Il giorno dopo l’eclatante bis nel misto agli US Open, col bottino record di 500mila dollari a testa che la Federtennis a stelle e strisce avrebbe dispensato più volentieri a qualche star di singolare – magari di casa – ingaggiata per aumentare lo spettacolo della nuova formula-esibizione, tutti guardano alla piccola italiana, Sara Errani, all’abbraccio impetuoso col compagno, Andrea Vavassori, sul campo che da domenica ospita l’ultimo Slam della stagione. Ma davvero quella ragazza di ferro, con grinta e personalità che le sprizzano da tutti i pori, che corre e si sbraccia, è la stessa che vinceva anche 12-13 anni fa?
DUE CARRIERE
Sì, è la stessa Errani che a 12 anni tentava la strada della Nick Bollettieri Academy in Florida e a 16 emigrava definitivamente a Valencia alla scuola dell’amico David Ferrer. Quella che, sempre fra noi scetticismo dei più, diventava professionista nel 2002 ma, senza centimetri (è alta 1.64) e senza colpi da ko, arrancava, a dispetto di grinta, tecnica e intelligenza tennistica. Quella che, malgrado tuto, arrivava inaspettatamente al vertice nel biennio 2012-2014 sia in singolare che in doppio (con Roberta Vinci) col suo tennis spagnoleggiante, ricco di top spin e di “Vamos”.
La tennista che ha vissuto due volte è la stessa che si è fermata due anni, fino al 2019, per una contaminazione doping pur ritenuta involontaria e, a dispetto dei risolini di stupore misto a commiserazione dei colleghi, e dei consigli onesti e perplessi degli amici, è ripartita dal basso. E’ quella che, pian pianino, ha recuperato fiducia, classifica e gioco, fino a mettersi al collo l’anno scorso il primo, oro olimpico tennis azzurro, conquistando il doppio con la nuova partner, Jasmine Paolini, e poi firmando la quarta Fed Cup (ora Billie Jean King Cup). E’ anche quella, sempre col suo servizietto alla moviola – che i più irridono finquando non se lo ritrovano davanti e scoprono che è una saponetta -, coi fendenti millimetrici, ieri da fondo e oggi a rete, col timing perfetto e la capacità di leggere i punti deboli avversari, sbandiera l’insolito record di tennista italiana che ha vinto più tornei (9 in singolare, 48 in doppio e 4 in misto) e anche più partite individuali (689, di cui 400 sul WTA Tour). Insomma, è quella, che vince, sempre e comunque. Che vogliate chiamarla Saretta, sminuendola, o Sarita, esaltando la leonessa che è in lei.
MISSIONE
La romagnola è in missione da sempre contro gli scettici. Chi avrebbe mai pensato che potesse salire al numero 5 del mondo in singolare e disputare la finale di Roma e poi anche del Roland Garros? Chi avrebbe mai ipotizzato che arrivasse al numero 1 di specialità chiudendo il Grand Slam alla carriera in coppia con la specialista Vinci e infondendole il suo sacro fuoco di vittorie nei singolari? Chi si sarebbe mai immaginato che potesse tornare a trionfare in doppio in uno Slam come al Roland Garros di maggio, entrando nella storia di Roma col bis consecutivo degli ultimi due anni? Chi avrebbe scommesso su questi 3 Slam di misto accanto a Vavassori, e soprattutto alla doppietta agli US Open malgrado la formula rivoluzionata proprio per eliminare gli specialisti?
Il computerino del tennis, che già s’è disegnata un futuro nel padel e fa da coach alla Paolini insieme a Federico Gaio (via FITP), da appena 291 al mondo di singolare, voleva proprio stupire e farsi applaudire dal mondo. Inclusi l’ex numero 2 del mondo e l’ex regina, Swiatek, che ha battuto in finale: “I singolaristi non pensano di incrociare quando qualcuno serve a 110 all’ora. Non siamo abituati a vederlo nelle nostre risposte. Tatticamente i doppisti sono meglio di noi”. Fino ad armare a freccia al curaro di Vavassori (306 ATP individuale): “Abbiamo dimostrato che i giocatori di doppio sono grandi giocatori di tennis”.
Vincenzo Martucci (Tratto dal messaggero del 22 agosto 2025)
Foto tratta da supertennis.tv
