“Zijn we er tochnog ingetuind” in italiano si può tradurre con: “Ci hanno fregato di nuovo”. Questa frase, pronunciata dal telecronista Herman Kuiphof, è rimasta impressa nella testa di tutti gli olandesi che il 7 luglio 1974 erano davanti a un televisore. Un sorta di sinistra eco propagatasi al fischio finale dell’arbitro Taylor. Germania-Olanda, un confronto/scontro come l’invasione nazista del 1940. In entrambe le circostanze i tedeschi hanno sfruttato l’effetto sorpresa: a questo allude chiaramente Kuiphof e la maggioranza dei suoi connazionali la pensa come lui.
Lo stesso concetto passa in quegli istanti per la testa di un ragazzo ombroso, riservato, un giovanotto che riesce con pazienza ad emergere nel calcio olandese e che quel 7 luglio 1974 vede una nuova cicatrice aggiungersi a quella mai rimarginata della guerra.
Piacere, Wim
La gente gli chiede invano:
“Wim, perché quella faccia? Sorridi, ogni tanto! Madre natura ti ha dotato del talento per giocare a calcio. Fai il lavoro più bello del mondo. E ti danno pure un sacco di soldi.”
Niente da fare. Wim si fa scivolare addosso quelle parole e va avanti per la sua strada. Parole sentite chissà quante volte: alla fine di un allenamento, di una partita, vinta o persa non ha importanza, o anche solo quando un tifoso gli si avvicina per un autografo. Wim, all’anagrafe Willem van Hanegem, è il simbolo dell’altra metà dell’Olanda che all’inizio degli anni Settanta conquista i cuori di milioni di appassionati di calcio. E la bellezza abbonda, nel paese dei mulini a vento. Più ad Amsterdam che a Rotterdam, per la verità. C’è l’Ajax di Cruijff e c’è il Feyenoord di van Hanegem. Più famosi, più amati i lancieri, ma la prima Coppa dei Campioni olandese l’hanno alzata quelli di Rotterdam, a Milano, nel 1970, in finale contro il Celtic. Dopo, solo dopo, comincerà l’era Ajax. Squadre figlie dello stesso DNA calcistico ma espressioni di città e di filosofie profondamente diverse. Rotterdam, dedita al lavoro, Amsterdam che si identifica nei suoi musei, nei teatri, nella voglia di divertirsi. La sintesi più appropriata, severa ma efficace, è quella che ci viene offerta dal poeta e scrittore Jules Deelder: “In Olanda i soldi vengono guadagnati a Rotterdam e sperperati ad Amsterdam”.
Wim van Hanegem nasce il 20 febbraio 1944 a Breskens, un villaggio di pescatori nella parte sud-occidentale dei Paesi Bassi. Nasce nella fase più drammatica della seconda guerra mondiale, quando la macabra contabilità dei morti è in costante aggiornamento. Dopo aver cercato di procurarsi uno sbocco sul mare per mettere nel mirino Londra e la Gran Bretagna, i nazisti stanno facendo i conti con la reazione degli Alleati: da cacciatori che erano, sono diventati bersaglio dell’aviazione britannica. I velivoli della RAF non smettono di bombardare. La notte dell’11 settembre 1944 le sirene di allarme invitano a cercare riparo nei rifugi antiaereo, ma per la famiglia van Hanegem, o almeno per una parte di essa, è troppo tardi. Wim non ha nemmeno sette mesi, troppo pochi per rendersi conto di quanto sta succedendo: la madre in qualche modo lo porta in salvo, ma per il papà, un fratello e una sorella non c’è nulla da fare, morti sotto le bombe.
E dire che fra olandesi e tedeschi le cose erano filate lisce per secoli, ottimi i rapporti di vicinato, poche le tensioni. Per restare in ambito calcistico, dopo la Prima Guerra Mondiale le due federazioni non avevano impiegato molto a riallacciare i rapporti. Le nazionali erano tornate ad affrontarsi nel 1923, con largo anticipo rispetto ad altri confronti, per esempio Germania-Inghilterra. Ancora negli anni trenta dopo l’avvento del nazismo, gli olandesi erano convinti che non avrebbero avuto nulla da temere, che mai i loro vicini tedeschi li avrebbero attaccati. Le cose erano completamente cambiate in pochissimo tempo. Nessuno si aspettava l’invasione del 1940. Per prima cosa, una volta varcato il confine i soldati della Wehrmacht avevano fatto razzia di biciclette. Un rastrellamento in piena regola che aveva privato decine di migliaia di persone del primo e unico mezzo di trasporto. Poi erano seguiti gli arresti degli ebrei, circa 100.000 deportati nei campi di concentramento in cinque anni con pochissimi che sarebbero riusciti a tornare. Dalle deportazioni ai bombardamenti e infine a quello che sarebbe passato alla storia come l’Hongerwinter, l’inverno della fame, con il suo pesante fardello di 20.000 morti, per lo più di stenti. Mancava tutto, anche il pane. Quei pochi ai quali non era stata sequestrata la bicicletta si sobbarcavano decine di chilometri per poi tornare alle rispettive case con qualsiasi cosa da mettere sotto i denti, anche solo un sacco di patate. Il minimo per tirare avanti.
Tutto questo, Wim van Hanegem lo avrebbe appreso anni dopo, dai racconti di chi era sopravvissuto bombardamenti e all’inverno della fame. L’idea che doveva essersi fatto era semplice: tutta colpa della Germania, anche la morte di papà, fratello e sorella. Non importa che a sganciare le bombe fossero stati gli inglesi. Tedeschi e nazisti per lui erano diventati sinonimi. Nemmeno la passione per il pallone era riuscita a lenire il dolore e il risentimento.
Il van Hanegem calciatore è un diesel, stenta a mettersi in moto. Gioca dalla mattina alla sera ma è solo uno dei tanti. Non è un inno all’eleganza. Ha quel modo sgraziato di muoversi sul campo che gli varrà il soprannome di “De Kromme”, “lo Storto”. In compenso, quando calcia il pallone sembra abbia il radar nei piedi, anzi, nel piede: il sinistro. Bussa alle porte di parecchi club ma non c’è nessuno che gli offra una chance. A sedici anni si accontenta di giochicchiare in una squadra minore di Utrecht, il Velox. Durante gli allenamenti capita che si sistemi dietro una porta a osservare, ogni tanto il pallone finisce dalle sue parti e lui lo rimanda in campo. Lo fa con uno stile tutto suo, calciando sistematicamente con l’esterno del piede. Quelle che disegna sono traiettorie imprevedibili che impressionano gli allenatori e a gioco lungo gli garantiscono un posto in squadra. La crescita non sarà velocissima. Al Feyenoord arriverà solo nel 1968, a ventiquattro anni compiuti, in tempo però per scrivere da protagonista le pagine più esaltanti della storia del club di Rotterdam. Dirà di lui il suo allenatore e mentore Ernst Happel:
“Gioca ogni partita come se fosse l’ultima, come se fosse una questione di vita o di morte”.
Vita, morte: si torna sempre là. Il passo successivo del van Hanegem calciatore è la nazionale. Se fosse un governo, I’Olanda di quegli anni sarebbe un monocolore, l’Ajax, con una spruzzata di Feyenoord: lui, il mediano e suo migliore amico Wim Jansen e qualche tempo dopo il difensore centrale Wim Rijsbergen. Ma a dettare legge sono i califfi di Amsterdam. Uno, in particolare, quello che da sempre indossa la maglia numero 14. Johan Cruijff troneggia su una nuvola e da lì impartisce le regole per i compagni: “Tu stai cinque metri più largo, tu invece avanza di dieci metri a dettare il passaggio”. Come un allenatore, più di un allenatore. È così che nasce il “totaalvoetbal”, il calcio totale. Un’autentica rivoluzione in un mondo tutto sommato conservatore come quello del pallone: i terzini attaccano, le ali danno una mano dietro, nessuno rimane ancorato al proprio ruolo di partenza. I ritmi sono esasperati, il pressing feroce, la riconquista del pallone immediata.
È così che l’Ajax ha vinto per tre volte di fila la Coppa dei Campioni, dal 1971 al 1973. Adesso, però, è il turno di trionfare a livello di nazionale. L’Olanda ha partecipato una sola volta al Mondiale, nel 1938, una partita persa 3-0 contro la Cecoslovacchia e subito tutti a casa. Stavolta le premesse sono completamente diverse. Ajax e Feyenoord hanno soppiantato Real Madrid, Inter, Milan, Manchester United ai vertici del calcio europeo per club e la nazionale è formata nella stragrande maggioranza da gente dell’Ajax e del Feyenoord. Particolare non proprio banale: il Campionato del mondo 1974 si gioca nella Germania Ovest. Wim van Hanegem non è tipo che dia libero sfogo ai suoi stati d’animo, alle sue emozioni. Si tiene tutto dentro, sorride poco per non dire nulla, alle parole preferisce i silenzi. Ogni tanto ripensa ai racconti di sua madre, al bombardamento che è costato la vita a una fetta consistente della sua famiglia. Cova, insomma, vendetta.
Proposito comprensibilissimo, solo che c’è mancato poco che il Mondiale gli olandesi lo vedessero solo alla TV. Olanda-Belgio, 18 novembre 1973, ultima partita di qualificazione: stessi punti in classifica, con il pari si qualifica la nazionale dei Paesi Bassi per la miglior differenza reti. Minuto ‘89, punizione per il Belgio; calcia Paul van Himst, il Cruijff di Bruxelles, sul pallone si avventa Jan Verheyen e batte il portiere Piet Schrijvers, sancendo così l’eliminazione degli orange. L’arbitro, il sovietico Kazakov, sta per indicare il centro del campo, per convalidare il gol, poi però si ferma: con la coda dell’occhio si è accorto che c’è il guardalinee con la bandierina alzata, fuorigioco. L’ha visto solo lui, l’assistente. Si resta sullo 0-0, Olanda qualificata.
Ecco Michels
È probabile che a pochi il nome Frantisek Fadrhonc dica qualcosa. Si tratta di un allenatore nato nel 1914 nell’allora Cecoslovacchia che con l’avvento del comunismo aveva lasciato il paese per trasferirsi in Olanda, dove per due volte aveva portato il Willem I, una squadra provinciale, alla conquista del campionato. Così nel 1970, un po’ a sorpresa, la federazione gli aveva affidato la nazionale: non una grande scelta se è vero che l’Olanda aveva fallito la qualificazione all’Europeo del 1972 e come abbiamo visto era arrivata a un passo dal mancare anche l’obiettivo successivo, quello del Mondiale tedesco.
Insomma, non è con Fadrhonc che si poteva provare a vincere il Mondiale. E allora con chi? Qualcuno dei dirigenti la butta lì: “Ci sarebbe un tecnico di esperienza che accetterebbe di buon grado. Conosce quelli dell’Ajax come le sue tasche”. “Chi, Rinus Michels? Ma se allena il Barcellona! Non scherziamo.” E invece viene contattato proprio Michels, che alla fine accetta e si mette a disposizione. Tra l’altro da un anno con i blaugrana gioca anche Johan Cruijff: i due erano stati gli artefici della prima Coppa dei Campioni dell’Ajax, quella datata 1971, poi Michels aveva scelto le pesetas del Barcellona e il suo posto era stato preso dal romeno Stefan Kovacs.
Avanti con Michels, dunque. Proprio lui, uno degli allenatori che anni addietro avevano stroncato Wim van Hanegem: troppo lento, questo il succo della sentenza, per il tipo di gioco praticato dall’Ajax. Per fortuna era solo il primo grado: in appello e in cassazione il giudice monocratico Rinus Michels assolve “De Kromme” dichiarandolo abile e arruolato per la nazionale. Anche perché rinunciare alla sua fisicità e ai suoi passaggi millimetrici sarebbe stato il più clamoroso gesto di autolesionismo.
L’Olanda che prepara il Mondiale ha un altro nodo da sciogliere, quello del portiere. Il titolare sarebbe Jan van Beveren del PSV che combatte gli infortuni e poi non piace granché a Cruijff, la qual cosa equivale a una bocciatura. La seconda scelta è Piet Schrijvers del Twente, ma nemmeno lui fa impazzire il numero 14. Questi al Mondiale andrà, ma da riserva. Di chi? Di uno che non è nemmeno un calciatore professionista. Si chiama Jan Jongbloed, gioca nell’Fc Amsterdam, la seconda squadra della città, gestisce una tabaccheria e il calcio è uno dei suoi due grandi hobby. L’altro è la pesca. In nazionale ha giocato una volta, nel 1962: cinque minuti in amichevole contro la Danimarca, un gol subito e tanti saluti. Nessuno, in quel momento, avrebbe lontanamente immaginato di ritrovarselo titolare dodici anni dopo in un Mondiale. Jongbloed viene scelto soprattutto perché ha un grande pregio agli occhi di Michels e Cruijff. Quando tocca il pallone con i piedi lo fa con una precisione e un’eleganza tali da sembrare a tutti gli effetti un giocatore di movimento: è come avere un’opzione in più in fase di impostazione. Che poi fra i pali non sia un fenomeno lo sanno anche i muri, ma evidentemente per gli inventori del calcio totale, non è la cosa più importante.
La grande bellezza olandese
Il Mondiale così diventa il palcoscenico della definitiva consacrazione del calcio olandese. La squadra gioca a memoria. Sembra di vedere all’opera la versione migliore dell’Ajax. È una nazionale diversa dalle altre, fuori dagli schemi. Fra una partita e l’altra, per esempio, capita che Michels prenda l’aereo e faccia un salto a Barcellona per sistemare alcune questioni legate al contratto con il club catalano e per pianificare la stagione che verrà. L’Olanda chiude il girone con due vittorie e un pareggio, sei gol segnati e uno subito, La Germania Ovest padrona di casa, invece, perde il derby con i cugini della DDR e passa alla fase successiva come seconda, Questo significa che olandesi e tedeschi (occidentali) potranno affrontarsi solo in finale. È una prospettiva realistica, Brasile e Polonia permettendo. In una delle tante conferenze stampa qualcuno chiede a Cruijff chi dei tedeschi potrebbe giocare nella sua nazionale. e lui non fa sconti:
“Forse Beckenbauer, il portiere Maier, Breitner, a voler essere generosi Hoeness”. Scusi Cruijff, ma Gerd Müller? Lui no. Per aspirare a giocare nell’Olanda dovrebbe imparare a rientrare a centrocampo e a svariare sulle fasce.”
Alla fine, a giocarsi il titolo saranno proprio loro, tedeschi e olandesi. Il biglietto per la finale, Cruijff e soci lo staccano battendo 2-0 il Brasile al termine di una delle partite più belle del torneo. Per molti è un segno del destino. I campioni uscenti sconfitti dai futuri campioni. La Germania invece soffre molto di più contro la Polonia. Si gioca a Francoforte su un campo ai limiti della praticabilità. A rimetterci sono soprattutto le ali polacche Grzegorz Lato e Robert Gadocha, due schegge imprendibili la cui corsa viene sistematicamente frenata dal fango. Decide una rete di Gerd Müller, che secondo Cruijff non avrà i requisiti per giocare nell’Olanda ma che quando si tratta di far gol non è secondo a nessuno.
All’inizio del Mondiale, Rinus Michels aveva assegnato a Cor van der Hart, uno dei suoi assistenti nonché amico di vecchia data, l’incarico di osservare dal vivo quelli che sarebbero stati i prossimi avversari dell’Olanda. Lui andava, prendeva appunti e una volta tornato in ritiro scriveva la sua bella relazione. A Francoforte, però, van der Hart non c’è. Né lui, né alcun membro dello staff olandese. Sulle prime nessuno ci fa caso, in fondo si tratta di personaggi poco noti e dunque poco identificabili. La verità verrà a galla qualche tempo dopo: van der Hart è un tipo piuttosto sensibile agli alcolici; un giorno, dopo aver bevuto un bicchiere di troppo, ha gettato dalla finestre dell’albergo una bottiglia di champagne che per questione di centimetri non ha colpito alla testa un giocatore. Una bravata che poteva finire in tragedia e che è costata al tecnico l’immediato licenziamento con relativo rientro in patria. Uscito di scena van der Hart, nessuno si è preoccupato di mandare qualcun altro ad assistere a Germania Ovest-Polonia. Magari non era una priorità, ma un’ultima occhiata all’avversaria poteva essere utile.
Tutta colpa della Bild?
Forse Michels non ha mandato nessuno a Francoforte perché ha altri pensieri per la testa. Il giorno di Olanda- Brasile e di Germania-Polonia, il quotidiano Bild viene dato alle stampe con questo titolo a tutta pagina:
“Cruijff, champagne, ragazze nude e un bagno fresco”.
È il racconto di un festino ai bordi della piscina dell’hotel olandese a cui avrebbero preso parte i giocatori e alcune avvenenti fanciulle che, secondo la ricostruzione, non sarebbero state mogli e fidanzate di Cruijff e compagni. Non il modo migliore per avvicinarsi a quello che resta pur sempre un appuntamento con la storia, almeno la storia calcistica. Michels, che dall’inizio del torneo non perde occasione per sfoggiare il suo ottimo tedesco, si rifiuta da subito di rispondere alle domande nella lingua di Goethe. “Da questo momento” – tuona davanti ai giornalisti – “fino alla finale siamo in guerra. E la guerra è soggetta alle sue regole”. Guerra, guerra, ancora e sempre guerra.
Quello scatenato dalla Bild è un uragano che qualche conseguenza la lascia. I ben informati racconteranno a Mondiale terminato di un Cruijff che trascorre una notte intera, probabilmente quella della vigilia della finale, attaccato al telefono. Dall’altro capo dell’apparecchio c’è la moglie Danny: argomento della “chiacchierata”, ovviamente, il presunto festino a bordo piscina. Il giocatore fa di tutto per proclamare la propria estraneità ai fatti, ma il compito è proibitivo anche per un fenomeno come il quattordici in maglia orange. Peggio che dribblare una squadra intera, dagli attaccanti ai difensori al portiere. Come sia finita la telefonata, non è dato sapere. C’è però un indizio che emergerà a distanza di anni, più o meno alla vigilia del Mondiale successivo, quello del 1978. Cruijff rinuncerà a volare in Argentina: il motivo non lo ha mai rivelato, ma secondo molti sarebbe legato proprio allo scoop o presunto tale della Bild nei giorni della finale del 1974. La moglie lo avrebbe messo davanti a un bivio: “Se vuoi che il nostro matrimonio resti in piedi, promettimi che non ti allontanerai più da casa per un periodo così lungo”. Promessa mantenuta.
Gli olandesi concepiscono lo spazio del loro calcio in modo innovativo, creativo e astratto perché per secoli hanno dovuto farlo in ogni altro ambito della propria vita. A causa del suo paesaggio così particolare, l’Olanda è una nazione di “nevrotici dello spazio”. Il territorio è uno dei più affollati e rigidamente organizzati della terra. Lo spazio è un bene di inestimabile valore e per secoli in Olanda si è sfruttato e conteso ogni singolo centimetro quadrato. Il controllo della terra è sempre stato una questione di sopravvivenza nazionale. Lo dimostra il sistema idrico, regolato con precisione svizzera perché più della metà del paese è al di sotto del livello del mare.
Cosa c’entra tutto questo con il calcio? C’entra, c’entra il totaalvoetbal come abbiamo avuto modo di sottolineare si basa proprio sull’ottimizzazione dello spazio, sul dominio di ogni singola fetta di campo: il difensore che fa l’attaccante e viceversa, il pressing spietato sul portatore di palla avversario, eccetera eccetera. Come ha chiosato l’allenatore inglese Dave Sexton, “con il loro pressing e le loro rotazioni gli olandesi creavano spazio dove prima non c’era”, l’Ajax ha imparato la lezione a memoria con i risultati che sappiamo, al punto da meritarsi un posto fra le due o tre squadre più forti di tutti i tempi.
Al compimento del capolavoro manca solo un tassello, e quel tassello deve andare al proprio posto il pomeriggio di domenica 7 luglio 1974, il giorno della finale Mondiale. Gli olandesi non hanno certo bisogno di fare il pieno di autostima. Sono convinti di essere i più forti, tanto basta. Il fatto di giocare a Monaco di Baviera. nella tana del nemico. non scalfisce le loro certezze, l’Ajax è rappresentato da sei giocatori, altrettanti sono quelli del Bayern nelle file tedesche. Un anno prima, le due squadre erano state avversarie in Coppa dei Campioni: non c’era stata storia, con Cruijff e compagni che avevano stravinto sul loro campo (4-0) prima di perdere di misura (2-1 all’Olympiastadion di Monaco. Una sconfitta indolore, visto il risultato dell’andata.
Due volti, la stessa finale
Le certezze olandesi, le paure tedesche. Vale per tutti il racconto di Bernd Hölzenbein. attaccante della Mannschaft, la nazionale: “Avevamo deciso che nel tunnel degli spogliatoi li avremmo guardati dritti nelle pupille per mostrargli che eravamo al loro stesso livello. Si sentivano invincibili, glielo leggevi sui loro volti. Mentre aspettavamo di entrare in campo ho provato a guardarli negli occhi, ma non ci sono riuscito. Ci facevano sentire inferiori”.
Van Hanegem, be’, è il solito van Hanegem: chiuso nei suoi silenzi, lo sguardo impenetrabile, i pensieri che tornano a quei giorni lontani del 1944. L’occasione attesa da una vita finalmente è arrivata. “De Kromme” non si accontenterà di vincere, lui l’avversario vorrà umiliarlo, per compensare anche solo in piccola parte il dolore che si porta dentro da trent’anni. Quello che non sa, o preferisce non sapere, è che l’Olanda è stata sì aggredita dalla Germania nazista, ma a lungo ha strizzato l’occhio all’invasore. Al punto da avere sul suo territorio il partito nazionalsocialista numericamente più forte al di fuori dei confini tedeschi. L’economia stessa olandese non mancò di offrire il suo supporto allo sforzo bellico tedesco. Uno dei più illustri collaborazionisti era stato il presidente della federazione calcistica nazionale, Karel Lotsy, che aveva escluso dal calcio olandese giocatori e dirigenti ebrei ben prima che fossero i nazisti a farlo.
A Monaco succede una cosa mai vista, almeno in una finale mondiale. Gli olandesi battono il calcio d’inizio e cominciano a scambiarsi il pallone. Lo fanno cinque, dieci, quindici volte fino a quando Cruijff decide di rompere gli indugi: accelerazione tremenda, fallo di Uli Hoeness, calcio di rigore. Sul dischetto va l’altro Johan, Neeskens, e non sbaglia. Olanda in vantaggio. Il primo tedesco a toccare il pallone è il portiere Sepp Maier, dopo due minuti: lo raccoglie in fondo alla rete e lo consegna ai compagni per la ripresa del gioco. A questo punto, nella squadra olandese si formano due partiti: il primo, composto grossomodo da quelli dell’Ajax, punta a vincere e basta, non ha conti da regolare con la storia. considera la Germania un avversario come tutti gli altri. Senza dimenticare che fra Cruijff e Beckenbauer, i due totem, i rapporti sono più che buoni: parlare di amicizia magari è esagerato, ma il rispetto reciproco, quello c’è tutto. L’altro partito ha il suo leader in Wim van Hanegem e la pensa in modo completamente diverso. Alzare la Coppa del Mondo non è sufficiente. Bisogna umiliarsi, i tedeschi, un po’ come avevano fatto loro trent’anni prima con gli olandesi. Umiliarli come? Non con il segnare altri gol, che poi era quello che avrebbe voluto Cruijff bisogna irriderli, nascondere loro il pallone, farli correre a vuoto. A van Hanegem paradossalmente andrebbe bene anche vincere 1-0, l’importante è che il mondo percepisca l’umiliazione a cui viene sottoposta la Mannschaft e di riflesso il suo popolo.
Mentre l’Olanda si divide in due. la Germania si ricompatta. Niente di sensazionale, ma adesso in campo c’è più equilibrio. Comincia a esserci lavoro anche per Jongbloed. Al minuto 25 l’arbitro Taylor fischia il secondo rigore di giornata, stavolta in favore dei tedeschi. Sul dischetto va Paul Breitner. il <maoista>, nel senso che non ha mai nascosto le sue simpatie per il leader cinese: 1-1. tutto da rifare. Prima dell’intervallo, dice la sua anche Gerd Muller. Lo fa con un gol che è il manifesto del personaggio: la palla che proviene da destra sembra innocua, lui ci arriva in anticipo sull’avversario diretto Rijsbergen e con una girata fulminea la manda nell’angolo più lontano rispetto a quello battezzato dal portiere. Non un bel gol, anche perché di gol belli Müller non ne ha mai segnati, ma un gol tremendamente importante. Van Hanegem adesso è fuori di sé. Qualcuno giura di averlo visto prendere il pallone a fine primo tempo e scagliarlo addosso all’arbitro. Di certo c’è che Taylor estrae il cartellino giallo ma lo mostra a Cruijff anziché a De Kromme.
Horror vacui
Quarantacinque minuti, quelli che mancano alla fine, possono essere tanti e pochi. Per l’Olanda sono pochissimi. Il cronometro corre molto più velocemente di Michels. Nessuna traccia di totaalvoetbal. La Germania Ovest ha gioco facile nel portare a casa vittoria e titolo mondiale. Quando Taylor fischia, van Hanegem si improvvisa centometrista: corre negli spogliatoi a velocità siderale e nessuno lo vede più, né alla cerimonia di premiazione, né al banchetto serale. L’atmosfera non risente delle tensioni pre prepartita. C’è rispetto reciproco e forse qualcosa di più come dimostra il gesto del tedesco Breitner e dell’olandese Rep che arrivano a scambiarsi cravatta e giacca delle rispettive divise. Un segno di amicizia e soprattutto uno schiaffo alla FIFA, la federazione mondiale, che aveva vietato lo scambio di maglie sul campo. Van Hanegem? Sparito, chiuso nella sua stanza di albergo a combattere con le lacrime Lui non ce l’avrebbe mai fatta a complimentarsi con i vincitori. Aveva una missione da portare a termine, un debito da saldare nei confronti dei familiari morti in quel lontano bombardamento. Missione fallita.
Ma non va dimenticato che il calcio olandese era basato su un concetto estetico. La sconfitta del 1974 ha generato in una parte dell’opinione pubblica la convinzione che giocare a calcio fosse addirittura più importante di una vittoria. Valgano per tutte le parole di Cruijff: “La gente mi ferma per strada e anziché rammaricarsi per quella sconfitta mi ringrazia per il calcio che abbiamo giocato in quel Mondiale”. Questa è una corrente di pensiero. L’altra, considera la Finale Persa (scritto rigorosamente in maiuscolo) il trauma più grande del XX secolo dopo la Seconda guerra mondiale e la disastrosa alluvione del 1953. Questione di punti di vista.
Di sicuro la finale del 1974 ha costituito senza volerlo un ponte fra generazioni. I giovani, che della guerra avevano solo sentito parlare dai genitori, vivono sulla loro pelle un dispiacere che, fatte le debite proporzioni, riporta a quei giorni lontani. Anche loro beffati dai tedeschi, anche se questa volta fortunatamente non ci sono morti di mezzo.
La rivincita
Di partite fra Olanda e Germania Ovest ne seguiranno altre e una, in particolare, merita di essere ricordata: la semifinale del Campionato Europeo 1988 giocato in terra tedesca. Dei protagonisti del 1974 ci sono ancora Michels e Beckenbauer, quest’ultimo diventato allenatore. Quello che non è riuscito a Cruijff riesce a Marco van Basten e Ruud Gullit. Ad Amburgo i tedeschi passano in vantaggio su rigore e su rigore vengono raggiunti. Come quel giorno a Monaco, ma a parti rovesciate. Poi, allo scadere, un guizzo del centravanti del Milan fissa il risultato sul 2-1. Van Basten come Muller quattordici anni prima.
È stato calcolato che per festeggiare quella vittoria si siano riversati nelle strade 9 milioni di olandesi, il 60 per cento della popolazione. Molti con le loro biciclette lanciate verso il cielo. In ogni angolo del paese si è alzato il grido “Ce le siamo riprese”. Il riferimento era ad altre biciclette quelle che i tedeschi avevano requisito nel lontano 1940, al momento del loro ingresso sul suolo olandese. Jongbloed, il portiere dell’Olanda sconfitta a Monaco, ha scritto a nome dei compagni di allora un telegramma ai suoi nipoti calcistici: “Siamo stati liberati dalla nostra sofferenza”. Chissà se prima di scriverlo ha consultato anche van Hanegem.
