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Calcio

Matthias Sindelar, l’uomo di carta velina, il calciatore sublime, e un addio… giallo

Da Samuele Virtuani 25/03/2026

La vita e la carriera romanzesca del più grande giocatore austriaco di sempre, tra ostracismi, nazismo, resistenza o presunto collaborazionismo e una morta sospetta

Un papà un giorno si rivolge al figlio ricciolone:

“Siediti qui vicino a me. Guarda questa foto, è molto vecchia, non trovi? Bene. Ascoltami: tu sei il migliore della tua generazione, però, ricordati che in un tempo lontano c’è stato un altro giocatore più grande di te. Il più grande di tutti”.

 La didascalia porta un nome e un cognome: Matthias Sindelar. Il ragazzo squadra l’immagine, alza il capo, guarda dritto negli occhi il genitore e gli crede senza esitazione, perché quel padre di calcio ne capiva molto. Quel ragazzo è Herbert Prohaska e tiene tra le mani la fotografia sgualcita, tutta pieghe e colore slavato di un personaggio fiabesco, d’altri tempi, roba da Lewis Carroll o Lyman Frank Baum. Un uomo di carta velina che però decide di non spezzarsi davanti al pugno di ferro del regime che vuole cancellare la sua identità, la sua storia e la sua tradizione.

Una via particolarmente talentuosa

 Matthias Sindelar nasce nel 1903. L’Austria è ancora un impero, traballante, e la sua famiglia vive a Iglau, profonda Moravia a 200 chilometri da Vienna. Le prospettive economiche non sono granché e così i Sindelar si trasferiscono nella bella capitale quando Matthias non ha ancora tre anni. Vanno ad abitare nel quartiere Favoriten, lontano dai lussi del centro. I prezzi devono essere contenuti: case popolari, condizioni di vita modeste, unico obiettivo quello di mettere insieme il pranzo con la cena. Le possibilità di svago sono poche, almeno per gli adulti. I bambini no, a quell’età sanno sempre come divertirsi: bastano un paio di stracci compressi per bene ed ecco un rudimentale pallone. Si gioca dalla mattina alla sera, in angoli della città che diventano stadi: soprattutto le strade, lungo le quali hanno preso a sfrecciare le prime automobili e fa niente se le mamme si disperano tutto il pomeriggio alla ricerca dei figli. 

Matthias con quell’improvvisato oggetto sferico ci sa fare anzi, è il più bravo di tutti. Ogni sera torna a casa sfinito ma felice al civico 101 di Quellenstrasse. Zona anonima ai più, ma via piuttosto importante nella storia del calcio, austriaco e non solo. Al numero 87, infatti, in quegli stessi anni si è stabilita la famiglia Bican. Il secondo figlio, Josef, nasce quando Matthias ha dieci anni: per motivi anagrafici non riusciranno a giocare insieme nelle strade del quartiere ma si rifaranno più avanti, al Mondiale del 1934, quando vestiranno entrambi la maglia della nazionale austriaca. Anche il ragazzo di Quellenstrasse 87, infatti, diventerà un calciatore professionista. E che calciatore. Nella sua lunga carriera Josef Bican segnerà 805 gol in incontri ufficiali, record che reggerà per un’ottantina d’anni, fino a quando a migliorarlo sarà un certo Cristiano Ronaldo.

Una volta adulto Bican si rivelerà un tipo particolare, famoso anche per le sue stravaganze. L’aneddotica che lo riguarda racconta che quando si spostava per un motivo che non fosse la partita o l’allenamento era solito prenotare due taxi: sul primo prendeva posto lui, vestito come se dovesse recarsi al proprio matrimonio, sull’altro sistemava bastone e cappello. Sindelar era diverso. La sua biografia, per quanto ricca di aneddoti non sempre attendibili, non riporta invece di atteggiamenti da dandy, alla Bican. Tutto il contrario. Matthias rimane orfano in piena Prima guerra mondiale, quando suo padre muore in Italia nel 1917, in una delle battaglie dell’Isonzo. Per portare da mangiare a casa bisogna rimboccarsi le maniche: il ragazzo, appena quattordicenne, deve imparare in fretta i rudimenti del mestiere di carrozziere. Inizia a lavorare ma non smette di giocare a calcio: entra nel settore giovanile dell’Hertha Vienna, una delle innumerevoli squadre della capitale. Ci sa fare. Pratica uno sport diverso dagli altri 21 in campo. Così dall’Hertha passa al Wiener Amateur, club che di lì a poco sarebbe diventato Austria Vienna. Il meglio del meglio, assieme a Rapid e Admira Wacker.

Nel panorama degli anni Venti e Trenta, il calcio viennese ha una particolarità che lo rende unico, va al di là dell’aspetto puramente sportivo, è già ogni domenica fenomeno sociale. Allo stadio ci vanno decine di migliaia di persone ma soprattutto si parla di calcio anche al di fuori dei canonici 90 minuti. Ne parla la gente che assiste alle partite, che affolla le piazze nelle quali vengono allestiti rudimentali altoparlanti per poter ascoltare le radiocronache. In Italia avremo qualcosa di simile solo nel Secondo Dopoguerra, loggiato di Piazza della Repubblica, Firenze, tutti pendono dalle labbra di Nicolò Carosio. Si parla di calcio anche nei salotti della borghesia e dell’aristocrazia, tra un pasticcino e una tazza di tè. Il pallone diventa argomento di discussione al pari dell’ultima rappresentazione teatrale, dell’ultimo film, dell’ultimo libro. E questo grazie anche, se non soprattutto, alle gesta di Matthias Sindelar, al suo modo di giocare che eleva il calcio ad arte. Oggi gli daremo la patente di “falso nove”, perché “Das Kind aus Favoriten”, “il ragazzo del quartiere Favoriten”, è un attaccante di nome ma non di fatto. Gli piace svariare. C’è chi lo paragona a un pittore, chi a Mozart, altri ancora a uno scacchista che mentre gioca ha già in testa la mossa successiva e la contromossa dell’avversario. A osservarlo attentamente dalle tribune sembra che più che il gol gli stia a cuore la via che porta al gol.

Un brutto infortunio

A vent’anni la sua carriera è già a un bivio decisivo. Colpa di una caduta: in una vasca da bagno secondo alcune versioni, in una piscina vuota secondo altre. Qualunque sia la verità, il dato di fatto è che si procura la lesione di un menisco, che cento anni fa, per un calciatore significava qualcosa di irreparabile. Sindelar, invece, incrocia sulla propria strada un chirurgo, il dottor Hans Spitzy che decide di operarlo. È un intervento mai provato prima su uno sportivo. Matthias in un certo senso funge da cavia e, d’altra parte, non ha alternative: vuole continuare a giocare, a qualunque costo. L’intervento riesce e il suo marchio di fabbrica da quel momento in poi sarà una ginocchiera che indosserà ogni qualvolta scenderà in campo per proteggere la gamba destra. Compagni, avversari e spettatori non vedranno mai il ginocchio ricostruito dal dottor Spitzy. Vedranno, invece, le meraviglie del ragazzo originario della Moravia, da quel momento per tutti “Der Papierene”, “Carta velina”: fragile e sottile come un foglio di carta, ma straordinariamente bello da vedersi.

Negli anni Venti non è ancora epoca di campionati del mondo o continentali. Le nazionali dell’Europa centrale, però, disputano dal 1927 quella che nei sacri testi del calcio viene definita “Coppa Internazionale”. Vi prendono parte Italia, Austria, Cecoslovacchia, Ungheria e Svizzera. Poche ma buone, considerato che le rappresentative britanniche con una discreta dose di snobismo si chiamano fuori da qualsiasi confronto ufficiale, limitandosi a qualche sporadica amichevole. Alla fine, la Coppa Internazionale diventa la cosa che più si avvicina a un Campionato europeo.

Il commissario tecnico dell’Austria è Hugo Meisl. Un maestro del calcio, che prima di allenare la nazionale è stato arbitro e giornalista per poi assumere anche la carica di segretario della Federcalcio. Parla diverse lingue, gira l’Europa per aggiornarsi, diventa amico del suo omologo italiano Vittorio Pozzo. Il suo tratto distintivo è l’eleganza: sempre rigorosamente in campo in giacca e cravatta, con cappello e cappotto a seconda della stagione.

“Ci caratterizziamo per l’apertura a stili differenti. Seguiamo con attenzione il modo di giocare degli altri paesi che vanno per la maggiore, da ciascuno prendiamo il meglio e scartiamo il peggio. Quello che resta lo fondiamo con l’eleganza e la leggerezza sono proprie di chi nasce a cresce a Vienna”. 

Belle parole, ma in realtà, Herr Meisl strizza l’occhio soprattutto al calcio di stampo britannico, tutto esaltazione del fisico e poco altro. In quanto tale non può nutrire grande simpatia per i calciatori che prediligono le giocate di fino, che se possibile tirano indietro la gamba, evitano i contrasti. Insomma, non è che Meisl straveda per Matthias Sindelar. “Der Papierene” debutta in nazionale a ventitré anni: quattro partite e altrettanti gol, tanto per mettere in chiaro le cose sul suo talento. Poi finisce misteriosamente nel dimenticatoio. Nei successivi quattro anni scenderà in campo la miseria di tre volte: tre su un totale di ventotto partite giocate dall’Austria. Il calcio è ricco di situazioni del genere, con giocatori che meriterebbero la nazionale ma che per un motivo o per l’altro non vengono presi in considerazione dagli allenatori. Il caso di Sindelar, però, è diverso. Il ragazzo di carta velina è il giocatore austriaco più forte in circolazione. A metà anni Venti ha già messo in bacheca con l’Austria Vienna un campionato e due coppe nazionali. La stampa scrive di lui ogni giorno ma Hugo Meisl continua a fare orecchie da mercante. Fino al maggio 1931.

La fine dell’ostracismo

 Austria-Scozia, scozzesi che al di fuori dei confini britannici non ha mai perso. Non si parla d’altro, nelle strade e nei caffè. In uno di questi, il Ring Cafe, è di casa Hugo Meisl. I giornalisti lo sanno e spesso lo raggiungono per discutere di calcio. Meisl non si tira indietro. A pochi giorni dalla partita con la Scozia, però, la situazione rischia di degenerare. La squadra è in crisi di gioco e di risultati, i giornalisti lo mettono in un angolo imponendogli di mandare in campo Sindelar. Meisl alla fine si arrende: prende carta e penna e butta giù la sua formazione. Elenca uno per uno i nomi degli undici, l’ultimo è quello del gioiello dell’Austria Vienna.

“Ecco, adesso avete il vostro Schmieranski-team”.

Dove il termine Schmieranski deriva da “Schmierer”, “imbrattatore”. La squadra dei poveri pennaioli, insomma. Quella di Meisl è una resa. 

Austria-Scozia si gioca alle 17.45 del 16 maggio, stadio Hohe Warte di Vienna. Spettatori, 40.000. Non è una partita, è un monologo: i ragazzi di Hugo Meisl vincono 5-0 e non c’è praticamente mai gara. All’uomo della strada potrebbe sembrare una sfida fra squadre di categorie diverse, una sorta di amichevole precampionato. A essere cancellata dal campo è invece una delle più forti nazionali al mondo. Matthias Sindelar appone il suo sigillo, segnando il quinto ed ultimo gol, e delizia tutti gli austriaci quando ha il pallone tra i piedi. L’ostracismo di Meisl non può più reggere. Quel che è stato e stato, adesso conta il presente. Otto giorni dopo è in programma un’altra amichevole, avversaria la Germania. Stavolta l’Austria gioca in trasferta, a Berlino, ma cambia poco: anzi, Sindelar e compagni segnano un gol rispetto a una settimana prima e la porta rimane ancora inviolata. Sui giornali la nazionale diventa il “Wunderteam”, la squadra delle meraviglie, dei miracoli. 

Un’etichetta che a Meisl non va giù.

“Gli idioti che si sono inventati questo termine andrebbero appesi al muro. È una parola che mi perseguita. Ma quale squadra meraviglia, quale miracolo. Oggi i miracoli non esistono, a maggior ragione nel calcio. Che il diavolo si porti via coloro che hanno inventato questa stupida espressione”.

Si dovrà mettere il cuore in pace, Meisl. La sua squadra è e rimarrà sinonimo di “Wunderteam”. Per trovare una sconfitta bisogna saltare al 7 dicembre 1932, ed è una sconfitta sui generis. L’Austria si reca a Londra per affrontare l’Inghilterra. Il parlamento di Vienna addirittura interrompe i lavori per consentire ai deputati di ascoltare la radiocronaca. Prima del via il duca di Kent passa in rassegna le due squadre, incuriosito soprattutto dagli ospiti. Quando arriva davanti al difensore Karl Sesta gli dice qualcosa del tipo: “Certo che quello di voi calciatori è un mestiere meraviglioso”. Sesta si fa tradurre e gli risponde così: “Se è per questo, caro duca, anche il suo di mestiere non è male”. Come dire: noi nella vita fatichiamo poco, ma lei ancora di meno. 

Poi si gioca, ed è spettacolo puro. Gli inglesi scappano, gli austriaci provano a riprenderli, Finisce 4-3 per i padroni di casa, ma gli applausi sono soprattutto per gli sconfitti. Qualcosa di simile a Inghilterra-Italia 1934 con gli azzurri in dieci che rimonteranno da 3-0 a 3-2 guadagnandosi la nomea di “Leoni di Highbury”. Sindelar segna il secondo gol austriaco dopo essere partito dalla propria metà campo e aver dribblato mezza Inghilterra. L’arbitro John Langenus, quello della finale mondiale del 1930 tra Uruguay e Argentina, è di sasso:

“Un gol così non si è mai visto e mai più si vedrà al cospetto di avversari forti come gli inglesi”.

A Matthias Sindelar arrivano proposte di contratto da mezza First Division, l’antenata della Premier League. Herbert Chapman, il manager che sta riscrivendo la storia del calcio sulla panchina dell’Arsenal, arriva a offrire 40.000 sterline. 

“Nein danke” è la risposta di Sindelar a Chapman e a tutti gli altri. A Vienna si trova troppo bene, e poi c’ è quel ginocchio che da un momento all’altro potrebbe presentargli il conto, a maggior ragione in un campionato fisico come quello britannico. Senza considerare l’ostacolo della lingua. I fatti in un certo senso gli daranno ragione almeno dal punto di vista sportivo: con l’Austria Vienna vincerà due volte la Coppa dell’Europa centrale, specie di progenitrice della Champions League. Nella capitale Sindelar è un mito vivente, i guadagni lo soddisfano e lui pensa già al dopo. Vorrebbe aprire un caffè, uno di quelli dove la gente si trova e parla di calcio fino a tarda ora. Un’idea da tenere in un cassetto, pronta all’uso quando arriverà il momento. 

L’uomo di carta velina finisce in ospedale

1934, l’anno dei Mondiali italiani. L’Austria ci arriva da favorita, o almeno fra le favorite. Elimina la Francia e l’Ungheria, in semifinale a Milano trova gli azzurri di Vittorio Pozzo, in una gara che sa tanto di finale anticipata. Non è un grande spettacolo, anzi. Più calci che calcio. A farne le spese è proprio Sindelar, maltrattato dal centromediano azzurro Luisito Monti. Troppo tecnici gli austriaci per reggere la fisicità dell’avversario, e alla fine l’Italia sfonda, in tutti i sensi: sul gol decisivo di Guaita aleggia il sospetto di una spinta di Meazza al portiere Peter Platzer. Il Mondiale di Sindelar termina qui. Invece di giocare la finale per il terzo posto contro la Germania, “Carta velina” finisce in ospedale. Ed è a questo punto che sulla scena fa il suo ingresso Camilla Castagnola, a seconda delle versioni, infermiera, insegnante, italiana, austriaca di origini italiane, fidanzata, amica. Il volto della fase finale della vita di Sindelar. Ma soprattutto ebrea. Il momento storico non è dei più rosei per loro.

I due si sono conosciuti nelle  settimane successive al Mondiale, con il giocatore ancora in Italia, convalescente in ospedale dopo il trattamento a cui l’aveva sottoposto Monti. Secondo altri, l’incontro sarebbe avvenuto invece molto più avanti, negli ultimi mesi o addirittura nelle ultime settimane di vita di Matthias. Quel che è certo è che anche dopo il Mondiale italiano Sindelar continua a deliziare il pubblico viennese col suo calcio dolce come una sacher. La carta velina, però, è segnata dagli infortuni. Il tempo sta per scadere. Il prossimo Mondiale è in programma nel 1938, quando il fuoriclasse avrà trentasette anni. Ma non è solo quello. Sindelar avverte che l’aria è cambiata, che qualcosa a Vienna, in europa e nel mondo sta cambiando. Da qualche mese spira un vento davvero molto strano: la Germania nazista ha messo gli occhi addosso alla vicina Austria e aleggia nell’aria la parola che  turba i sonni di molti: “anschluss”: annessione.

Trema soprattutto la folta comunità ebraica della capitale. E’ ebreo anche il presidente dell’Austria Vienna, Michael Schwarz, una sorta di secondo padre Per Matthias Sindelar: attorno a lui, e non solo a lui, i nazisti faranno terra bruciata. Arriverà il giorno in cui Schwarz sarà costretto a lasciare la carica e rifugiarsi in Svizzera. “Ogni volta che avrò la fortuna di incontrarla, signor presidente, le dirò sempre buongiorno” – Sindelar lo congeda così. Hitler, austriaco di nascita, ha nel mirino l’Anschluss da sempre. Ci aveva già provato nel 1934 ma la decisa reazione delle potenze occidentali, con Mussolini che aveva schierato quattro divisioni militari al Brennero, lo aveva indotto a desistere. Quattro anni dopo è tutto diverso: il Fuhrer mobilita i nazisti austriaci, costringe alle dimissioni il cancelliere von Schuschnigg e l’11 marzo 1938 ottiene che alla guida del governo salga il nazista Seyss-Inquart. Così, la Wehrmacht interviene ufficialmente “per salvare il paese dal caos” e nel giro di poche ore le truppe del Reich entrano in territorio austriaco annettendolo alla Germania.

L’ultimo ballo austriaco

L’Austria non esiste più. A cascata, anche la nazionale. Prima, però, un ultimo ballo. La “Partita della riconciliazione”, l’ultima volta dell’Austria, che però non si chiama più così. Il nuovo nome è Ostmark, “provincia orientale”. L’avversario è l’Altreich, il “vecchio regno”, la Germania. Appuntamento allo stadio Prater di Vienna il 3 aprile 1938, ad una settimana dal referendum che sancirà l’annessione. Da qui in poi è come se ci fossero due Matthias Sindelar. Prima versione: Carta Velina è regolarmente in campo, e con lui il suo grande amico Karl Sesta, quello della battuta al duca di Kent. Hugo Meisl non c’è, stroncato da un infarto pochi mesi prima. Sindelar vuole sfidare al nazismo. Ne è spia evidente la tenuta da gioco: maglia rossa e pantaloncini bianchi, omaggio alla nazione e alla nazionale cancellate. In campo, nessun segno di fratellanza. Gli austriaci umiliano gli avversari nascondendo letteralmente il pallone oppure fallendo appositamente davanti alla porta. Poi, d’un tratto, nella ripresa, decidono di fare sul serio. Arrivano i gol: uno di Sindelar, conclusione da dentro l’area, l’altro di Sesta con tiro da metà campo. Tedeschi ammutoliti e Carta Velina sotto la tribuna d’onore a festeggiare con un trasporto più sudamericano che austriaco davanti ai vertici del partito. Alla fine, tutti a esibire il saluto nazista. Tutti meno due, Sindelar e Sesta. Seconda versione: Divisa di gioco identica a quella di tante altre partite. All’ingresso i giocatori tengono tra le mani uno striscione “Gli sportivi votano sì”, un riferimento nemmeno troppo velato all’imminente referendum. Anche Sindelar? Così pare. Dopo il gol, nessun gesto di scherno all’indirizzo dei gerarchi nazisti: semplicemente, Matthias cercava alcuni amici in tribuna.

Il 1938 è anche l’anno dei Mondiali di Francia. L’Austria si è qualificata battendo di misura la Lettonia ma poi è successo quello che è successo. La nazionale non esiste più e così i più forti vanno ad arricchire la rosa della Germania. Non tutti, però: Sindelar risponde di no. L’allenatore Sepp Herberger lo va a trovare a casa per convincerlo ma non riesce a fargli cambiare idea. “Mi disse del ginocchio, della voglia di ritirarsi. Si comportò come il tipo gentile che conoscevo. Compresi che c’erano altre ragioni per cui non voleva giocare e io mi misi il cuore in pace”. Al Mondiale, la “Grande” Germania, con qualche rinforzo targato Ostmark, farà poca strada: eliminata al primo turno dalla Svizzera allenata da Karl Rappan, uno dei padri del catenaccio, un altro austriaco.

Il bar, il sogno realizzato e la misteriosa morte

Mentre la Germania è ai Mondiali, Carta velina corona il suo sogno: quello di aprire un caffè con cui garantirsi un futuro sicuro una volta appese le scarpette al chiodo. Vienna è in piena arianizzazione, gli ebrei vengono espropriati delle loro proprietà. Dopo aver presentato regolare domanda, Sindelar rileva il caffè Anna-hof dal proprietario Leopold Drill, ebreo poi morto nel campo di concentramento di Theresienstadt. Il giocatore paga 20.000 Reichsmark, un prezzo stracciato: basti dire che nel solo 1937 Drill aveva incassato una somma quattro volte superiore. Qualcuno parlerà di filonazismo. Norbert Lopper, nel dopoguerra segretario dell’Austria Vienna, tenterà di scagionare Sindelar, che sarebbe stato favorito nella, trattativa perché avrebbe conosciuto bene il precedente proprietario.

Quelle tra la fine del 1938 e l’inizio del 1939 sono le ultime settimane di vita di Matthias Sindelar. Al suo fianco, grazie alle cronache dell’epoca, ritroviamo Camilla Castagnola. Fidanzata o semplice amica? Quale che fosse il rapporto fra i due, la mattina del 23 gennaio 1939 agenti della Gestapo e vigili del fuoco fanno irruzione in un alloggio di Annagasse 3: trovano un uomo privo di vita e al suo fianco una donna in condizioni disperate. Il morto è Matthias Sindelar, mentre la donna riversa nel letto, proprietaria dell’appartamento, è Camilla Castagnola. Morirà anche lei a distanza di poche ore senza mai aver ripreso conoscenza. Nel referto si parla di avvelenamento da monossido di carbonio causato dal malfunzionamento di una stufa. Qualcuno avanza l’ipotesi di un camino difettoso: росо credibile, visto che i primi a escludere sono i vigili del fuoco. Il fascicolo viene fatto sparire, i corpi cremati. Le voci si rincorrono: “Una disgrazia”. “No, si è trattato di suicidio”. “Altro che suicidio, c’è la mano della Gestapo. Omicidio, insomma, gliel’hanno fatta pagare per il rifiuto a prendere parte al Mondiale del ‘38 e per il mancato saluto nazista dopo la partita de 3 aprile 1938”. Vox populi… ciascuno dice la sua.

Robert Brum, giornalista e amico di Sindelar, parla di un amore fatale con morte per avvelenamento attraverso una bottiglia di cognac mezza piena rinvenuta sul comodino e mai analizzata. “Una coppa di cicuta”, in sintesi. Friedrich Torberg, grande estimatore di Sindelar, gli dedica addirittura dei versi: 

Giocava a calcio e non sapeva molto della vita a parte questo 

Viveva, perché doveva vivere di calcio e per il calcio 

Finché un giorno un altro avversario gli si parò di traverso 

La sua visione gli fece percepire che la sua chance stava nel tubo del gas.

 

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Nota sull’autore: Samuele Virtuani

Nato a Milano il 4 maggio 2001, è accanito calciofilo e appassionato di F1 fin dai tempi delle scuole medie. Laureato in Storia contemporanea all'Università degli studi Milano con una tesi intitolata: "Ai tempi dei dinosauri e dei pionieri. Tifo, politica e impegno sociale attraverso le fanzine dei Rangers 1976 Empoli Vecchia Guardia", da novembre 2020 è speaker presso Radio Statale, per la quale ha ideato e condotto per due stagioni "BigBang Effect". Da ottobre 2022 ha virato verso la narrazione sportiva con "Glory Frame", show radiofonico in onda tutti i mercoledì dalle 14:00 alle 15:00 sulle frequenze di Radio Statale e in podcast su Spotify.

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