C’è una domanda che nessun giornalista ha rivolto e rivolge ai presidenti del Comitato Olimpico Internazionale che si sono succeduti negli anni. E nemmeno durante la conferenza stampa della presidentessa del Cio, Kirsty Coventry, questa domanda è stata fatta, nonostante le vicende legate all’atleta ucraino Vladyslav Heraskevych, skeletonista, che è stato squalificato dai Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina 2026 a causa del casco da lui indossato, con i volti di atleti ucraini uccisi durante l’invasione russa.
La domanda è questa: con le regole del Cio in vigore oggi, Tommie Smith e John Carlos, autori della più clamorosa protesta nella storia delle Olimpiadi, con il pugno chiuso nel guanto nero in alto durante l’esecuzione dell’inno statunitense per la premiazione della gara dei 200 metri a Città del Messico 1968, sarebbero di nuovo espulsi?
LA RISPOSTA INDECENTE
La risposta che Coventry dovrebbe dare è semplicissima: “Sì, sarebbero espulsi”. Esattamente come fece l’allora presidente del Cio, lo statunitense Avery Brundage, che si distinse già nel 1936, all’Olimpiade di Berlino, da presidente del Comitato Olimpico Usa, quando costrinse il tecnico della squadra di atletica a mettere fuori dalla staffetta 4×100 due atleti ebrei, e che poi manifestò in occasioni pubbliche le sue simpatie per i nazisti.
Ed è una risposta obbligata perché le attuali regole del Cio prevedono proprio questo, senza alcuna possibilità di contraddittorio o di diversa interpretazione. Tutto questo è contenuto in poche righe della regola numero 50 della Carta Olimpica. Ecco il testo: «Non è consentito alcun tipo di manifestazione o di propaganda politica, religiosa o razziale nei siti, nelle sedi o in altre aree olimpiche». Tommie Smith e Jonh Carlos, con i loro pugni nei guanti neri, centrano perfettamente due di questi tre concetti: manifestazione politica e razziale. Quindi, espulsi allora, espulsi adesso, senza discussione.
E allora, dove sono finiti i proclami di beatificazione dei due atleti neri che sono entrati nella storia? Tutti bravi a portarli come esempio della lotta all’ingiustizia, come ispirazione per i più nobili sentimenti di uguaglianza e di rispetto fra tutta l’umanità, ma poi quei pugni neri alzati in segno di protesta portano alle stesse conseguenze di 58 anni fa: espulsi dall’Olimpiade.
PUNIRE I RIBELLI
Ma, a scanso di commenti indignati dei soliti ipocriti, va detto che l’espulsione di Smith e Carlos anche oggi non è una ipotesi su quello che potrebbe accadere, ma la realtà già accaduta. Nel 2019, ai Giochi Panamericani, la statunitense lanciatrice di martello Gwen Berry sul podio alza il pugno come simbolo contro le ingiustizie razziali. Subito dopo è richiamata ufficialmente dal Comitato olimpico degli Stati Uniti, che poi la sospende dall’attività agonistica per un anno. E quando rientra, dopo la squalifica, non riesce più a trovare uno sponsor, secondo un chiaro boicottaggio che fa ancora più danno della squalifica stessa, visto che Gwen Berry si è sempre trovata in una situazione difficile sin da quando, a 15 anni, ha avuto un figlio. Ha poi ottenuto una borsa di studio per l’Università, ma è stata comunque costretta a fare un doppio lavoro per mantenere la famiglia, commessa in un negozio sportivo e fattorina. Il “sistema” statunitense sa come colpire, come a suo tempo furono colpiti Smith e Carlos, che subirono ritorsioni nel mondo dello sport e del lavoro dopo il ritorno a casa.
Sempre ai Giochi Panamericani 2019, un’altra protesta fu quella dello statunitense bianco Race Imboden, oro nella scherma, che si inginocchiò sul podio, in segno di protesta, spiegando di averlo fatto per protestare contro il razzismo, il maltrattamento dei migranti, la mancanza di leggi che limitino la vendita e l’uso delle armi, e contro il presidente Donald Trump, «che diffonde odio». Subito dopo, Imboden è stato posto “sotto osservazione”, una specie di libertà vigilata per un anno, dal Comitato Olimpico e Paralimpico degli Stati Uniti.
LA FALSA NEUTRALITA’
La questione si è riproposta a gennaio 2020, alla vigilia dell’Olimpiade di Tokyo, poi spostata al 2021 a causa dell’epidemia di Covid. Il 9 gennaio il Cio ha ribadito il divieto per gli atleti di fare proteste politiche alle Olimpiadi, con un documento in cui ha presentato le linee guida contro le manifestazioni degli atleti. Si vietano le proteste e i messaggi politici durante le gare, nel villaggio olimpico e alle cerimonie di premiazione. Poi, bontà ipocrita del Cio, si permette agli atleti di esprimere opinioni politiche nelle interviste fatte fuori dal villaggio olimpico e sui social.
Nella sostanza, si ribadisce la regola 50 citata prima. Il Cio spiega: “L’intento è far sì che il podio e il villaggio olimpico restino neutrali e liberi da ogni questione politica, etnica o religiosa». E poi trova la scusa più ridicola per giustificare tutto questo: “Non si vuole censurare, ma evitare di urtare la sensibilità di chi magari non è d’accordo con quella protesta e non ha la stessa piattaforma mediatica per esprimerla”. E indovinate un po’ chi si prende cura di chiarire le decisioni del Cio? Mica il presidente, in quel momento, Thomas Bach, no, arriva Kirsty Coventry, presidentessa della Commissione Atleti del Cio, a trovare e mettere una pezza su questo gigantesco buco: “C’era bisogno di chiarezza. La maggioranza degli atleti pensa che sia importante il rispetto reciproco”.
LE LACRIME DI COCCODRILLO
La ritroviamo sei anni dopo, come presidentessa del Cio, a Milano-Cortina, mentre si mette a piangere dopo che Vladyslav Heraskevych è stato squalificato. Altro che lacrime di coccodrillo! Poi cerca di assolversi: “Nessuno, io in particolare, è in disaccordo con il messaggio. E’ un messaggio potente di commemorazione, un messaggio di memoria, e nessuno lo contesta. Non si tratta del messaggio, ma di regole”. Quindi, anche se nessuno glielo chiede in conferenza stampa, questa è la risposta a un’eventuale domanda su Tommie Smith e John Carlos: sarebbero di nuovo espulsi, perché “è una questione di regole”.
E un portavoce del Cio aggiunge che ci sono 130 conflitti nel mondo e che “durante la competizione non si possono mettere in primo piano 130 conflitti diversi, per quanto terribili siano”. Come dire, se ogni atleta di un Paese impegnato in uno di quei conflitti volesse manifestare si cadrebbe nel caos. Bene, il Cio segue questo principio: vale per tutti o per nessuno? D’accordo, prendiamolo per buono. Ma allora, perché il Cio interviene soltanto contro la Russia negando la partecipazione alle gare, o permettendo a una ristretta cerchia di atleti di gareggiare senza bandiera e sotto condizioni restrittive, e non interviene contro gli Stati Uniti che invadono un’altra nazione e rapiscono il suo presidente, o contro Israele che invade Gaza e commette genocidio contro il popolo palestinese, come ufficializzato dalla Corte Penale Internazionale che ha emesso un mandato d’arresto contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu (oltre che contro il capo di Hamas) per crimini di guerra e crimini contro l’umanità? E non interviene di nuovo contro Israele che invade il Libano. E non interviene contro Usa e Israele in coppia quando attaccano l’Iran e uccidono, come primo atto di guerra, con un bombardamento, 165 bambine di una scuola elementare a Minab.
LA STAMPA CIECA E IGNAVA
Non abbiamo visto Kirsty Coventry piangere per i 25.000 bambini palestinesi uccisi dall’esercito israeliano e per quelli che continuano a morire di fame e di malattie, secondo lo schema innegabile del genocidio (limitandosi a dire che Israele non può essere punita perché il Comitato olimpico palestinese, in Cisgiordania, non è stato toccato, ha detto davvero così!), non per le sorti dei venezuelani, dei libanesi e degli iraniani a cominciare da quelle 165 bambine innocenti. Non l’abbiamo vista.
In compenso, vediamo il Cio che ancora oggi espellerebbe Tommie Smith e John Carlos, assecondato da quasi tutta la stampa mondiale disposta ad accettare supinamente le tesi che appartengono non a un Ente sportivo ma a uno spietato Ufficio burocratico che pianifica la cancellazione totale dei sentimenti, degli slanci di generosità, degli appelli alla fratellanza, dei pugni nei guanti neri che si alzano non per colpire ma per invitare tutti a costruire un mondo più giusto.
E se quasi tutta la stampa mondiale si comporta da serva, qualche piccola luce, qua e là, riesce ancora a indicare la via giusta. Così, ci piace concludere con il link di un articolo sul sito della Gazzetta dello Sport il 10 gennaio 2020, a commento della decisione del Cio di continuare a vietare qualsiasi manifestazione degli atleti:
https://www.gazzetta.it/Sport-
L’articolo è firmato da Massimo Lopes Pegna.
Ne riporto il passo principale.
“Se Tommie Smith e John Carlos ripetessero a Tokyo 2020 il loro storico gesto di ribellione verrebbero puniti. Allora, più di cinquant’anni fa, i due sprinter americani di colore, per protestare contro la discriminazione dei neri d’America, alzarono il pugno guantato, simbolo delle Black Panthers, sul podio dell’Olimpiade di Città del Messico 1968 e infiammarono quell’edizione dei Giochi. Entrambi, rispettivamente oro e bronzo nei 200 metri, su pressione del Comitato Olimpico Internazionale, vennero espulsi dalla propria Federazione e rispediti a casa… In 50 anni è cambiato poco. Quei pugni chiusi e guantati di nero di Smith e Carlos non sarebbero tollerati neppure oggi”.
E allora, che almeno il Cio risparmi a tutto il mondo la sua squallida ipocrisia quando si tratta di celebrare quei due eroi e di portarli come esempio, quando invece è pronto a pugnalarli di nuovo a tradimento. I veri sportivi hanno ancora bisogno di quei pugni guantati di nero alzati verso il cielo in nome della giustizia, della libertà e dell’uguaglianza.
