«Giochista» e «risultatista» sono termini oramai divenuti comuni nel dibattito sportivo. Nel lessico calcistico demarcano la netta distinzione tra coloro che prediligono il bel gioco e lo spettacolo e chi, viceversa, sembra privilegiare logiche legate all’esclusivo ottenimento del risultato, indipendentemente dalle modalità attraverso cui viene raggiunto. Mai come in questi mesi i “giornalisti-paladini” di queste due fazioni trovano pane per i loro denti, cercando di ingabbiare la variegata semplicità di questo sport all’interno di inutili schematismi preconfezionati e dimostrando, ancora una volta, la loro incapacità di guardare in maniera obiettiva e imparziale a quanto succede nel rettangolo di gioco.
Per mostrare la futilità di queste etichette, è fondamentale prendere le mosse dal tema che, a tal riguardo, più sta infiammando il dibattito recente: il Milan di Allegri e il suo modo di giocare. Intervistato a proposito di chi definisce le sue vittorie come mero frutto della fortuna, il mister risponde con risolutezza e un pizzico di sarcasmo, sottolineando correttamente quanto un’analisi del genere costituisca una mancanza di rispetto nei confronti del lavoro svolto. Conoscendo il suo passato, non stupisce affatto che Max sia riuscito a liquidare tanto velocemente un’accusa terribilmente superficiale. Ciò che ci interessa, invece, è che, per quanto mal posta, la questione porti alla luce almeno un fondo di verità.
Se si analizzano infatti le prestazioni dei rossoneri in questa stagione, i grandi risultati ottenuti non sono quasi mai accompagnati dal predominio sul campo. Nonostante qualche sporadica eccezione, il Milan sembra sempre subire il gioco piuttosto che imporre il proprio, legando prevalentemente i suoi successi ad una solida fase difensiva e ad un’indiscutibile capacità di capitalizzare le poche occasioni pericolose che costruisce nei novanta minuti.
Un dato rivelatorio a tal riguardo è il PPDA, ovvero il numero medio di passaggi concessi all’avversario prima che la squadra pressante realizzi un’azione difensiva (intercetto, contrasto, fallo). Grazie ai valori ottenuti si può valutare l’intensità del pressing: un PPDA maggiore indica minore pressione e dunque più libertà lasciata agli avversari nell’amministrare il gioco. In Serie A, Como, Inter, Roma, Bologna e Juventus hanno valori di PPDA molto bassi. Estremamente aggressive oltre la propria metà campo, fanno del recupero immediato del pallone e della pressione costante i cardini del loro modo di giocare. Ricercano il dominio mantenendo il baricentro alto e soffocando le trame avversarie sul nascere.
È a dir poco sorprendente che i rossoneri, al contrario, siano primi per PPDA nel nostro campionato, oltre che noni per possesso della palla. Diversamente dalle squadre sopra citate, infatti, Allegri adotta una logica conservativa e attendista, che si limita ad aspettare i cali di intensità e le sviste dell’avversario, piuttosto che proporre un gioco aggressivo, soffocante e dominante, che induca all’errore la controparte. Luigi Garlando, giornalista della Gazzetta dello sport, ha efficacemente paragonato i rossoneri ad un pc «in modalità risparmio energetico, con poca batteria», capace però di «accendersi di colpo, al momento buono». La domanda che conclude il suo articolo è a dir poco centrata: «Si può arrivare in fondo in modalità risparmio? Si può vincere anche lasciando il pallone agli altri?». Per cercare di rispondervi, bisogna provare a definire che cosa Garlando intenda con «arrivare in fondo», cioè capire quali sono gli obiettivi di questo Milan, del suo allenatore e della società.
In un recente intervento nello studio di Cronache di spogliatoio, Andrea Marinozzi ha portato l’attenzione su un aspetto interessante. I dati relativi alla Champions League 22/23 mostrano un’enorme differenza, in termini di efficacia, tra le azioni manovrate, ovvero quelle in cui il pallone è sempre in possesso di chi attacca, e le azioni in transizione, cioè derivanti dal recupero di palla. Le prime infatti hanno un’incidenza a rete dello 0,7%, le seconde del 7,8%. Ne deriva che, per segnare, conviene puntare sull’intensità del pressing una volta perso il possesso e sulla riaggressione, piuttosto che sul controllo sterile del pallone, sull’abbassamento dei ritmi e sulla solidità della difesa nella propria area di rigore.
Non è casuale che le principali squadre europee abbiano indici di PPDA molto bassi e preferiscano liberarsi il prima possibile della sfera, per poi poter andare a pressare con forza. Significativa, a tal riguardo, la strategia del PSG nell’ultima finale di Champions League: battuto il calcio d’inizio la palla viene calciata nei pressi della bandierina avversaria. L’obiettivo? Alzare immediatamente il baricentro della squadra, schiacciando la controparte in una zona potenzialmente pericolosa. Oggi, dunque, la supremazia in campo non si costruisce tanto attraverso il palleggio prolungato ma, al contrario, impedendo all’avversario di palleggiare e cercando, appena recuperato il pallone, di puntare la porta. Se nel nostro campionato, dove i ritmi sono tendenzialmente bassi e poche le squadre che pressano, la strategia del Milan può anche rivelarsi vincente, il problema nasce quando ci si confronta con il panorama europeo, dove tutti i club, anche i meno blasonati, sono abituati, molto più di quelli italiani, a tenere ritmi elevati e a soffocare l’avversario, attaccando per novanta minuti con costanza, qualità e quantità. In questo contesto, concedere il pallino del gioco perde qualsiasi funzionalità e può solo rivelarsi fatale. Non è più strategia, diviene masochismo.
Avviamoci verso le conclusioni. Stando a quanto riportato, si comprende come il dibattito tra giochisti e risultatisti non sia dunque solo superficiale, ma anche completamente fuorviante, poiché sposta l’attenzione su un tema che non ha un riscontro di campo. La critica che si deve muovere ai rossoneri non è, come troppi sostengono, quella di ricercare esclusivamente il risultato a scapito dello spettacolo, ma piuttosto di puntare su un gioco anti-intensità in un momento storico in cui il calcio intenso si sta rivelando statisticamente più efficace. Squadre come Barcellona, PSG e Manchester City, in passato alfieri indiscussi del “tiki-taka” lento e ragionato, preferiscono ormai puntare sul recupero palla alto e sulla riaggressione. Seppur in ritardo rispetto ad altre importanti piazze europee, anche diversi club italiani stanno cercando di seguire questo nuovo modello. Quello che lascia perplessi del caso del Milan è vedere la nostra squadra storicamente più vincente in Europa adottare, paradossalmente, un sistema di gioco totalmente non europeo, che, a nostro parere, rivelerà importanti lacune una volta superato il confine.
Riccardo Maggioni
*Articolo ripreso dalla rivista “Golazo Barbaro”
**Foto ripresa da www.acmilan.com
