Nel 1967, Guy Debord, filosofo e sociologo francese, pubblica La società dello spettacolo. Il saggio costituisce una profonda critica alla cultura occidentale del secondo dopoguerra, in cui la televisione, la pubblicità e la spettacolarizzazione della realtà finiscono per sostituire l’autenticità dell’esperienza vissuta. L’incipit al primo capitolo recita: «Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione». Inutile dire che, sessant’anni dopo, queste parole suonino ancora terribilmente attuali.
Durante la conferenza stampa alla vigilia dei Mondiali, Gianni Infantino, presidente della FIFA, si traveste da Wanna Marchi e da inizio alla televendita, descrivendo la competizione come «il più grande evento della storia dell’umanità». Parola d’ordine: spettacolarizzazione del prodotto sportivo. La Coppa del Mondo, infatti, si gioca principalmente negli Stati Uniti, invade gli stadi della NFL (National Football League) e si ispira al Super Bowl, che, oltre ad essere la finale del campionato di football americano, è costruito soprattutto come un grande show hollywoodiano. Le lunghe e scenografiche cerimonie, che foraggiano la dimensione “social” dell’evento, irradiano arene con schermi a 360°, musica e intrattenimento costanti durante le partite. La FIFA ha persino previsto un vero e proprio spettacolo nell’intervallo della finale, con il coinvolgimento di celebrità internazionali.
Tutto ciò basterebbe per far rabbrividire alcuni tra i più fervidi puristi del pallone. Ma il vero problema nasce quando lo spettacolo e la vendita del prodotto prendono il sopravvento sullo sport stesso: è il caso dei cosiddetti “hydration break”, simili ai noti “cooling break”, ma estremamente più redditizi. Durante le partite, al 22’ di ciascun tempo, il gioco si interrompe per garantire ai giocatori di reidratarsi adeguatamente. Questa, perlomeno, è la narrazione ufficiale. Nei fatti, paliamo di tre minuti di stop, suddivisi in otto spot pubblicitari, con un ricavo globale di circa un miliardo di dollari per le emittenti televisive. Il mercato comanda e il campo obbedisce: il calcio si gioca a quarti come il basket e le “pause per bere” diventano un ulteriore pedina nelle mani degli allenatori. Analizzando i dati delle prime ventotto partite del torneo, Cronache di spogliatoio stima un impatto dell’hydration break nel 78% dei casi.
Eppure, non è solo questione di guadagni. La spettacolarizzazione del teatro dei Mondiali sembra celare quanto di oscuro avviene dietro le quinte. Le luci e gli effetti speciali degli stadi costituiscono una patina riflettente, capace di occultare le imposizioni politiche del principale paese ospitante e del suo presidente. Tra gli altri, lo sottolinea prontamente il c.t. della Norvegia Stale Solbakken: «Siamo tutti degli ipocriti. Gli Stati Uniti sono in guerra con un altro paese ma facciamo finta di niente». Il mondiale di Trump fa della nazionale iraniana un bersaglio mobile, alimentando l’odio attraverso un’evidente disparità di trattamento. Ai giocatori viene infatti impedito di soggiornare in territorio statunitense, permettendo lo spostamento dal Messico agli stadi americani solo poche ore prima delle partite.
Inoltre, il rilascio dei visti diventa un potente strumento di controllo ed esclusione degli indesiderati. Colpiti, in particolare, i tifosi di Iran, Haiti, Costa d’Avorio e Senegal, ma anche calciatori, dirigenti, giornalisti, fotografi. Inammissibile, tra gli altri, il caso dell’arbitro somalo Omar Artan che, pur in possesso di tutti i documenti richiesti, viene prima interrogato per 11 ore (la causa sembrerebbe essere l’omonimia con il leader di Al Shabab, un gruppo militare somalo), poi imprigionato e infine rispedito al suo paese. Se a tutto ciò si aggiungono le perquisizioni ai giocatori di Senegal, Belgio e Uzbekistan, direttamente sulla pista d’atterraggio e con l’ausilio di cani antidroga, si comprende come questa Coppa del Mondo «non sia più una celebrazione della comprensione internazionale, ma una dimostrazione di potere dell’amministrazione Trump», come evidenziato da Heiner Koch, arcivescovo di Berlino.
In questo contesto, appare quantomeno ridicola la posizione della FIFA e del suo presidente. Nel 2019, Infantino si esprime così riguardo alla candidatura di USA, Messico e Canada per l’attuale mondiale: «Quando si tratta di competizioni FIFA, qualsiasi squadra che si qualifica, compresi sostenitori e membri della delegazione, deve avere accesso al paese ospitante. Pena la cancellazione stessa dell’evento». La storia recente racconta qualcosa di molto diverso, con la Federazione piegata al volere del bulletto americano e con Infantino che ne asseconda i capricci, arrabattando giustificazioni per salvare la faccia.
Se persino la massima competizione calcistica è oramai totalmente corrotta dalle logiche di mercato e asservita agli interessi politici del più forte, viene spontaneo chiedersi da quale prospettiva guardarla per trovarvi, se ancora esiste, qualcosa di autenticamente sportivo. Una possibile risposta nasce dall’intervista ad Alexandr Ceferin, presidente della UEFA, riguardo l’ampliamento del tabellone a 48 squadre. Ceferin definisce poco interessanti alcuni degli incontri in programma, riferendosi alla mancanza di competitività – e dunque, ancora una volta, di spettacolarità – delle squadre “più piccole”. Ben 13 nazionali (tra cui Capo Verde, Curaçao, Uzbekistan, Congo e Haiti) reagiscono con un comunicato congiunto, che costituisce un meraviglioso manifesto dello spirito di questo sport: «Per i nostri paesi, non esiste una partita di Coppa del Mondo che non sia importante. Sostenerlo è profondamente deludente e non tiene conto degli sforzi, dei sacrifici e delle aspirazioni di giocatori, allenatori, club, dirigenti calcistici e tifosi di tutto il mondo. Dietro ogni qualificazione ci sono anni di lavoro e investimenti. Dietro ogni nazionale ci sono intere comunità e milioni di persone che vedono il calcio come fonte di orgoglio, speranza e unità. Il calcio non appartiene a un gruppo ristretto di nazioni, ma trae forza dalla sua universalità, riunisce culture, storie e percorsi diversi. Per molti paesi, partecipare ai Mondiali non è solo un traguardo sportivo, ma un momento che ispira una generazione, accelera lo sviluppo del calcio e crea ricordi che durano per sempre. Pertanto, respingiamo le dichiarazioni del Presidente della UEFA e ribadiamo la nostra convinzione che la crescita del calcio debba continuare a creare opportunità, ispirare le nuove generazioni e rafforzare la natura veramente globale del nostro sport».
Sono parole piene di significato, speranza e prospettiva per il futuro, capaci di restituire linfa vitale ad uno sport che, divorato dagli interessi economici e dalle dinamiche di potere, rischia di dimenticarsi dei suoi valori fondamentali. Perché è solo attraverso una presa di posizione critica come questa, che un atteggiamento concessivo di fronte alle disparità e alle ingiustizie può tramutarsi nella forza di farsi sentire e nel coraggio di “scendere in campo”.
Riccardo Maggioni
