Il Giro d’Italia è un totale tripudio a Milano, una festa di popolo che non se ne vedevano da tempo nel capoluogo meneghino e che bandiere e lingue provenienti da ogni location del globo. Dai tifosi uruguaiani giunti per celebrare l’ex maglia rosa Guillermo Thomas Silva ai tanti supporters giunti dalla Polonia per godersi un pomeriggio di festa.
Il tutto perfettamente accompagnato da un sole di luglio che spinge chiunque a scendere in strada per osservare passare il gruppo colorato lungo un circuito perfetto per avvicinare il pubblico al ciclismo e offrire ai corridori l’occasione di giocarsi le proprie chance senza alcun pericolo.
Tutto perfetto, compreso la fuga che anticipa a sorpresa il gruppo e trasforma in gregari in campioni per un giorno, tra le lacrime di Mirko Maestri per un secondo posto davvero amaro e la gioia di Fredrik Dversnes che nemmeno si sarebbe immaginato di ritrovarsi sul podio quando è partito stamane da Voghera.
Tutto bello, se non fosse che questa festa viene rovinata da una coda velenosa di polemiche, un po’ come la lunga processione che i tifosi si ritrovano lungo il lunghissimo rettilineo che porta da Piazzale Loreto a Porta Venezia, una strada enorme, lunga oltre un chilometro che permette a qualsiasi atleta di evitare capitomboli o imprevisti dell’ultimo minuto.
Una processione che ci si potrebbe aspettare in una tappa di salita, dove i corridori arrivano alla spicciolata, peccato che qui arrivino chiacchierando, in carrozza, come se stessero facendo una scampagnata prima del giorno di riposo. Per chi è sul rettilineo d’arrivo e non è collegato con la cronaca televisiva, che cosa é accaduto?
Semplice, i corridori hanno deciso che oggi forse faceva troppo caldo, forse erano troppo stanchi dopo il tappone di Pila e che quindi oggi il tracciato era troppo pericoloso. Esattamente, questa è stata l’accusa lanciata dalla maglia rosa Jonas Vingegaard che ha gentilmente chiesto all’organizzazione di neutralizzare gli ultimi 16,5 chilometri, poco più dell’ultimo giro.
E così, mentre i fuggitivi davanti davano l’anima per potersi conquistare quel pizzico di gloria ottenendo la doverosa risposta festante del pubblico, dietro si rallentava e si pensava chi a dove migrare per le vacanze estive, chi a come organizzare il giorno di riposo e chi soprattutto pensava a conservare più energie possibili per vincere il Giro e puntare poi sulla conquista del Tour de France.
Il tutto in barba allo spettacolo, al rispetto del popolo del ciclismo e soprattutto alla tanto vituperata sicurezza, svilita ormai a mera merce di scambio per evitare di dover fare uno sforzo in più. Un tempo era la neve, poi divenne la pioggia e ora, un tracciato largo e senza pericoli che diventa troppo “rischioso”.
Peccato per chi sia rimasto ore sotto il sole per veder passare la maglia rosa, peccato perché Milano, a differenza di chi ha fatto di tutto per farlo scappare, ha dimostrato di amare e volere il ciclismo. Peccato per i fuggitivi che, nonostante le accuse di chi stava a discutere della neutralizzazione di aver sfruttato le moto, sono stati gli unici a metterci l’anima.
Peccato perché il Giro d’Italia ne esce ancora una volta a pezzi, a dimostrazione come la Corsa Rosa sia in balia degli eventi e degli umori, sempre più distante da tanto stimato Tour de France che sulla carta non avrebbe nulla da invidiare a noi italiani.
