Davide Ghiotto, Andrea Giovannini e Michele Malfatti hanno lasciato senza dubbio il segno nella storia del pattinaggio di velocità italiano. Non solo per le medaglie internazionali conquistate, ma soprattutto per aver rilanciato un movimento in grande difficoltà dopo gli allori di Torino 2006. L’oro conquistato in staffetta alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026 è quindi il coronamento di un percorso fantastico che ha visto grande protagonista il 32enne vicentino, reduce dal deludente sesto posto nei 10.000 metri.
Come si è ripreso dopo la delusione dei 10.000?
E’ stata un’emozione incredibile perché, dopo quella delusione, ho avuto il sostegno di tutta la squadra che mi ha sopportato e supportato. E’ stato veramente fondamentale il lavoro di squadra, siamo stati molto vicini. Sapevamo che questa gara era molto importante per noi perché ci avrebbe dato tantissimo dopo la delusione di Pechino 2022 dove avevamo chiuso in settima posizione. Abbiamo lavorato tanto, infatti nel corso degli anni ci siamo riusciti a vincere l’Europeo, il Mondiale e quindi ci tenevamo moltissimo a questa gara.
Come avete gestito la finale?
Dopo i quarti di finale, sapevamo che di avere delle buone potenzialità, visto il tempo fatto registrare. Abbiamo dovuto mantenere la concentrazione molto alta perché battere l’Olanda non è stato facile, tuttavia abbiamo gestito un po’ le energie perché sapevamo che probabilmente dopo avremmo trovato gli Stati Uniti. Siamo riusciti a partire comunque abbastanza veloci per i nostri standard e a tenerli distanti al massimo a sei decimi. Sapevamo che dalla nostra avevamo un po’ di resistenza visto che siamo tutt’e tre dei buoni fondisti. Infatti nella seconda parte di gara siamo riusciti a guadagnare il vantaggio necessario per vincere.
A bordo pista erano presenti anche i campioni di Torino 2026. Avete parlato con loro?
Diciamo che con loro abbiamo un rapporto abbastanza stretto visto che Matteo Anesi è uno dei nostri allenatori, Ippolito Sanfratello è il segretario generale della Federazione ed Enrico Fabris è stato uno dei nostri tecnici prima di entrare nell’ISU. Stefano Donagrandi vive invece in Olanda così, quando siamo per allenamenti o gare, una chiacchera è sempre gradita. Ricordo che li ho visti in televisione, ero ancora molto piccolo all’epoca e non avevo in mente di fare pattinaggio sul ghiaccio visto che vengono dal mondo delle rotelle, però nel corso degli anni ho avuto modo di parlare con loro e posso affermare che sono stati una fonte di grande ispirazione. Sicuramente quello che è successo qui è anche merito di quanto avevano fatto in passato loro.
Vi siete parlati anche prima della gara?
In realtà no, perché abbiamo apprezzato da parte loro la scelta di non volerci mettere pressione. Enrico era in pista che stava facendo il suo lavoro. C’è stato un abbraccio, uno sguardo, un saluto, carico di emozioni, però non ci ha fatto pressioni per il risultato. Matteo Anesi invece era nel nostro staff e questo ci ha permesso di averlo molto vicino. Il supporto è arrivato proprio dall’averli qui vicini, sapevamo che loro credevano in noi e quindi abbiamo cercato di ricompensarli con questa vittoria.
Com’è riuscito a mantenere l’equilibrio dopo la delusione dei 10.000?
Fondamentale era ritrovare la concentrazione per questa gara a squadre. Sono due prove completamente differenti, che hanno allenamenti diversi quindi sapevamo di essere forti su questa distanza. Archiviata la delusione dei 10.000, non vedevo l’ora di tornare in pista per dimostrare il valore della nostra squadra, quindi ero sicuro della potenzialità che potevo avere su questa distanza e con il gruppo. Anche se ero un po’ deluso per le gare precedenti, sapevo che dietro c’erano due ragazzi che mi supportavano e mi sopportavano e questo ci ha dato veramente la carica.
Cosa c’era nell’abbraccio con suo figlio?
C’erano più di duecento giorni lontani da casa e, anche siamo a casa, dobbiamo sempre svolgere il nostro dovere dovendoci così allenarci anche se ogni tanto sarebbe comodo poter stare a casa maggiormente con i nostri figli. E in quell’abbraccio c’era lo scioglimento della tensione e ricordare tutte le giornate, il percorso, che ci ha portato fin qui.
Quanto è stato importante il traino di Francesca Lollobrigida in questa vittoria?
Ovviamente Francesca la conosciamo da tantissimi anni e da tantissimi anni lavoriamo insieme ogni giorno come con tutta la squadra. Vedere che una nostra compagna di squadra, una grandissima campionessa, abbia avuto un anno molto difficile in cui è stata lontana dal podio; è riuscita a risollevarsi e cogliere queste due vittorie con tanto di record olimpico, dimostra che il lavoro fatto da tutta la squadra è stato positivo. Sapevamo che tutti noi potevamo farcela e di conseguenza ci ha permesso di crederci moltissimo e darci una carica in più nel momento che scendeva in pista.
Questi risultati si possono definire una sorta di miracolo sportivo?
Secondo me non è un miracolo, ma è veramente figlio del lavoro impostato e della squadra che è stata creata perché siamo partiti anni fa che eravamo veramente pochi atleti e adesso siamo un gruppo numerosissimo (una ventina di atleti ogni raduno, NdR) e riusciamo a fare degli allenamenti di grande qualità. I giovani sono aumentati parecchio e di fatti un ringraziamento enorme va a Maurizio Marchetto e a tutta la FISG che ha lavorato per creare questo gruppo. Io e Giovannini ormai abbiamo trentatré anni, Malfatti uno in meno, però guardando allo sport di oggi, in pochi riescono a tenere a questi livelli sopra i trent’anni. Ci sono molti giovani che si sono avvicinati a questo sport, ciò ci permette di essere più competitivi anche in allenamento e e ci dà molta gioia perché, se dovessimo lasciare, dietro c’è una squadra che può comunque crescere e togliersi molte soddisfazioni.
