“Olé, Olé, Olé, Sinnér, Sinnér, Sinnér”. Vince Sinner, vince il tennis italiano, vince l’Italia tutta, vince soprattutto la magnifica gente di Torino. Che soffre palla dietro palla, punto dietro punto per 2 ore e un quarto, fino al sofferto 7-6 7-5 definitivo come se in campo, all’Inalpi Arena, sotto il traguardo delle ATP Finals, ci fosse il proprio figlio. Moltiplicando l’entusiasmo al punto di trasformare il palasport in un campo di calcio – come dice Jannik – , creando un’atmosfera magica. Talmente unica che, dopo un primo set equilibratissimo, risolto al tie-break, succedono due fatti insoliti. Sinner perde il servizio al via del secondo set, scivola 1-3, recupera con l’aiutino di una palla steccata che resta miracolosamente in campo e, sul 3-3, in un game lunghissimo e tesissimo, dopo aver salvato una terrificante palla del contro break, coi nervi a fior di pelle, con la prima di servizio che lo tradisce scadendo sotto il 50% (dall’85 del primo set), con Carlitos che attacca sempre più la rete e gli mette pressione, si tocca l’orecchio e chiama la folla. Sì, proprio lui, Jannik il freddo, la macchina, quello imperturbabile e implacabilee. E’ un gesto insolito, forse fa parte delle famose variazioni che ha promesso dopo aver perso la finale degli US Open contro il solito Alcaraz. Di sicuro gli viene spontaneo nella Torino che l’ha adottato.
IMMEDESIMAZIONE
I 13mila dell’Inalpi si sentono e si vedono, mischiati ai VIP, prevaricano la passione e la trasformano in un sentimento purissimo, un misto di idolatria e di immedesimazione. Per una città orgogliosa, fiera, che, attraverso lo straordinario Profeta dai capelli rossi, può sentirsi alla pari con le altre grandi città italiane. Una città che coinvolge ma è talmente corretta che non disturba e, alla premiazione, abbraccia metaforicamente coi suoi applausi lo storico rivale, Carlos Alcaraz. Che cede di poco, come di poco aveva battuto Jannik al Roland Garros, nel duello fra due campioni ancora giovanissimi che giocano un altro sport rispetto agli altri e che, dopo essersi divisi le finali Slam delle ultime due stagioni, continueranno a rinnovare a lungo la loro sfida nella scia del mitico “Fedal”, la leggendaria contesa al vertice fra Federer e Nadal. Sempre che non spunti fuori un altro, ingombrante, terzo incomodo come Djokovic.
DETTAGLI
Vince Sinner, che impone la gestione del ritmo, l’organizzazione di gioco, la capacità di neutralizzare la creatività dello spagnolo, tenendo la palla profonda, soprattutto col rovescio diagonale, anticipando il più possibile, tenendo un ritmo lineare e costante per evitare le verticalizzazioni dell’erede di Juan Carlos Ferrero. Vince perché, una volta recuperato il 4-3, dopo la spinta del suo pubblico, non molla più la barra del comando e affonda Carlitos che si butta sempre più spesso a rete per accelerare le operazioni. Il quale, da autentico caballero, non cercherà scuse per il problema muscolare agli adduttori (o forse all’inguine) già sul 5-4 del primo set che gli fa chiamare time out medico e gli fa bendare stretto la parte, limitandolo. Del resto fra lui e “Giannik”, come lo chiama, che vede più spesso della famiglia, come scherza, e col quale presto potrà parlare in spagnolo visto che lo sta studiando, anche se Alcaraz è 10-6 nei testa a testa, l’equilibrio è sempre labilissimo. Ed è deciso di dettagli. Che, nella magica serata di Torino è quell’invisibile extra che porta il numero 1 del mondo di fine stagiona a frenare pensando magari all’imminente Davis a Bologna e il campione uscente ad accelerare, spinto dalla sua gente, sui campi indoor dov’è imbattuto da 31 partite.
Vincenzo Martucci (Tratto dal Messaggero del 17 novembre)
Foto di Marta Magni
