Metodo contro Sistema, dittatura contro democrazia, fascismo contro liberalismo. Italia-Inghilterra del 13 maggio 1933 non è semplicemente una partita di calcio, quanto uno scontro tra due idee opposte di vedere il mondo. Quasi un tentativo di deliberare chi possa prendersi il dominio del globo fra due superpotenze che, dopo essersi alleate nella Prima Guerra Mondiale, si ritrovano a battagliare per imporre la propria influenza sugli altri stati.
Come dirà qualche anno dopo Winston Churchill, “gli italiani vanno alla guerra come fosse una partita di calcio e vanno a una partita di calcio come fosse la guerra…”, non c’è modo migliore che risolvere la disputa su un campo d’erba, undici contro undici, davanti ai rispettivi rappresentanti politici, senza dover sfoderare pistole e moschetti.
L’appuntamento è fissato alle 15.30 allo Stadio del Partito Nazionale Fascista di Roma, ma la tensione sale già nei giorni precedenti, a partire dal 10 maggio quando alle 19.30 i “Maestri del Calcio” arrivano nella Capitale, pieni di quell’orgoglio che ha permesso loro di uscire qualche anno prima dalla FIFA e rinunciare alla prima edizione dei Mondiali nel 1930. L’ “Isolamento Dorato” ha permesso loro di crearsi un’aura di invincibilità, ma gli italiani non vogliono essere da meno e iniziano a pizzicare i britannici sin da quando arrivano alla Stazione Termini con il diretto da Parigi.
I giornalisti si accalcano attorno agli uomini di Herbert Chapman, inventore di quel “Sistema” che prevede tre difensori chiamati a marcare a uomo, due mediani a centrocampo, altrettanti uomini posti alle spalle dei tre attaccanti creando una sorta di WM. Sembrano essere dei divi e i britannici lo sanno, tanto che non si nascondono a fronte delle richieste di fotografie e interviste.
Nei due giorni che precedono la partita si allenano a Campo Testaccio concentrandosi nel primo caso con allenamenti con il pallone, nel secondo soltanto preparazione atletica, anche per evitare di scoprire le proprie carte davanti a Vittorio Pozzo che osserva con grande attenzione, per mettere a punto al meglio il suo “Metodo” che prevede un 2-3-2-2 che ricorda la futura “zona”. Due terzini marcatori; tre centrocampisti di cui due laterali e un centromediano; due mezzali a disegnare le azioni; tre attaccanti, di cui due ali possibilmente agili e veloci e un centravanti fisicamente possente.
Fra i più acclamati dai tifosi c’è Cliff Bastin, ala diciannovenne dell’Arsenal e stella dell’Inghilterra, che non si nasconde davanti ai giornalisti e, in un’intervista al “Littorale” ammette ridendo “Quanti gol segnerò a Combi? Dica pure sei”. Gli italiani tremano, ma i tifosi non mancano di riempire gli spalti dello Stadio del Partito Nazionale Fascista tanto che i biglietti finiscono ben prima della sfida. Alle 14.55 il brusio d’improvviso si interrompe complice l’arrivo di Benito Mussolini, accolto da uno sventolio di fazzoletti bianchi e dalle inconfondibili note di “Giovinezza” intonato dagli altoparlanti.
Lord Graham, ambasciatore inglese a Roma, rimane stupefatto del calore espresso dagli italiani per il Duce, tanto che il saluto dei capitani Umberto Caligaris e Roy Goodall passa di fatto in sordina a fronte dell’attenzione che richiama il politico romagnolo. La partita inizia regolarmente alle 15.30, ma il vero protagonista rimane semplicemente Mussolini.
L’Italia combatte, mette alle corde l’Inghilterra e dopo cinque minuti va in vantaggio con Giovanni Ferrari, cercando a ripetizione il bis con Angelo Schiavio, Giuseppe Meazza, Raffaele Costantino e lo stesso Ferrari. Un errore costa però caro agli azzurri al ventitreesimo quando Bastin, in evidente fuorigioco, si invola verso la porta avversaria e supera Gianpiero Combi. Caligaris si lamenta con l’arbitro Peco Bauwens, ma non c’e nulla da fare: è 1-1.
La squadra di Vittorio Pozzo continua ad attaccare, mette insieme una serie di occasioni da gol, ma la rete dietro la porta inglese non si gonfia più, chiudendo il match sul pareggio. Mussolini stride i denti, appare nero in volto, ma forse è dovuto a un colpo a sorpresa assestato da Eddie Hapgood. Nonostante il naso fratturato in un contrasto, il difensore dell’Arsenal rinvia malamente un pallone che finisce in tribuna centrando allo stomaco il Duce. In tribuna tutti fanno finta di nulla e gli stessi giornali tacceranno questo episodio, ma questa rappresenterà per certi versi un anticipazione di quanto accadrà sui campi di battaglia.
