Come sempre aveva ragione Jannik Sinner, il Profeta dai capelli rossi: quest’Italia è talmente forte anche senza lui e Musetti, i nostri top 10, che può vincere la terza coppa Davis di fila come nessuno mai era riuscito nell’era post-Challenge Round (dopo il 1972). Siglando un altro record dello stupendo Rinascimento azzurro. La quarta di sempre, la prima in casa.
BERRETTINI PERFETTO
Bisognava giocare la partita perfetta, in spinta, e Matteo Berrettini è bravissimo a portare indietro le lancette del suo orologio biologico e sportivo. Non a 12 mesi fa quando è stato co-protagonista, insieme a Jannik Sinner, del secondo urrà Davis, ma a tre anni fa, quand’è salito al numero 6 del mondo prima di nuovi sgambetti del destino, con altri infortuni, e stop, e pericolosi crolli della mente. Il 29enne romano, sorretto da una condizione fisica importante, regge sulla pericolosa diagonale di rovescio contro il solido veterano Carreno Busta e sfrutta al meglio il servizio – 13 ace, 98% di prime, 77% di punti, zero palle break concesse – , ma soprattutto si avvale dell’esperienza e della qualità dea campione. Così, centra l’11° successo di fila in singolare in Davis: nel primo set, sul 4-3, con una stop volley di rovescio che trasforma nel 6-3, nel secondo, sul 4-4, con un passante di rovescio che brucia il numero 2 spagnolo, doppiandolo con la risposta di dritto. E porta il 6-4 per alleggerire le spalle dell’amico di sempre, Flavietto, come contro Austria e Belgio.
PAURA
Cobolli è numero 22 del mondo ma, a 23 anni, è inesperto a livelli così alti e delicati, per cui il testimone che riceve dall’amico di sempre cresciuto sui campi dell’Aniene Roma gli brucia nelle mani e subisce l’aggressione iniziale del “cagnaccio” Jaume Munar (28 anni, 36 ATP), col quale ha perso quest’anno in due set a Shanghai. Pagando dazio dalla risposta al servizio, ai colpi di rimbalzo, alle discese a rete. Soffocato, sorpreso, travolto, forse anche impaurito, l’eroe azzurro della maratona contro Bergs (col tie-break del terzo set deciso per 17-15 salvando 7 match point), è abbandonato dalla battuta (appena il 27% di punti con la prima). E, dopo 34 minuti, accusa un annichilente 6-1. In balìa dell’arcigno figlio di Maiorca, come Nadal, alla cui scuola è cresciuto e nato curiosamente lo stesso giorno dell’erede di Rafa, Alcaraz, che vuole ritagliarsi un ruolo superiore ai top 30 e si sta costruendo una solidità tecnica sempre più importante, a partire dal servizio. E, nel primo parziale “vola come su una nuvola”, citando Diego Nargiso oggi telecronista Supertennis che nel 1998 a Milano giocò la prima ed ultima, sfortunata, finale Davis in casa dell’Italia.
PERSONALITA’
Pure il secondo set comincia malissimo per Flavio, che perde subito il servizio e, proprio quando si conquista una palla-break, si deve fermare per il malore di uno dei 10mila in tribuna. Dopo 13 minuti di stop, vede sfumare altre due palle break. Ma, all’ottava, il dio del tennis gli dà una mano con la volée di dritto baciata dal nastro. Così, dopo 62 minuti, l’azzurro va per la prima volta in vantaggio, 2-1, caricando di più sul dritto di Munar e poi spingendo con coraggio contro un Munar più falloso e col pubblico che entra in gioco contro lo spagnolo. Che simpaticissimo non è e viene riportato all’ordine nei suoi atteggiamenti al limite dell’antisportivo da capitan David Ferrer. La partita, sempre più sporca e cattiva, porta il gladiatore Flavio a 4 set point sul 6-5. Il numero 1 di Spagna li cancella con la prima di servizio resistendo alla pressione e al tie-break ne cancella altri 3, ma al settimo, dopo 90’ di secondo set, cede il 7-5 a Cobolli in trance agonistica. Che non può più mollare la preda. E sul 5-5 del terzo set, malgrado un primo salvataggio con una volée alla Edberg di Munar, piazza la zampata da guerriero, con un dritto alla Berrettini, che lo porta sul 6-5, sottolineato dal 2/14 sulle palle break, nel segno di un’attitudine sempre più aggressiva e di una personalità da protagonista. Firmando il 7-5 finale dopo quasi 3 ore da vera coppa Davis. In nome di un’Italia tennistica mai così coesa e vincente anche nell’organizzazione e negli esempi.
di Vincenzo Martucci (Tratto da Il Messaggero del 24 novembre)
Foto di Marta Magni
