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Curiosità, Sport

“Bob” Marley, l’incredibile storia della nazionale di bob giamaicana

Da Samuele Virtuani 20/02/2026

Una frenata sbagliata può rendere un sogno ancora più bello, parola della nazionale di bob giamaicana alle Olimpiadi di Calgary 1988. Dalle resistenze del CIO agli spot Fiat, i film Disney e la nascita di un mito sui generis

Il calendario segna 11 maggio 1981. Mattinata soleggiata a Kingston, Giamaica. Strade trafficate, marciapiedi polverosi affollati da file di buffi carretti stracarichi di ogni sorta di bigiotteria, occhiali da sole e bermuda sorvegliati a vista da venditori ambulanti dagli occhi malinconici come solo i tropici sanno regalare. In lontananza, dentro ad un bar, una radio gracchia ad orecchie distratte di ciò che è successo in Francia il giorno precedente: Francois Mitterand è appena diventato il primo presidente socialista della Quinta repubblica. Qualcuno ripensa a quando le campagne elettorali in Giamaica si erano tenute con la musica di Bob Marley & the Wailers a fare da sottofondo ai comizi infuocati del presidente uscente Michael Manley del Democratic Socialist People’s National Party (PNP) e del leader d’opposizione filoamericano del Labour Party (JLP) Edward Seaga. Era il 5 dicembre 1976, le tensioni nel paese erano diventate palpabili e per le strade si continuavano a registrare episodi di violenza politica. Il paese era sull’orlo di una guerra civile. “Smile Jamaica”, questo il nome del festival organizzato per sedare le tensioni. E Bob Marley non si era certo fatto pregare, stampando il sorriso sopra il volto di tutti. Aveva messo in fila tutti i grandi successi del periodo,  “War”, “Get Up, Stand Up”, “So Jah Seh”, “Positive Vibration”, scrivendo addirittura un inedito per l’occasione: “Smile Jamaica”, appunto.

E pensare che, il sorriso, Bob Marley e l’intero Paese erano andati tanto così da perderlo per sempre. Il 3 dicembre 1976, a quarantotto ore dall’esibizione al concerto gratuito, il re del reggae, sua moglie Rita e il manager Don Taylor furono aggrediti in casa da sette uomini armati. L’abitazione fu crivellata di colpi e tutti riportarono ferite. Bob Marley, nonostante tutto, non si tirò indietro. Il PNP vinse le elezioni, la televisione giamaicana di stato lanciò addirittura un programma mattutino chiamato come quel concerto ormai divenuto leggenda nell’ex colonia britannica.

Il radiogiornale arriva nel frattempo in chiusura di edizione, in sottofondo si può già sentire il jingle finale che fa da preludio al cluster pubblicitario. D’un tratto, però, la voce metallica dell’annunciatore parla con tono concitato e tremante di un ultim’ora in redazione. Il volume dell’apparecchio si alza improvvisamente, il bancone del bar attira come una calamita tutti gli avventori presenti, anche quelli che stavano sull’uscio. Il titolare posa lo straccio con cui stava lucidando i bicchieri da rum, incrocia le braccia e si mette anche lui in ascolto. Bob Marley è morto da qualche minuto negli USA.

La radio viene istintivamente spenta da un anziano con gli occhi ormai più simili a due fessure. Il vecchio solleva poi il capo verso un angolo del locale, quello dove è appeso il poster con il volto sorridente di Robert Nesta Marley. L’aria si fa pesante e, no, non è solo perché in Giamaica a maggio come a dicembre le temperature sono agostane. La città sprofonda in un silenzio apocalittico. I carretti smettono di cigolare ai bordi delle strade, i vecchi taxi d’importazione americani cessano di sferragliare e strombazzare ad ogni metro percorso, i bambini vengono richiamati in casa, le botteghe e i negozi abbassano in sincrono le serrande. Un cane si mette a guaire in lontananza come a rompere quel vuoto sonoro così innaturale.

Affetto da tempo da un melanoma maligno annidato sotto l’unghia di un alluce e scoperto casualmente durante una partitella di calcio tra amici, lontano dai palchi dal settembre 1980 dopo aver quasi rischiato di morire durante una corsa a Central Park per via delle metastasi ormai arrivate anche al cervello, Bob Marley aveva tentato la carta della disperazione andando in cura per otto mesi presso un luminare tedesco, il dottor Josef Issels, che aveva fama di curare i malati terminali. Quando aveva capito che anche l’ultimo lumino di speranza si era consunto, Marley aveva preso un volo dalla Germania per finire i propri giorni inondato dall’affetto della sua gente. Un crollo improvviso delle sue condizioni di salute a bordo dell’aereo l’aveva costretto ad un atterraggio d’emergenza a Miami e al conseguente ricovero al Cedar of Lebanon Hospital. Lì i medici avevano detto che non c’era più nulla da fare. Il cantautore aveva solo 36 anni.

I funerali di stato a metà tra il rito ortodosso etiope e la liturgia rastafari si tengono dieci giorni dopo con la partecipazione di migliaia e migliaia di persone comuni dagli non più malinconici ma tristi e che scortano il feretro con solenne semplicità e orgogliosi della propria nobile umiltà dall’aeroporto di Kingston a Nine Mile, il luogo d’origine di Bob Marley nel quale vengono sepolti all’interno di una cappella anche una chitarra Gibson, un pallone da calcio, una bibbia e una pianta di marijuana. A dare l’ultimo saluto ci sono anche Michael Manley e Edward Seaga. I due non si vedono dal giorno del “One Love Peace Concert” del 1978, in occasione del quale Bob Marley aveva preteso dopo aver suonato “Jammin’” che si stringessero la mano davanti al pubblico. E, quel giorno, sì, l’intera nazione stava “Jammin’ in the name of the Lord”, improvvisando un sorriso e un po’ di felicità proprio come il signore del reggae avrebbe desiderato. “Smile Jamaica, c’mon!” – avrebbe detto se fosse stato ancora vivo o se avesse potuto sporgere il capo da lassù verso la terra. “Non lo so Bob, se ci ricordiamo come si fa… non lo so se torneremo mai a sorridere dopo questo giorno…” – avrà sospirato qualcuno.

Piacere, Devon Harris

Ad un ragazzo, possiamo dirlo con certezza, giocare a pallone restituiva il sorriso istantaneamente. E quello è il pomeriggio in cui nessuno sarebbe riuscito a togliergli la palla dai piedi come certe idee dalla testa, a dirla tutta. Ma quello è solo un pomeriggio di pallone e dividersi in squadre e sfidarsi all’ultimo dribbling era stato un attimo. Per ragionare sul resto ci sarebbe stato tempo solo dopo la partita. Sì, perché in quel pomeriggio tutti ma proprio tutti sono rapiti dal modo in cui tocca quella palla senza perderla. Anche un gruppo di quei ragazzi più grandi che non sono della partita e che per nulla al mondo avrebbe fatto mezzo complimento a quei pivelli che sciamano sul campo, persino loro, si sono avvicinati a bocca aperta per vedere la scena. Prima per lo stupore e poi per gridare un solo nome: Pelè. Pelè, però, non è Pelè, anche perché quello non è il Brasile.

Ci troviamo in una specie di ghetto di povertà e miseria chiamato Olympic Gardens, un sobborgo di Kingston, capitale di quella Giamaica, dove se fai sport la prima cosa che ti viene in mente è la corsa. Il nostro Pelè, in realtà, si chiama Devon Harris e il suo momento magico con la palla al piede sarebbe durato pochino. Anche lui sogna di diventare un nazionale giamaicano e di disputare i giochi olimpici. L’obiettivo che si è dato è quello di Los Angeles 1984 per correre 800m e 1500m piani. Solo che Pelè non è Pelè nemmeno quando dal rettangolo verde di gioco si sposta in quella pista che corre attorno al campo da calcio. I sogni di ragazzo, i tanti grilli per la testa che l’hanno accompagnato devono così essere ripensati, cancellati però no. Devon Harris non è tipo da gettare la spugna. Glielo aveva insegnato la nonna che gli aveva anche riempito la testa di tanti bei racconti su quello che fanno i soldati, che non si tirano indietro, che non cedono nemmeno quando la strada diventa un vicolo cieco. La nonna aveva tanto buonsenso, non solo fissazioni. E Devon, rendendosi conto che entrare nell’esercito è l’unica soluzione per abbandonare il ghetto, si arruola. La via d’uscita c’è sempre basta guardarsi intorno. Oppure, aspettare. E aspettare è la scelta di Devon Harris ma non per il lavoro, aspettare per il sogno di partecipare alle Olimpiadi. Del resto, i Giochi non sarebbe finiti con Los Angeles 1984. Anche se, per Devon Harris, il turno di Seul 1988 non sarebbe mai arrivato.

C’era anche un modo di dire che la nonna ripeteva sempre a Devon Harris. Poche parole che davano tranquillità e speranza anche nei momenti di buio. “Vai fin dove puoi vedere e, quando ci arrivi, vedrai più lontano”. Andare e vedere lontano, Devon Harris ne farà tesoro.

Alla scoperta del “Pushcart derby” 

Si chiama Pushcart Derby ed è il più strano e affollato appuntamento sportivo della Giamaica. Si tiene in agosto, che non è il nostro agosto, lo sappiamo. La Giamaica è lì nel mar dei Caraibi piantata tra Cuba e la Colombia. Qui dove le stagioni non esistono, qui dove è estate tutto l’anno e le piante non perdono mai le foglie, la frutta matura dodici mesi l’anno e qui dove il concetto delle maniche lunghe è qualcosa che arriva solo quando guardi un film americano, visto che qui la vita è bermuda, occhiali da sole e mango. Agosto in Giamaica è davvero un mese come gli altri, ma non per gli appassionati di Pushcart, i carrelli spinti a mano. Sì, quei carrelli mica tanto piccoli usati da venditori ambulanti per trasportare la loro merce, guadagnarsi la giornata e rimandare i problemi a domani. Perché poi, per noi, pantaloni corti, occhiali da sole e mango sono segno di una vita spensierata, convinti come siamo che esisterà pure un luogo sulla terra dove le bollette non arrivano, il traffico è un’ipotesi e l’orario di lavoro una fantasia. La vita, però, anche ai Caraibi è fatica e sudore e non solo per le temperature. E quel Devon Harris, che da bambino tutti chiamavano Pelè e che da grande si è aggrappato alla divisa per uscire dal ghetto della povertà, lo sa meglio di chiunque altro.

Insomma, questi carrelli spinti a mano, che per tutto un anno trasportano abiti, patate, tutto quello che può servire al prossimo, una volta l’anno vengono mascherati da bolidi e spinti a tutta forza non per arrivare prima al mercato ma per una gara lungo le strade di Kingston. Serve un’enorme spinta per metterli in movimento ma con la spinta non ci fai nulla se poi non hai l’abilità e il coraggio per governare il carrello che scende in picchiata e senza quasi freni verso un traguardo nascosto dietro chissà quante curve che fanno a gara per essere l’ultima della tua corsa. In ogni momento sembra impossibile andare oltre e raggiungere quello che non si vede. Ma a Kingston, Giamaica, la vita funziona come amava dire la nonna di Devon Harris: arrivare fin dove si può vedere, certi che da lì si vedrà più lontano.

Arrivano sempre frotte di turisti a seguire questa sfida che chissà mai se ti lascerà intero. Nel 1987 per le strade di Kingston passeggiano anche due americani. Non sono lì per caso. Si chiamano George Fitch, che di mestiere fa l’addetto commerciale dell’ambasciata americana, e l’uomo d’affari WIlliam Maloney. Vedere come quei ragazzi spingono carrelli pesantissimi progettati per la resistenza e non per la velocità, realizzare come evitano muri o marciapiedi fa scattare in loro l’idea. Non si tratta di fare soldi: è che l’allegria è contagiosa a Kingston, anche dopo la morte di Bob Marley si è tornati a sorridere. “Smile Jamaica!” Le risate che accompagnano ogni carretto, suggeriscono un pensiero folle che più folle non si può e che è destinato ad accendere altri sorrisi, stavolta non solo per le strade ripide di Kingston.

Quella rincorsa, quello spingere, quello scapicollarsi senza quasi freni per un attimo li hanno riportati ad uno sport che qui davvero hanno visto (forse) solamente in tv. Il principio, però, è molto ma molto simile: slitte, slitte che devono prendere velocità per imboccare una pista tutta in discesa. Questo sport è fatto di due elementi: la forza che imprimi al tuo mezzo per dargli velocità e la freddezza per frenarlo quel tanto che basta per non combinare una frittata e quel poco che serve per arrivare prima degli altri. Si chiama bob, sulla Treccani lo trovate sotto la definizione di guidoslitta. E non serve dirlo: il bob è uno sport olimpico, certo, ma invernale, visto che scivola sul ghiaccio. Follia e divertimento, però, stanno qua: nel pensare di portare una squadra di giamaicani dal caldo dei Caraibi al gelo del Canada ai giochi invernali di Calgary 1988. Ora ci deve essere stato uno strano allineamento di pianeti che aleggia su questi Giochi, perché anche alla gara di salto dal trampolino con gli sci si presenterà un giovane sconosciuto dalla Gran Bretagna, che porta occhiali spessi come fondi di bottiglia e che, nonostante tutto, ha deciso di partecipare alle gare anche se nel suo paese già le stazioni sciistiche devi cercarle con il lanternino, figuratevi un trampolino di 90 metri per buttarsi giù con gli sci. Insomma, se Paul Young cantava dieci anni prima “Love is in the Air”, nel 1988 c’è qualcosa di folle nell’aria ai giochi di Calgary.

Nasce la nazionale di bob giamaicana

George Fitch e Maloney si mettono subito al lavoro per reclutare qualcuno di quei ragazzi del Pushcart derby. Ma spiegare che cosa abbiano in mente è difficilissimo a chi l’unico “Bob” che abbia mai conosciuto fa Marley di cognome e gli manca terribilmente. Allora, è il caso di dire si passa al contrattacco. L’idea viene presentata all’esercito giamaicano. Devon Harris, che da un pezzo nessuno chiama più Pelè, si trova sotto le armi e ha una caviglia rotta per un lancio fallito con il paracadute. Dalle corse dei carretti sono passate poche settimane. Il calendario recita settembre 1987. Allettato, legge un trafiletto delle forze armate, nel quale si cercano persone interessate a sottoporsi ad un addestramento rigoroso e pericoloso. In ballo non c’è chissà che, visto che si trattava di rappresentare la Giamaica ai Giochi di Calgary 1988. Gli sembra l’idea più ridicola mai concepita da un uomo ma vuole vederci più chiaro e, allora, come insegnatogli dalla nonna, si avvicina fin dove può vedere.

Ridicolo è anche pensare che in Giamaica la riabilitazione per una caviglia ingessata passi anche per lo sci di fondo. Ma in questa storia nulla deve sorprendere. Nulla è già successo prima. Insomma, Devon non solo entra a contatto con ghiaccio e neve, ma si trova catapultato in una gara di sci di fondo nella quale arriva 14esimo su 40. Insomma, dimostra di possedere potenza, di sapere anche scivolare bene e, in più, non teme quel freddo. Per questo i vertici delle forze armate pensano che sia perfetto per il progetto della nazionale giamaicana di bob ai Giochi 1988. Assieme  a Devon, vengono selezionati anche un pilota di elicotteri, Dudley Stokes, il riservista Michael White e l’ingegnere ferroviario Sam Clayton. Il tempo di stringersi la mano e tutti partono per Lake Placid, dove il passaggio delle olimpiadi di sette anni prima ha lasciato una voglia matta di credere nei miracoli e una scia di impianti perfetti per capire come comincia e dove finisce una pista di bob.

Anche i sogni hanno bisogno di gambe per camminare e alla squadra di bob giamaicana servono 60.000 dollari per soggiorni, materiale, tecnici e spostamenti. Visto che non c’è tempo per cercare mecenati o sponsorizzazioni particolari, George Fitch, che è sempre l’addetto commerciale dell’ambasciata americana, apre il portafoglio e sborsa tutto il denaro che serve. Dudley Stokes vede il primo bob a metà settembre 1987, a ottobre mette per la prima volta il piede insieme ai propri compagni su una pista da pattinaggio a Lake Placid, poco dopo c’è la prima discesa su bob, a febbraio sono in gara alle Olimpiadi. In pochi mesi, si accendono curiosità e diffidenza. I giornali ci mettono poco ad accorgersi che i giamaicani sul ghiaccio sono una storia che, almeno quella, va subito fortissima. Solo che più se ne parla e più nei palazzi scende un altro ghiaccio.

Al diavolo De Coubertin, i giochi sono anche un club esclusivo e il club esclusivo si prende terribilmente sul serio. L’ironia non è contemplata. Non c’è spazio per la leggerezza di chi passa per caso e come al campetto, come quando tutti chiamavano Devon Harris Pelè, dice: “Hey! gioco anch’io.” Per questo il comitato olimpico storce la bocca e anche se i requisiti minimi per la qualificazioni ci sono, si cerca di far saltare quella che alla fine dei conti appare solo un’imperdonabile goliardata. Sono le altre squadre in gara a Calgary a protestare ed è soprattutto dall’equipaggio del Principato di Monaco che arriva la spinta decisiva, dato che tra i quattro atleti iscritti c’è un tipo che, forse, non avrà tutti i titoli del mondo per vincere ma ha sicuramente il titolo per farsi sentire, visto che si tratta del Principe Alberto di Monaco. E Alberto fa pesare la voce di Sua Altezza. Il problema si risolve. La squadra giamaicana può salire sul bob olimpico. Il problema sarà raggiungere indenni il traguardo.

Tutti a Calgary 1988

Il 23 febbraio 1988, Michael White e Dudley Stokes diventano i primi due giamaicani in gara alle olimpiadi invernali. A sera avranno ottenuto il 30esimo posto su 41 equipaggi: dietro si sono lasciati anche un bob USA, roba da matti! “Smile Jamaica!” Entusiasmo alle stelle, subito si pensa alla gara di bob a quattro. George Fitch raschia il fondo del barile, arriva anche a mettere in vendita magliette a tema giamaicano disegnate dalla moglie. L’idea funziona, eccome. Quel che serve si raccatta. Tra poco, però, da terra verrà raccattato ben altro.

Un giocatore d’azzardo lo sa che non bisogna mai forzare la mano alla fortuna. Chi conosce il calcolo della probabilità, lo sa che se hai fatto bingo è inutile insistere perché la prossima volta toccherà a qualcun altro. Una regola anche di sopravvivenza. Pure in guerra, i soldati tanto cari alla nonna di Devon Harris sanno che nessun posto è sicuro come il cratere scavato da una bomba: perché anche se piovessero altri cento colpi, nessuno  riuscirebbe mai a centrare la stessa mattonella. Partecipare anche alla gara di bob a quattro si tramuta nel peggiore degli azzardi: a metà della terza prova, il mezzo non torna in posizione all’uscita di una curva parabolica. Chissà quante volte anche in Giamaica i carretti in gara per il Pushcart derby sulle strade della capitale si sono rovesciati, chissà quante volte ci si è fatti male. Ma qui siamo ai Giochi olimpici e c’è il mondo a guardare mentre il bob giamaicano si ribalta a più di 120 km/h. Per trenta lunghissimi secondi nei quali l’unica cosa che puoi fare è guardare, si solleva una nuvola di ghiaccio raschiato dal mezzo che corre senza scivolare adagiato su un fianco. Questa volta anche avvicinandosi fin dove si può vedere, l’orizzonte non si sarebbe rischiarato.

George Fitch, che oltre al conto in banca in questa impresa ci ha messo tantissimo di sé stesso, è uno degli spettatori che assiste impotente in quei trenta secondi ribaltati e si ripete continuamente queste quattro parole: “Li ho ammazzati tutti!”. Sì, perché mentre il bob su un fianco raschia il fondo e la parete della pista, tra incudine e martello ci sono quattro caschi neri, verdi e gialli. Il bob giamaicano nel primo tratto stava facendo registrare il settimo miglior tempo, poi ecco che si rovescia in un modo così spettacolare che solo i giamaicani potevano riuscirci. Non è vero che ci fu un errore tecnico. L’errore fu del frenatore. Dopotutto, Devon Harris e compagni sono solo una squadra inesperta arrivata a giocare nella grande arena. George Fitch, però, non ha ammazzato nessuno.

Quando arrivano i soccorsi, uno dopo l’altro i quattro bobbisti escono da lì sotto illesi ognuno sulle proprie gambe e sulle proprie gambe coprono l’ultimo tratto del percorso e chi può tende la mano per toccarli e in qualche modo ringraziarli. Una specie di bellissimo giro d’onore, durante il quale nessuno ride e ciascuno è come se si inchinasse davanti a questi quattro atleti che, forse, hanno insegnato a tutti qualcosa di non banale. Dalle tribune piovono solo applausi. Non è stato circo, non e stato un fenomeno da baraccone, non è stata una bravata goliardica quella di quegli uomini che dal sole della Giamaica, dai carretti per le strade di Kingston sono passati al ghiaccio di Calgary 1988.

La morale della Storia

La nazionale di bob giamaicana aveva semplicemente raccontato al mondo che, sì, la nonna di Devon Harris, da bambino chiamato Pelè, aveva ragione: vai fin dove puoi vedere e quando ci arrivi vedrai più lontano. Persino il CIO, che all’ultima curva non della pista ma delle selezioni per i Giochi aveva cercato di sbarrare la strada ad una squadra fuori dagli schemi, si era arreso a chi anche con ironia si era messo in gioco e aveva portato tutti quanti un passo oltre, mostrando quello che prima era ancora nascosto. Era possibile mettere a frutto una dote anche se strana e nascosta come l’abilità di lanciare e guidare carretti per il commercio ai crocicchi e che sì leggerezza e ironia non erano solo le armi del tempo libero ma anche del presente e del lavoro. Su questa storia il CIO, che li voleva fuori dai giochi, sarebbe corso anche a realizzare degli spot per dire che quelli sì erano veri valori olimpici. Lo slogan era: un inno all’umanità. La squadra giamaicana sarebbe poi finita nelle pubblicità televisivi, la Disney, che in quel bob cappottato non aveva compreso la bellezza nascosta in quella frenata sbagliata, avrebbe anche realizzato un film nel quale si raccontava che il bob si era sì cappottato ma non per un errore ma per una fatalità: un bullone schiantato.

E, allora, Devon Harris, guardando per una volta non davanti a sé,  quando si gira e rivede la sua vita, si accorge che ha realizzato il sogno di essere nell’esercito e di competere non per in una ma in tre Olimpiadi. E prova sempre grande rassicurazione nel sapere che si possono sempre ottenere tutte le cose buone che si desiderano nella vita. “Smile Jamaica!”    

Tags: Bob; Giamaica; Calgary; 1988

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Nota sull’autore: Samuele Virtuani

Nato a Milano il 4 maggio 2001, è accanito calciofilo e appassionato di F1 fin dai tempi delle scuole medie. Laureato in Storia contemporanea all'Università degli studi Milano con una tesi intitolata: "Ai tempi dei dinosauri e dei pionieri. Tifo, politica e impegno sociale attraverso le fanzine dei Rangers 1976 Empoli Vecchia Guardia", da novembre 2020 è speaker presso Radio Statale, per la quale ha ideato e condotto per due stagioni "BigBang Effect". Da ottobre 2022 ha virato verso la narrazione sportiva con "Glory Frame", show radiofonico in onda tutti i mercoledì dalle 14:00 alle 15:00 sulle frequenze di Radio Statale e in podcast su Spotify.

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