Noi ragazzi della “Generazione Z”, la prima cresciuta con Internet come parte integrante della vita quotidiana, siamo diventati maggiorenni senza aver mai visto l’Italia ai Mondiali. È questo l’amaro verdetto delle ultime due assenze consecutive della Nazionale nella regina delle competizioni calcistiche. E lo spettro dei playoff di fine marzo incombe ancora una volta: gli Azzurri devono battere Irlanda del Nord e una tra Bosnia e Galles per centrare una qualificazione, seppur tardiva, al Mondiale nordamericano.
Parliamo di avversari modesti che non dovrebbero di certo impensierire una delle selezioni più titolate del pianeta, ormai schiacciata dal peso di questo blasone, tanto da aver trasformato una pura formalità in un’impresa. A 20 anni dall’eroico trionfo di Berlino, infatti, la Nazionale appare quanto mai lontana da quell’ultimo leggendario acuto, con l’inquietante prospettiva di un terzo, e disastroso, fallimento consecutivo.
“Inquietante” sicuramente per tutto il panorama calcistico italiano, ma ancor di più per una generazione, la mia, che si è vista privata ripetutamente dell’occasione sociale che solo il Mondiale di calcio sa offrire, un rito collettivo che chi ci ha preceduto ha sempre dato per scontato come un diritto acquisito. I festeggiamenti dell’estate ’82 e le “Notti Magiche” restano celebri esempi di patriottismo popolare attorno alla Nazionale , capaci di raccontare un’epoca in cui il
calcio era radicato nel tessuto sociale del Paese. I Mondiali rappresentavano un pilastro dell’identità nazionale, momenti di unione collettiva che, soprattutto nelle vittorie, alimentavano un forte senso di appartenenza nella gente, pronta a
riversarsi in piazza al triplice fischio.
E forse è proprio questo trasporto a mancare a noi ragazzi di oggi: lo abbiamo assaporato solo in parte nello straordinario exploit di Wembley 2021, ma comunque abbiamo meno a cuore la Nazionale rispetto ai nostri padri, cresciuti in un periodo storico in cui la qualificazione alla Coppa del Mondo non veniva mai messa in discussione. Le due recenti delusioni sportive hanno portato molti giovani a disinnamorarsi della Nazionale per la sua assenza dal più grande dei palcoscenici e, ancor peggio, a sentirsi rappresentati da icone straniere, al punto che addirittura quasi tutti, durante Qatar 2022, si schieravano con l’Argentina di Messi o il Portogallo di CR7, proprio per colmare il vuoto lasciato dalla nostra bandiera.
Diversi miei coetanei affermano di “fregarsene” delle sorti degli Azzurri e di tifare ormai solo la propria squadra di club: uno scenario desolante in cui un’eventuale terza disfatta rappresenterebbe la pietra tombale definitiva. L’Italia ha quindi il dovere morale di andare al Mondiale anche per “salvare” la mia generazione da un disinteresse e un’apatia ormai dilaganti, sentimenti un tempo inconcepibili per un Paese da sempre attaccato alla tradizione, quasi religiosa, del pallone.
Marco Ciocchetti
