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Calcio

Coppa Italia, un’altra occasione perduta del torneo che non può sorprendere…

Da Samuele Virtuani 24/09/2025

Con l'approdo del Milan agli ottavi, il grande pubblico si è ricordato dell'esistenza di questa competizione. Scegliendo di non cambiare nulla, questo trofeo è un inutile riempitivo in calendari già stracolmi di impegni.

C’è stato un tempo in cui la Coppa Italia era un trofeo ambito, una competizione che profumava di gloria, un’arena dove anche i piccoli potevano sognare, dove ogni partita rappresentava un evento, e dove ogni sorpresa diventava leggenda. Oggi, quella stessa coppa sembra smarrita, relegata al ruolo di comparsa nel calendario calcistico nazionale, ignorata da molti, snobbata da altri, e profondamente in crisi di identità. Ma dove ha sbagliato il sistema calcio italiano? Quali sono le crepe che hanno trasformato un torneo storico in un proscenio stanco, polveroso e prevedibile?

Un format sbilanciato e penalizzante

Uno dei nodi centrali è certamente il format della competizione, modificato nel tempo con l’intento di “valorizzare la qualità” ma che di fatto ha finito per cristallizzare le gerarchie, annullando ogni possibile imprevedibilità. La struttura attuale prevede l’ingresso delle prime otto classificate della Serie A soltanto dagli ottavi di finale, e quasi sempre con il vantaggio del fattore campo. Il Milan, vittorioso ai sedicesimi ieri sera contro il Lecce a San Siro, andrà ad esempio a far visita alla Lazio il prossimo dicembre.

Questo significa che le squadre di Serie B e Serie C, già svantaggiate dal punto di vista tecnico e finanziario, devono affrontare diversi turni preliminari, spesso in trasferta, senza alcuna reale possibilità di competere ad armi pari. Il messaggio è chiaro: la Coppa Italia non è pensata per essere inclusiva, ma per garantire alle big un accesso agevolato alle fasi finali, spesso a discapito dello spettacolo e dell’equilibrio sportivo. E, allora, ecco intere squadre sfigurate in nome del turnover massiccio, carneadi che brancolano per il campo e grandi sbadigli da casa o allo stadio.

Basti ricordare che nelle ultime 20 edizioni, solo una volta una squadra non appartenente al gruppo delle “sette sorelle” è riuscita a vincere il trofeo: il Napoli, che ad ogni modo non è compagine da B, superò sotto la gestione Mazzarri la Juventus in finale nel 2012. Per il resto, è un dominio quasi esclusivo di Juventus, Inter, Lazio e Roma. L’ultima squadra habitué della B, l’Atalanta non può più essere considerata di questo livello, ad arrivare in finale fu il Palermo nel 2011, poi battuto dall’Inter di Leonardo. Un evento che oggi, al netto dell’exploit dell’Alessandria nel 2016, e di Bologna e Empoli della scorsa stagione, sembra irrealizzabile.

Il fascino delle coppe altrove: il confronto impietoso con la FA Cup

Per comprendere la gravità del problema, basta osservare cosa accade oltre confine. In Inghilterra, Sport Senators ne aveva già parlato tempo fa, la FA Cup è un autentico patrimonio culturale: ogni anno centinaia di squadre di ogni categoria partecipano, e non mancano mai le storie romantiche di piccoli club che eliminano colossi della Premier League. Il sorteggio è sempre integrale, il fattore campo è spesso deciso dalla sorte, e non è raro vedere le big affrontare trasferte su campi difficili, magari innevati, lontani dai riflettori delle grandi arene.

Chi non ricorda l’impresa del Lincoln City, squadra di quinta serie, che nel 2017 eliminò il Burnley arrivando ai quarti? O l’incredibile corsa dello Wigan, che nel 2013 vinse la FA Cup battendo il Manchester City e retrocedendo pochi giorni dopo dalla Premier League? L’anno scorso è toccato al Crystal Palace essere protagonista di una pietra miliare della Storia del calcio britannico,  che con la conquista della FA Cup ha vinto così il primo trofeo della sua storia ultracentenaria. Sono queste le vicende che rendono una coppa memorabile. In Italia, invece, il copione è scritto sin dall’inizio: a trionfare sarà sempre una big. L’unico dubbio è quale.

Una narrazione debole e un disinteresse crescente

Ma non è solo una questione di struttura. Anche la comunicazione e la narrazione attorno alla Coppa Italia risultano carenti, per non dire scadenti. Le partite si disputano in orari penalizzanti, uggiosi pomeriggi feriali, tarda sera, periodi festivi, con uno sforzo minimo nella promozione dell’evento. Non ci sono campagne emozionali, non ci sono veri protagonisti. Le reti televisive trattano il torneo come un riempitivo e non come un prodotto da valorizzare.

Il risultato? Stadi nelle fasi preliminari semivuoti, tifosi disinteressati o disincantati, allenatori che schierano le riserve, e una percezione generale di inutilità. Addirittura, per molte squadre di medio livello, la Coppa rappresenta un fastidio logistico in mezzo alla corsa salvezza o alla lotta per l’Europa. L’obiettivo è uscire il prima possibile, per concentrarsi sul campionato: Antonio Conte docet!

Un trofeo che non cambia la stagione

Un’altra grande criticità sta nel valore sportivo del trofeo stesso. Mentre in altre nazioni vincere la coppa nazionale può garantire l’accesso diretto alle coppe europee o rappresentare un titolo di prestigio in sé, in Italia la Coppa Italia viene vista come un premio di consolazione. Qualcosa che “non salva” l’annata, ma che può al massimo decorarla. Un motto che ha accompagnato il Milan per tutta la passata stagione e che ha riguardato anche Inter e Juventus durante periodi di vacche magre. Questo perché la Coppa non ha un peso reale nella valutazione delle performance.

Le proposte di riforma: utopie o necessità?

Non mancano da anni le proposte di riforma. Tra le più discusse:

  • Sorteggio integrale fin dai sedicesimi, con possibilità che le big giochino in trasferta.
  • Final Four in sede unica, sul modello spagnolo.
  • Ingresso di tutte le squadre dalla Serie A alla Serie D, come avviene in Inghilterra.
  • Incentivi economici veri per le piccole, affinché la partecipazione non sia un danno ma un’opportunità.
  • Date dedicate e promozione centralizzata, con maggiore impegno delle tv e della Lega Serie A nel vendere la competizione come un evento vero.

Ma finora, tutte queste idee sono rimaste sulla carta, ostacolate da interessi economici, conservatorismo delle grandi società e scarsa volontà politica.

Una coppa senza anima

La Coppa Italia oggi è una coppa senz’anima, priva di passione, privata delle sue storie più belle. È una competizione che ha dimenticato le sue radici popolari, piegata alle esigenze dei top club, incapace di reinventarsi in un’epoca in cui lo spettacolo e l’imprevedibilità sono tutto.

Eppure, basterebbe poco per riportarla in vita. Basterebbe restituire alla Coppa la sua funzione originaria: essere il teatro delle sorprese, il sogno delle piccole, la scorciatoia per la gloria. Ridarle senso non è solo una questione di calendario, ma di visione culturale. Perché un calcio che non sa valorizzare la sua coppa nazionale è un calcio che ha perso la memoria.

Tags: Coppa Italia; Milan; Juve; Inter; Roma; Lazio; Atalanta; Bologna

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Nota sull’autore: Samuele Virtuani

Nato a Milano il 4 maggio 2001, è accanito calciofilo e appassionato di F1 fin dai tempi delle scuole medie. Laureato in Storia contemporanea all'Università degli studi Milano con una tesi intitolata: "Ai tempi dei dinosauri e dei pionieri. Tifo, politica e impegno sociale attraverso le fanzine dei Rangers 1976 Empoli Vecchia Guardia", da novembre 2020 è speaker presso Radio Statale, per la quale ha ideato e condotto per due stagioni "BigBang Effect". Da ottobre 2022 ha virato verso la narrazione sportiva con "Glory Frame", show radiofonico in onda tutti i mercoledì dalle 14:00 alle 15:00 sulle frequenze di Radio Statale e in podcast su Spotify.

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