Dai cinque ori dell’Olimpiade di Tokyo 2021 alle cinque medaglie (tre ori e due argenti) dei Mondiali indoor di Torun in Polonia. Cambiando tutti i nomi dei protagonisti, l’Italia dell’atletica continua il percorso virtuoso che anno dopo anno, senza perdere mai colpi, l’ha consolidata ai vertici del panorama internazionale, praticamente in coincidenza con l’avvento del nuovo presidente Stefano Mei. Basta un semplice cambiamento federale, con la conferma del d.t. Antonio La Torre, a spiegare questo inaspettato e clamoroso cambio di passo con il terzo posto nel medagliere dei Mondiali indoor dopo i “tre zeri”, cioè nessuna medaglia, dell’Olimpiade di Rio 2016? Sì e no, ma certamente la domanda di attualità dopo i tre ori di Andy Diaz (triplo), Zaynab Dosso (60) e Nadia Battocletti (3000), accompagnati dagli argenti dei lunghisti Mattia Furlani e Larissa Iapichino, rimane la stessa: a chi vanno i meriti di un salto di qualità che non è solo individuale ma anche globale? Come si spiega che praticamente in tutte le rassegne assolute e giovanili degli ultimi cinque anni l’Italia abbia migliorato il bottino di medaglie delle edizioni precedenti? Come è possibile che di colpo, dopo il vuoto della vecchia ed equivalente Coppa Europa, siano arrivate due vittorie consecutive nei campionati europei a squadre e l’Italia sia diventato la nazione leader non solo agli ultimi Europei di Roma ma anche nelle ultime due rassegne continentali giovanili (allievi e juniores) sfiorando l’impresa anche a livello under 23?
IL CULO DI SACCHI
Per dare un’idea di come sia difficile spiegare tutto questo in un Paese che mostra tuttora una problematica mancanza di impianti (outdoor ma soprattutto indoor), ataviche carenze scolastiche, conclamata sedentarietà giovanile (confermata dalle statistiche) e abbia registrato anche la perdita dei “veri” Giochi della Gioventù, è stato tirato in ballo perfino il “culo di Sacchi” trasferendo le sue doti propiziatorie a Stefano Mei. Ma se nel calcio il fattore fortuna può avere una sua piccola influenza (ovviamente non giustificando una continuità di risultati), in una disciplina che si gioca su cronometri e misurazioni non ci può essere nulla di casuale. Si vince perché si è più forti degli avversari e, se (quasi) tutti migliorano i propri record anche nelle grandi manifestazioni, ci devono essere fattori più scientifici.
IL KNOW-HOW TECNICO
Personalmente una possibile spiegazione (non l’unica ovviamente) per la crescita dell’Italia nello sport più globalizzato del mondo me la sono data: l’attuale vertice tecnico-dirigenziale (Mei-La Torre per intenderci) ha avuto il merito di liberare le potenzialità inespresse dei nostri allenatori di base. Il mondo ha sempre invidiato il know-how dei nostri allenatori ma lacci e lacciuoli in passato avevano imbrigliato queste capacità che ora si sono finalmente realizzate. Uno dei motti di Stefano Mei è appunto questo: “Io non intervengo mai nelle questioni tecniche perché abbiamo gli allenatori migliori del mondo”.
CHI ALLENA CHI
E allora vediamo chi sono gli allenatori dei cinque medagliati di Torun che, come dicevamo, sono completamente diversi dai protagonisti dei cinque ori di Tokyo 2021, staffetta 4×100 compesa.
Andy Diaz: dopo una storia incredibile è approdato alla corte di Fabrizio Donato, campione europeo e bronzo olimpico proprio del triplo , che si stava appena convertendo dal ruolo di atleta a quello di allenatore. Scappato rocambolescamente da Cuba dove si sentiva sottovalutato, Andy è arrivato in Italia quasi come un barbone, è stato ospitato a casa Donato, si è tesserato per l’Unicusano Livorno ed è rimasto a lungo fermo per rispettare le regole del cambio di nazionalità. Ma il sodalizio ha funzionato subito: Fabrizio e Andy si capiscono a volo anche sul piano umano, vivono all’unisono in pedana e si confrontano con la giusta dose di ironia anche fuori. Per la cronaca, Donato, viste le precarie condizioni dell’ex cubano, avrebbe voluto disertare i Mondiali indoor e gli ultimi test sembravano dargli ragione. Invece Andy l’ha convinto ad andare in Polonia ed alla fine ha preso gli applausi del suo tecnico.
Zaynab Dosso: approdata dalla Costa d’Avorio a Rubiera (una delle roccaforti dell’atletica azzurra) a dieci anni, dopo una crescita progressiva in Emilia alle prime difficoltà ha avuto l’intuito di bussare alle porte dell’allenatore che è diventato un re Mida della nostra atletica: Giorgio Frinolli, figlio del campione europeo dei 400 hs che è stato anche c.t. azzurro. Nella scuderia romana di Frinolli si allenano sette atleti fra cui Simonelli e Sibilio, quindi non solo sprint. Giorgio ha mostrato molta sensibilità quando Zaynab ha vissuto gli alti e bassi che le hanno impedito di centrare le grandi finali mondiali all’aperto come i suoi progressi cronometrici sembravano prefigurare e Dosso, finalmente libera da zavorre psicologiche, ha ottenuto a Torun il miglior risultato della sua carriera dopo essere scesa in stagione sotto il muro dei 7” nei 60 metri.
Nadia Battocletti: di sangue marocchino per parte di madre, l’attuale numero uno della nostra atletica è allenata dal padre Giuliano ex maratoneta talentuoso ma un po’ scriteriato che però ha mostrato saggezza in ogni passaggio della carriera della figlia. Nadia ormai è in grado di dominare la scena europea su tutti i terreni (pista all’aperto e indoor, strada e cross) e a Torun ha sfruttato la crisi delle africane per centrare un oro quasi insperato nei 3000. Praticamente non sbaglia più una gara in attesa della laurea universitaria e col padre ha un rapporto speciale: mai un litigio mai una scelta sbagliata. Una sintonia che non si è mai vista fra padre e figli nello sport.
Mattia Furlani: è allenato dalla madre Khaty (diminutivo di Khadidiatou) Seck, figlia di un diplomatico senegalese che ha trovato in pedana anche il marito Marcello, ex saltatore azzurro in alto, e ha portato allo sport i tre figli. Dopo la talentuosa saltatrice in alto Erika, è arrivata l’esplosione di Mattia che inizialmente si divideva fra salti orizzontali e verticali ma ha trovato nel lungo la sua realizzazione. E a quel punto il padre si è fatto da parte diventando “assistente” della madre che ha trasferito sul figlio i suoi studi tecnici ma non ha mai rinunciato al ruolo di madre. Un’altra simbiosi perfetta.
Larissa Iapichino: qui la situazione è più complicata. Avere una madre fuoriclasse (Fiona May) e un padre campione un gradino più sotto (Gianni), dopo il divorzio dei genitori, è diventato un problema. Quando Gianni ha intrapreso la carriera di allenatore e la madre si è allontanata (possiamo vederla in tv in Pechino Express), Larissa ha lasciato il suo allenatore giovanile e con molta abnegazione ha seguito gli insegnamenti del padre, esuberante in pedana e molto presente anche in famiglia (i due abitano sullo stesso pianerottolo). Gli episodi difficili e i litigi non sono mancati perché Gianni pretende sempre il massimo dalla figlia. Dopo la delusione rumorosa dell’Olimpiade di Parigi, Larissa ha confessato a Torun di aver trovato il salto quasi vincente grazie ai rimproveri del padre perché tende ad “addormentarsi” in pedana. In questo caso il rapporto tecnico-atleta deve ancora affinarsi ma siamo sicuri che esploderà in positivo nel corso di questa stagione, che dovrebbe essere quello della consacrazione per Larissa.
(foto tratta dal sito della Fidal)
