“Cosa sarà della Juventus? O meglio, cosa farne?” A leggerla oggi, la dura ma inevitabile riflessione che ha fatto il nostro Fabrizio Bocca sul suo Blooooog, il Bar dello Sport del web che non di rado riprendiamo qui a Sportsenators, verrebbe da sottoscriverla non tanto perché condivisibile, quanto piuttosto perché il passo indietro della batosta di domenica, il netto “2-0 e a casa” rimediato sul Lago di Como, scaraventa i bianconeri ancora più giù, dalla mediocrità cronica alla scarsità acclarata. Giusto qualche giorno fa Bocca scriveva del “bianco e nero che si mescolano in un grigio di gradazione indefinita”, ma oggi questa gradazione va sempre più scurendosi, seguendo una deriva lenta ma inesorabile. Un piano inclinato senza l’ombra di alcuna inversione di rotta.
Come è stato possibile passare da due finali di Champions League e nove scudetti – nove, ci si mette del tempo solo a contarli! – fino al 2020 a cinque anni di nulla eterno fino ad oggi (o quasi, tre striminzite coppette: la Supercoppa e la Coppa Italia del 2021 e quella del 2024, oltre a qualche quarto posto penosamente festeggiato come fosse oro)?
TUDOR E I NUOVI, MALE MALE
Le responsabilità di giocatori e allenatore sono evidenti. I nuovi acquisti, ma anche quelli dell’anno scorso, è come se non ci fossero: David si riprenderà ma ora è un ectoplasma, Koopmeiners continua a essere irriconoscibile rispetto a quello dell’Atalanta, Kelly è un difensore bravo in attacco e meno in difesa, Joao Mario non è pervenuto. Fermiamoci qui, non c’è tempo di citarli tutti, questi campioni…
Igor Tudor non sta dando nessuna impronta di gioco. L’unica idea sembra portare palla in avanti e passarla agli unici due in grado di saltare l’uomo, Yildiz e Conceiçao. Bravissimi, ma dopo due o tre palle arrivate in piena area di rigore, le difese avversarie si svegliano, raddoppiano gli uomini sul turco e sul portoghese e il gioco è fatto. Fine della festa. Non solo. Il croato, tecnico lontano parente del grande giocatore che fu sempre in bianconero, se ne esce con dichiarazioni come se la Juventus fosse una squadra da metà classifica che può ambire al massimo al quarto posto. Come quando, parlando di Cambiaso, ha sottolineato che fosse pronto per una grande come il Liverpool, il City o il Real. Lui che allena la Vecchia Signora! E il colmo è che alla prova dei fatti ha quasi ragione, ma certe frasi dal proprio condottiero non si possono sentire, alla Juve poi!
Le cause originarie di questa pochezza di gioco, campioni, risultati e fiducia va però ricercata altrove. Mai come ora, la saggezza popolare coglie nel segno: il pesce bianconero puzza dalla testa.
ELKANN E GLI INANIMATI CONTABILI EXOR
Dopo Andrea Agnelli, John Elkann ha affidato la società a due uomini Exor di sua fiducia, il presidente Gianluca Ferrero e il direttore generale Maurizio Scanavino. I due hanno opportunamente adottato un profilo molto basso e sono riusciti a sistemare conti e bilancio, un merito non da poco. Anzi, base da cui tutto deve ripartire. Ma sono andati avanti in questi anni come se la Juve davvero non potesse ambire che alla quarta posizione, per qualificarsi alla Champions della stagione successiva. Da giocare come sempre negli ultimi anni nel grigiore più assoluto, senza la benché minima pretesa di raggiungere risultati veri, vivacchiando nella speranza massima di passare di riffa o di raffa il girone per poi pregare in ginocchio nelle sfide a eliminazione diretta. Accorgendosi puntualmente ogni stagione che non è con le preghiere che si va avanti nella massima competizione per club. Toh, chi l’avrebbe mai detto…
ANDREA AGNELLI E SUO PADRE GIRAUDO
Vero, prima di loro Andrea Agnelli aveva lasciato il club – per meglio dire, era stato messo alla porta dal cugino John Elkann – in una situazione non così lontana dal dissesto finanziario, infilando dall’acquisto di Cristiano Ronaldo e dal benservito a Beppe Marotta in avanti una serie di decisioni funeste, una più tragica dell’altra. Compreso il tentativo temerario di costituire la famigerata Super League, picco supremo del delirio di onnipotenza raggiunto dal figlio di Umberto Agnelli. È altrettanto vero però che il giovin signore, come ebbe a definirlo velenosamente anni fa Massimo Moratti, citando il giovane ozioso e inutile della poesia di Parini, aveva dimostrato a suon di risultati e passione che lui e la Juve erano una cosa sola. Vissuta e presieduta alla sua maniera, viscerale e tutt’altro che elegante, di figlio “professionale” ma alla prova dei fatti assolutamente “naturale” di Antonio Giraudo (“per me come un padre”, le inequivocabili parole del fratello dell’indimenticato Giovannino), l’amministratore delegato della Juve tra il 1994 e il 2006.
Quella della famigerata Triade Moggi-Giraudo-Bettega, che aveva vinto tutto e il contrario di tutto prima di affondare con l’inchiesta di Calciopoli. Tre veri e propri energumeni agli antipodi dei crismi dello stile-Juve, ma capaci prima di coniugare risultati sportivi e conti in ordine. Alla fine cacciati con la Juve in Serie B, ma sulla controversa Calciopoli il giudizio definitivo della Cassazione ha confermato l’accusa di associazione a delinquere, ma condannato alla fine due soli arbitri, De Sanctis e Racalbuto, assolvendo tutti gli altri. Una montagna che ha partorito un topolino, secondo chi scrive. “Un topolino particolarmente chiattone…“, secondo altri come il collega autore di questa geniale risposta.
MAKE JUVE GREAT AGAIN
Comunque la si veda, l’amore per Madama è stato un fatto per Umberto e Andrea Agnelli, mentre per John Elkann la Juve sembra davvero trattarsi di nient’altro che un freddo asset di mercato. Al quale non ha mai fatto mancare le fondamentali ricapitalizzazioni, ma senza mai trasudare quella passione che l’avrebbe portato a difendere la Vecchia Signora proprio durante Calciopoli, anziché assistere inerme alla discesa in B e alla diaspora dei suoi campioni. Speriamo che la scelta del nuovo AD Damien Comolli sarà vincente, ma diamine, Jaki, qualcosa in più di un pallido sorriso e dirigenti da compitino contabile potevi mettere insieme!
Se da un lato le voci di vendita della Juve da parte del gruppo Exor si ripetono tanto periodicamente quanto senza alcun fondamento, dall’altro è una notizia l’acquisto del gruppo Tether, colosso delle criptovalute, dell’11,5% delle azioni bianconere. Più di un decimo della Juventus è quindi ora in mano a Giancarlo Devasini, il terzo uomo più ricco d’Italia e co-fondatore, presidente e primo azionista di Tether. Soggetto giornalisticamente molto accattivante, medico chirurgo plastico convertito all’informatica e poi alla finanza crittografata, per bocca del CEO Paolo Ardoino non ha perso tempo con i reclami roboanti: “Tethering è impegnata a diventare una forza positiva di cambiamento all’interno del Club, un obiettivo racchiuso nel nostro principio guida: “Make Juventus Great Again”».
Dalle prime battute, in un futuro non troppo lontano la Juve potrebbe tornare nelle mani di chi sembra amarla oltre ogni cosa, guidandola verso possibili trionfi ma altrettanto possibili finali rovinosi sul campo e sul bilancio… un Trump sabaudo non si era mai proprio mai visto! Il gioco vale la candela?
*foto tratta da www.juventus.com
