Vincenzo Santopadre, che cosa vi siete detti con Stefano Cobolli dopo l’indimenticabile tie-break vinto da suo figlio Flavio contro Bergs?
“Venerdì sera siamo andati a bere una cosa insieme e ci siamo ripetuti che avremmo dato del pazzo a chi ci avesse solo ipotizzato, quando allenavamo all’Aniene Roma, che un giorno Matteo (Berrettini, suo allievo da sempre) e Flavio sarebbero stati protagonisti nella finale di Davis. E forse vedendo quello che sta succedendo in questi giorni a Bologna ho capito un po’ di più quello che era successo con la finale di Matteo a Wimbledon. E ho rivissuto ancora quelle emozioni così forti”.
Lei è molto legato a Flavio ed ai suoi genitori.
“Per me Stefano e Francesca, papà e mamma Cobolli, sono famiglia: con loro ho passato Natali e feste, sono anche il padrino di Flavio, hanno valori importanti che hanno trasmesso al figlio e i miei figli sono cresciuti anche con loro. Siamo un grande gruppo, unito. Io e Stefano abbiamo fatto tanti tornei insieme, anche se abbiamo sei anni di differenza, proprio come fra Matteo e Flavio, siamo amici per la pelle. Ci vogliamo bene, fra noi c’è affetto vero”.
Il grande segreto di Flavio è il suo gran cuore?
“Non puoi non volergli bene: la gente capisce subito quant’è genuino, sta stare al mondo, è generoso, anzi, si dà totalmente. Quando gioca lui si formano le carovane di amici, io stesso mi sono accodato per andare a tifare ai Challenger”.
Flavio sembra il Davis-man ideale.
“Non ha solo cuore, anche il suo coraggio è davvero importante. Non ha paura. Anzi, ci gode proprio a vivere quei momenti: è sempre stato così. Dicevano addirittura che lo facesse apposta a perdere un set per vivere sensazioni ancor più forti, io non credo fosse voluto: forse abbassava la guardia, aveva un calo di concentrazione. Di certo, ama vivere di emozioni forti sul campo e la Davis per questo è il teatro ideale di espressione”.
Ma lei ha capito subito, quando Flavio si accodava a Matteo, che sarebbe diventato forte?
“Vittorio Magnelli, che è il suo padre tennistico e ci ha lavorato tanto all’inizio, me ne ha sempre parlato in modo entusiasta, sicuro che sarebbe diventato forte. Lo conosco da quando è nato ma non l’ho mai allenato: stava al Parioli, era Stefano che allenava all’Aniene e lo seguiva, così come ha allenato anche Matteo. Di sicuro, quando lo vedevo ai rodeo under 10 che organizzavo col papà, notavo che aveva già una grinta incredibile, da coppa Davis, perfetta per match come quelli di Bologna”.
Cos’altro contraddistingue Flavio?
“Ha sempre avuto la mentalità, la testa, la lucidità straordinaria, la tenacia. Ha un carattere tosto, non si scoraggia mai: si è visto dopo qualche sconfitta importante e nei momenti delicati d’inizio anno, quando ha sempre reagito con responsabilità”.
Non ci dimentichiamo dei piedi alati, esplosivi.
“Nel primo match, contro Misolic, ha offerto una prestazione eccezionale, senza sbavature e di grandissima intensità. A tratti sembrava “tarantolato” per la velocità con la quale si muoveva in campo”.
Ha anche l’arma in più di aver giocato in una squadra.
“Sa benissimo cos’è lo sport di squadra, avendo giocato a calcio. E anche dalla panchina abbiamo giocato in qualche modo con lui e abbiamo valutato assieme che indicazioni dargli, per esempio su dove battere alla fine, nel tie-break”.
Qualcuno ha criticato il gesto finale da “Incredibile Hulk”.
“E’ stata una semplice, umanissima e spontanea reazione di gioia, una grande emotività espressa in un momento speciale: quei 25 minuti sono stati una montagna russa di emozioni ed è giusto che abbia tirato fuori in questo modo quello che aveva tenuto dentro tanto a lungo per restare concentrare ed esprimere al massimo il suo tennis”.
(Tratto da Il Messaggero del 23 novenbre)
Foto di Marta Magni
