Se penso ai Mondiali di calcio, i miei primi ricordi sono la gomitata di Daniele De Rossi, l’autorete di Cristian Zaccardo e il violino “suonato” da Alberto Gilardino dopo il pareggio con gli Stati Uniti. Ricordi di famiglia, davanti al televisore dei miei nonni in compagnia di mio padre in una calda sera di giugno, quasi attoniti di come sia possibile che l’Italia fosse stata fermata sul pareggio dagli Stati Uniti.
Per quanto siano ricordi agrodolci, questi mi fanno pensare come la partecipazione ai Mondiali fosse qualcosa di scontato e di come quel clima di festa, riunione e aspettative fosse esso stesso l’essenza dei Mondiali. Eppure sono già passati venti lunghi anni, almeno due generazioni non sanno nemmeno cosa siano quelle emozioni visto che, per i più fortunati, quel poco che hanno visto della Coppa del Mondo sono cocenti e amare eliminazioni contro squadre di poco conto come la Slovacchia o al termine di scene tragicomiche come il morso di Luis Suarez a Giorgio Chiellini. Troppo poco per affezionarsi a una rassegna così prestigiosa o una squadra che si è portata a casa quattro titoli iridati nella sua storia. Abbastanza per abituarsi a far figuracce e pensare che sarebbe anche meglio evitare un umiliante ripescaggio che patire l’ennesima delusione.
Eppure, proprio perché sono vent’anni che non si prova l’ebrezza di una gara a eliminazione diretta, dodici che nemmeno ci si presenta davanti a tutto il mondo, bisognerebbe evitare di fare gli schizzinosi e provare a iniziare a gustarsi quel nettare che da troppo tempo sfioriamo, ma non beviamo. Passare attraverso un ripescaggio perché un paese è costretto a rinunciare per una guerra non è certo il punto più alto della storia del nostro calcio, ma non accettare disgustati una tal proposta (qualora ci fosse) sarebbe da veri ingrati.
I ripescaggi fanno parte dello sport e di certo quando un tennista viene inserito nel tabellone principale di un torneo non viene considerato da tifosi e avversari come un “fellone”, quanto piuttosto come un “lucky looser”, ovvero “il più fortunato dei perdenti”. Perdente sì sulla carta, ma per una volta appoggiato dalla dea bendata che troppo spesso ci vede bene in caso di una sconfitta. E il titolo di perdente rimane lì fino a prova contraria, perché nel momento in cui si supera il turno, si diventa semplicemente un vincente che ha saputo dimostrare il proprio talento, sfruttando il momento buono.
Lo stesso vale per le squadre di calcio che più volte nella nostra storia sono state ripescate dopo una retrocessione per cattive gestioni finanziare altrui e hanno saputo costruire proprio da lì la propria fortuna. Se i ripescaggi fossero una vergogna, i tifosi del Treviso dovrebbero cancellare la pagina più bella della loro squadra per un unico valzer in Serie A, ma addirittura quelli dell’Inter non potrebbero più vantarsi il titolo di unica squadra in Italia a non essere mai retrocessa in B. Uno “smoking bianco” che verrebbe macchiato da quel “ripescaggio” avvenuto nel 1922 grazie al “Lodo Colombo” e a quello spareggio per rimanere nella massima serie.
Per non parlare del ripescaggio più famoso della storia del calcio, quello della Danimarca agli Europei 1992 al posto di una Jugoslavia ormai in frantumi a causa della guerra civile. Niente vergogna, nessun rifiuto altezzoso, solo la bravura di sfruttare la seconda occasione propizia e portarsi a casa il titolo più prestigioso presente nella bacheca scandinava.
Il ripescaggio, che sia attraverso un play-off con le migliori escluse, oppure orchestrato direttamente dalla FIFA (decisamente interessata ad ampliare lo spettacolo con un possibile ulteriore antipasto da “dentro o fuori” vista già lo scorso anno al Mondiale per Club o con la presenza di un grande partner politico come l’Italia a discapito di federazioni meno influenti) rappresenterebbe un’occasione irripetibile per far comprendere a buona parte di un paese cosa significhi ritrovarsi per vedere il Mondiale.
E per chi fa riferimento all’assenza di un presidente federale eletto, di un tecnico definitivo o di giocatori pronti a sudare la maglia per la propria nazione, la risposta è molto semplice: nel 2006 eravamo nel bel mezzo di una bufera con alla guida della FIGC un commissario imposto dalla politica che di calcio ben poco sapeva. Abbiamo vinto perché quei ragazzi avevano fame e avevano un tecnico che sapeva difenderli e puntare su di loro.
Pensando a questo momento, forse non abbiamo una squadra per vincere, ma una generazione affamata e decisa a imparare per mettersi in luce nelle prossime edizioni c’è eccome. Alla loro guida c’è un tecnico ad interim che ha deciso di spendere il suo tempo con i più giovani, per formarli ai sani principi e alla costruzione del gruppo. Partecipare per loro sarebbe non solo una vacanza pagata (come varrebbe magari per coloro che sul campo ai Mondiali non sono riusciti ad arrivarci), ma un test probante per prendere le misure con quello che dovrebbe essere la quotidianità, ma è divenuto un miraggio.
Forse il ripescaggio o i play-off sono solo un miraggio creato da un “effetto Fata Morgana” calcistico, ma se anche ci fosse la minima possibilità, sfruttatela a pieno per quelle generazioni che i Mondiali faticano a comprendere cosa siano e in cui rientrano a pieno i ragazzi di Silvio Baldini, il futuro di oggi da plasmare ad alti livelli per diventare il presente di domani.
