“Nella NBA del calcio”, titolava la Gazzetta dello Sport alla fine degli Anni Novanta, a proposito della serie A. Erano gli anni di Ronaldo e Djorkaeff all’Inter, Del Piero e Inzaghi alla Juve, Totti e Batistuta alla Roma, Veron e Nedved alla Lazio, Shevchenko e Weah al Milan. Solo per citare i centravanti, perché in difesa c’erano i Cannavaro, i Nesta, i Maldini, gli Zanetti. Una gioia per gli occhi, con campionati spettacolari e il pieno di coppe europee portate a casa. 25 anni dopo, ci restano solo i ricordi.
CHAMPIONS ROCK, SERIE A LENTA
L’attuale serie A riflette impietosamente lo stato in cui versa la nostra Nazionale, fuori dai Mondiali per tre edizioni di fila. Il sito specializzato www.miglioricasinoonline.info offre in un interessante report (disponibile a questo link) numeri che ci inchiodano alla nostra mediocrità. 6 dribbling riusciti in media a partita per 53 minuti di tempo medio effettivo, con il pallone che viaggia a 7,6 m/s, il più lento dei cinque maggiori campionati europei (Premier League inglese, Liga spagnola, Bundesliga tedesca e Ligue 1 francese, poi da ultima la nostra Serie A). In soldoni, i 90 minuti italici prevedono quasi un tempo (37 minuti) di gioco interrotto, un dribbling riuscito ogni 15 minuti e passaggi molto lenti, quasi un terzo di più della Champions League. Insomma, se la Formula 1 di oggi concilia il sonno dopo il pranzo della domenica, la Serie A fornisce lo stesso servizio dopo cena… Con l’avvertenza che se si passa di botto a una partita di Champions, abituati come siamo ai nostri ritmi compassati quando la palla viaggia in media 10 km/h più veloce (da 27,5 km/h del nostro campionato a 27,3 km/h della massima competizione europea), rischiamo l’infarto. Prendiamo due casi limite, quindi un po’ esagerati nel rimarcare le differenze, ma utili a rendere l’idea. Tra andata e ritorno, Milan e Juventus hanno messo insieme 0 gol e tantissima noia, mentre in Champions League Paris Saint German e Bayern Monaco in novanta minuti a Parigi hanno regalato 9 gol e tanto spettacolo (5-4). Anche obiettando che non è tutto oro quel che luccica in una Champions poco attenta alle difese e alla tattica, il paragone rimane impietoso e senza appello. “Chi è stato il migliore in campo?”, chiese Diletta Leotta nel post partita di Juve-Milan a Christian Vieri. “Il pubblico: è rimasto fino alla fine!”, la sagace risposta di un Bobo particolarmente brillante.
NEMMENO SUPERMAN
Società indebitate, scuole calcio pervase da tatticismi sin dall’Under 12, campionati poveri di tecnica e velocità, stranieri preferiti ai giovani, diritti TV poco appetibili, stadi fatiscenti, curve sotto ricatto degli ultras. A guardare tutti insieme i difetti del nostro calcio (e la lista non finisce qui), c’è da scalare una montagna. Va intrapresa una vera rivoluzione culturale, tecnica e organizzativa: se non ora, quando? L’aspetto più drammatico consiste nel fatto che nemmeno i fiaschi più clamorosi ci svegliano da un torpore cui sembriamo rassegnati. Alla terza esclusione consecutiva dalla Coppa del Mondo (a meno di un pietoso ripescaggio ai danni dell’Iran, che ovviamente non sposterebbe di una virgola la situazione), la Federcalcio sta per scegliere il proprio nuovo capo tra Giovanni Malagò e Giancarlo Abete. Due figure di grande esperienza che garantiscono molta continuità e nessuna rivoluzione. Si fa un gran parlare del nuovo commissario tecnico, argomento di indubbio interesse visti i nomi sul tavolo, ma tra Allegri, Conte e Mancini nemmeno Superman avrebbe la soluzione per i mali del calcio italiano…
FONDAMENTA SENZA TALENTO
Ma in attesa di avere in panchina Superman e dietro alla scrivania Capitan… Italia (Capitan America non ci servirebbe a molto: lasciamo pure Donald Trump dov’è – e l’amico Infantino pure), cominciare un passo alla volta si deve e si può. Nell’attuale sistema formativo, gli allenatori dei settori giovanili sono valutati e promossi in funzione dei risultati di squadra, senza alcun premio per le carriere dei giovani che allenano. È chiaro dunque che il povero mister di turno della serie “uno su mille ce la fa” punti a fare risultato anziché a valorizzare i suoi potenziali talenti. Quando avere invece ragazzi con un importante bagaglio tecnico significherebbe poter attingere a un numeroso e valido bacino di giocatori senza ricorrere sistematicamente agli stranieri. Oggi in Serie A gli italiani sono solo il 39%, contro il 62% della Liga spagnola e il 57% della Ligue 1 francese. In termini poi di giovani (Under 21) elegibili per la nazionale, l’Italia si ferma a un miserabile 1.9%, il secondo peggior campionato su 50 tornei nazionali nel mondo.
O CORAGGIO O MORTE
Sul piano strutturale, non è forse arrivato il momento di imporre un numero minimo di giocatori italiani in campo su tutte le categorie? Con l’obbligo di schierare sempre almeno 5 italiani su 11 a qualsiasi livello, società e allenatori non sarebbero incentivati a valorizzare i talenti di casa? Dal punto di vista della sostenibilità, la Federazione e le Leghe non potrebbero essere obbligate a destinare parte dei loro introiti alle famiglie che non possono permettersi di iscrivere i propri figli alle scuole calcio? Sotto determinati requisiti di reddito e di risultati misurabili ottenuti dai ragazzi, si metterebbe in moto un sistema che consentirebbe a tutti l’accesso a strutture che richiedono fino a 600€ al mese per ogni bambino iscritto.
Due regole da cui ripartire: i club devono avere sempre almeno 5 italiani in campo e il Sistema Calcio deve garantire per legge a tutti l’accesso alla propria organizzazione formativa. Due regole che richiedono molto coraggio. Senza il quale continueremo questo inesorabile declino, fino a non prendere più sonno la notte pensando a quello che eravamo e a quello che siamo diventati.
