, perché allora Parigi e Wimbledon, per non parlare di New York, erano troppo lontani anche dai sogni?
IL PIANETA IN BIANCO E NERO
La nostra terra rossa era lenta, con qualche irregolarità, un po’ come le strade delle interminabili partite di pallone in strada. Le nostre scarpe da tennis avevano la suola a buccia d’arancia ed erano di tela, le magliette, avevano scoperto il colore: le Lacoste erano già molto leggere, col colletto, non esistevano T-shirt e tanto meno le smanicate alla Rafa Nadal. I pantaloncini erano cortissimi. L’asciugamani te lo portavi da casa, i polsini erano una chiccheria, perché poi ai cambi campo immergevi le mani nel bidone della segatura. Sempre che qualche mattacchione non ci avesse messo dei vermi per farti un dispetto (è storia). Il toilet-break non era previsto, ma si giocava sempre al meglio dei 5 set, dopo il terzo potevi fare una scappata negli spogliatoi. In campo portavi 4 delle 5 racchette in dotazione dallo sponsor: se rompevi un fusto piangevi perché quelle extra te le pagavi tu. La tomaia era 70 pollici quadri rispetto ai 100 di adesso. La palla, che, non era così pressurizzata, diventava presto “un gatto” (vox spogliatoio), nemmeno lontano parente dei “sassi” odierni, e se non la colpivi al centro della racchetta, schizzava via, incontrollabile. Le corde erano preziose, di budello, e non esistevano gli incordatori del torneo. Ai cambi campo bevevi Coca-Cola per digerire, o anche aranciata e chinotto: lo sponsor, San Pellegrino, era il più amato. La players lounge era il ristorante da Giovannella, dove ora c’è il Bar del Tennis, in mezzo alla gente comune (“Un posto allegro, ci andavi a rimorchiare”, racconta Panatta a Sky). L’unica vera oasi lontana dal pubblico erano gli spogliatoi, sotto lo stesso bar. Da lì, percorrendo il famoso tunnel, arrivavi al campo centrale, l’allora campo delle statute, attuale campo Pietrangeli (“Allora era spoglio, alla fine, facevi un giro al buio sotto le tribune e poi all’improvviso c’era la folla del Centrale”, sempre secondo l’eroe dei quei giorni). Tribune travestite di tubi che ondeggiavano pericolosamente sotto lo scalpiccio della gente. Non esisteva la “trasportation” perché non c’era l’albergo ufficiale, te lo prenotavi tu. La sera i giocatori andavano a cena assieme in 8/10, conto alla romana: ognuno il suo. Non si pagava per il team: non c’era. I massaggiatori erano appena apparsi con l’ATP, ma era uno per tutti. E, fino all’approdo di Lennart Bergelin a fianco di Bjorn Borg, non esisteva il coach itinerante. Poi Ion Tiriac è diventato l’angelo custode di Guillermo Vilas, che guidava dalla tribuna eludendo gli arbitri toccandosi i baffi a manubrio.
ROMANO DE ROMA
Aàààdriàno sorrideva con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così: “Ero un ragazzo romano di 25 anni che stava benissimo, era felice. Roma era casa mia, giocavo davanti alla mia gente”, taglia corto 50 anni dopo alla tv. Ma è stato molto di più. Gli leggevi in faccia ogni emozione, coinvolgeva nei suoi psico-drammi tutto il pubblico, creando ora un silenzio totale, quasi mistico, che subito dopo esplodeva più incontrollabile della torcida, ora interruzioni di ogni tipo fino ai famigerati lanci di monetine a ostacolare il “nemico”. Per la prima volta un tennista era come un calciatore, tanto che Gianni Minà si intrufolò, dietro di lui, sul Centrale, e gli chiese le impressioni in diretta, come fosse all’attiguo stadio Olimpico. A tratti, era l’attore del cinematografo: bello, col ciuffo ribelle e lo sguardo che conquista, da Carosello, con amori da copertina, da Mita Medici a Loredana Berté, ed amici Vip, Ugo Tognazzi e Paolo Villaggio. E a tratti, era uno dei ragazzi di strada di Pasolini, che s’imbucavano in un luogo fuori dal tempo, un film, un po’ Giardino dei Finzi Contini e un po’ Pane e Cioccolata.
Vincenzo Martucci (Tratto dal messaggero del 17 maggio 2026)
