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Sport

Nel Giorno della Memoria, ancora troppe Auschwitz

Da Gennaro Bozza 27/01/2026

Cento atleti olimpici e paralimpici hanno visitato il campo di sterminio in cui morirono milioni di ebrei. Gli ideali dello sport a difesa dell’umanità e della giustizia, ma quel genocidio non è rimasto l’ultimo, altre tragedie sono in atto, come quella dei palestinesi a Gaza

Giorno della Memoria, giorno di una tragedia, di tante tragedie, disseminate nella Storia. Il loro racconto ha il passo triste e solenne dei cinque episodi in cui gli antichi greci suddivisero la rappresentazione delle disgrazie umane, provocate da uomini contro altri uomini, da uomini che invocavano gli Dei solo per attribuire loro la colpa di guerre e morti. E da allora niente è cambiato, la tragedia si svolge sempre in cinque atti. E Auschwitz è diventata tante Auschwitz.

“Son morto con altri cento
Sono morto ch’ero bambino
Passato per il camino
E adesso sono nel vento
E adesso sono nel vento”

La pietà per gli ebrei morti nei campi di sterminio nazisti diventa ancor più struggente nel ricordo dei visi dei bambini che tirano su la manica delle loro misere uniformi a righe per mostrare il numero tatuato sul braccio, la loro “non identità”, un numero, uno dei sei milioni di scomparsi, uccisi, bruciati e passati per il camino, diventati essi stessi vento.
Ed è un ricordo sacro, che deve restare nobile nello spirito di chi va a visitare i tragici teatri di quel genocidio. Nobile come l’intento degli sportivi che hanno partecipato, dieci giorni fa, al “Viaggio nella Memoria”, ad Auschwitz-Birkenau, denominato “Sport e giovani nei luoghi della Shoah”. Cento atleti olimpici e paralimpici, con ragazze e ragazzi del Servizio Civile Universale e dell’Agenzia Italiana per la Gioventù, sono entrati in uno spazio che non è soltanto fisico, un portale per essere trasportati in un tempo che si fa fatica a credere ci sia stato davvero. Un tempo in cui non c’era scampo per alcuno marchiato di infamia per il fatto di appartenere a un gruppo giudicato “inferiore” o “pericoloso”, gli ebrei allora, anche tanti altri dopo. Un tempo in cui sessantamila sportivi ebrei, campioni o semplici atleti, morirono dentro e fuori i campi di sterminio.
Le sensazioni, la consapevolezza, l’emozione diventano, per i giovani e meno giovani sportivi di oggi, una scossa tremenda, che però è l’unica spinta a cambiare, a rendersi conto che l’impegno per un mondo più giusto non può interrompersi mai. Si spera che sia lo stesso per tutti, a cominciare dai politici che hanno pensato a questa iniziativa, giunta alla terza edizione e avviata, purtroppo, con una coincidenza ambigua, dopo le manifestazioni in Italia e nel resto del mondo contro il massacro dei palestinesi a Gaza. A queste manifestazioni è stata attribuita la matrice di antisemitismo, anche se erano chiaramente contro il Governo di Israele e non contro gli ebrei in quanto tali. Dando per scontata la buonafede, è lecito chiedersi come mai l’idea di questo Viaggio non sia mai arrivata prima. Ma, per rimanere nella concezione della sacralità degli intenti degli sportivi e di chi fa servizio civile, sono pensieri limitati ad altre categorie di persone, fra cui quelle che ieri erano dalla parte di chi creò Auschwitz, e collaborarono a inviare lì i treni dell’infamia dall’Italia, ma oggi passano dalla parte dei morti in quei campi di sterminio e si schierano contro i palestinesi.

“Ad Auschwitz c’era la neve
Il fumo saliva lento
Nel freddo giorno d’inverno
E adesso sono nel vento
E adesso sono nel vento”

Fra le testimonianze degli sportivi in questo viaggio in Polonia, ce n’è una che mette in rilievo, oltre allo sterminio, un aspetto particolarmente crudele dei campi in cui venivano ammassati gli ebrei, quello del gelo, che fa venire in mente, altrettanto tragicamente, situazioni non di 80 anni fa, ma attuali. E’ di Antonio Vicino, 31 anni, napoletano, un titolo mondiale e tre europei nel 4 di coppia pesi leggeri. Lui dice: “A Birkenau la temperatura era a meno 12 gradi, e il pensiero che dentro quelle baracche vivevano stipate in condizioni disumane migliaia di persone fa venire i brividi. Ad Auschwitz vedere le stanze piene delle valigie dei deportati, sapere che gliele facevano lasciare lì dando loro la falsa speranza che sarebbero tornati presto a casa, è stato devastante”.
E poi aggiunge: “Visitare questi posti ti fa stare male, ma ti fa capire come i valori della vita, soprattutto quelli dello sport, possono aiutare a costruire un mondo migliore”.
E allora pensi al freddo che uccide, al freddo di questi giorni in un altro posto non concepito come campo di sterminio, ma che lo è diventato per volontà di uomini che hanno perduto la memoria, la “loro” memoria: Gaza, distrutta e vilipesa, senza più case, ma solo con tende strappate dal vento, tende che non proteggono i bambini e i neonati che muoiono congelati, mentre le coperte e il cibo vengono fermati ai varchi dall’Esercito “difensivo” di Israele. Fermati ai varchi non dagli ebrei, ma dal Governo di Israele. Gli ebrei allora, i palestinesi adesso. Il gelo di Auschwitz, il gelo di Gaza. Il gelo nel cuore di chi governa Israele.

“Ad Auschwitz tante persone
Ma un solo grande silenzio
È strano, non riesco ancora
A sorridere qui nel vento
A sorridere qui nel vento”

Di fronte ad Auschwitz si resta muti, il silenzio rispettoso di fronte alla sofferenza, alla morte, all’ingiustizia, baracche e filo spinato che diventano una Cattedrale del dolore in cui si prega, in silenzio. E poi, l’altro silenzio, quello cattivo, feroce, maligno che nasconde l’orrore, per prepararne un altro o per nasconderne uno già in atto: la Shoah “che non c’è mai stata” secondo i nuovi nazisti e i nuovi fascisti, che nuovi non sono; Gaza che “sarà ricostruita”, dopo aver tolto di mezzo le macerie e i palestinesi, ricostruita dai nuovi nazisti e dai nuovi fascisti.
La speranza è che tanti ne parlino, come fa chi è andato nei campi di sterminio in Polonia. Manuel Bortuzzo, bronzo nel nuoto alla Paralimpiade di Parigi 2024: “Solo stando qui capisci appieno quello che è successo, ogni passo che fai, ogni momento che vivi ti fa ricordare che le cose che ti raccontano sono successe davvero, proprio qui. Ed è qualcosa che ti tocca nel profondo”.
E Patrizio Oliva, campione olimpico e mondiale di pugilato negli anni Ottanta: “Per me è stata un’emozione molto forte. Quello che è successo in questi posti non è stato prodotto dagli extraterrestri, ma dall’essere umano, per questo fa tanto male. Ci fa capire che dobbiamo stare sempre con la guardia alzata perché potrebbe succedere ancora, anzi sta succedendo in varie parti del mondo. Dobbiamo capire quanto siano importanti la vita e il rispetto dei valori dei valori umani”.
E’ come un grido nel silenzio quello di Oliva, “Potrebbe succedere ancora, anzi sta succedendo”. Ma tanti continuano a restare zitti. Non sentono gli spari, le esplosioni, le urla disperate di chi viene ucciso.

“Ma ancora tuona il cannone
E ancora non è contento
Di sangue la bestia umana
E ancora ci porta il vento
E ancora ci porta il vento”

L’uomo continua a sbagliare. Peggio, continua ad aver bisogno di violenza. Un altro sportivo di questo viaggio ad Auschwitz, l’ex nazionale di rugby Andrea Lo Cicero, a questa visione contrappone il principio dello sport: “L’atleta sbaglia e non commette più lo stesso errore, l’essere umano non sta dimostrando la stessa capacità perché quello che è accaduto qua si sta ripetendo un po’ ovunque: bisogna smetterla con le guerre e con qualsiasi tipo di violenza”.
L’esempio viene da loro, gli atleti. Come l’israeliano Yaniv Sharon e il palestinese Mohamed al Turk che nel 1994 si affrontano durante i Mondiali giovanili di tennistavolo a Tokyo. Lo stesso al Turk e l’altro israeliano Portnoy Dov, nella cerimonia di apertura di questa manifestazione, hanno letto insieme il giuramento degli atleti. E’ la prima gara internazionale di qualsiasi sport alla quale partecipa ufficialmente la Palestina dopo essere stata ammessa nel Comitato Olimpico Internazionale pochi mesi prima, in seguito all’accordo di pace firmato a settembre 1993 a Washington fra Israele e Organizzazione per la Liberazione della Palestina. E la stretta di mano fra Sharon e al Turk a Tokyo appare uguale a quella fra Yitzhak Rabin e Yasser Arafat.
Nel 2003, Yaniv Sharon, ricordando quella partita, in un momento difficile per i rapporti fra israeliani e palestinesi, con la Seconda Intifada, spera ancora nella pace: “Io metterei un tavolo da ping pong a Gerusalemme, con la rete sulla linea che separa i due popoli, e giocherei di nuovo con Mohamed al Turk”. Il nobile intento degli sportivi, purtroppo, non si realizzerà più, fino ad arrivare a oggi, con l’uccisione di 1200 israeliani da parte di Hamas e l’invasione della striscia di Gaza da parte di Israele, con almeno 70.000 morti palestinesi, di cui ventimila bambini, un vero genocidio che continua tuttora, quando, almeno ufficialmente, è stata dichiarata una tregua.

“Io chiedo quando sarà
Che l’uomo potrà imparare
A vivere senza ammazzare
E il vento si poserà
E il vento si poserà
E il vento si poserà”

Le parole di Francesco Guccini nel brano “La canzone del bambino nel vento (Auschwitz)”, di cui compose anche la musica, ci hanno accompagnato in questa tragedia moderna. Siamo giunti alla fine del quinto atto. La conclusione nella tragedia greca classica si chiamava “Esodo”. E’ quasi un paradosso che questa parola abbia poi definito la storia biblica del popolo ebreo fino alla creazione del moderno Stato di Israele, tanto che nel 1947, quando quasi cinquemila sopravvissuti alla Shoah salparono dalla Francia per andare in Palestina, violando le restrizioni britanniche, la nave su cui viaggiarono, chiamata originariamente “President Warfield”, fu ribattezzata “Exodus”. Furono respinti dalla Marina britannica, ma da quell’episodio si creò un caso internazionale che portò alla nascita di Israele.
Ed è un paradosso che adesso, questa stessa parola, possa invece rappresentare la tragedia del popolo palestinese, considerato “straniero” nella sua stessa patria, Gaza, un popolo costretto a vagare da un posto a un altro come sospinto da un ciclone maligno con la divisa militare, sperando anch’esso, come gli ebrei di Auschwitz, che un giorno “il vento si poserà”.
Così, l’Esodo di questa tragedia va affidato a Primo Levi, lo scrittore deportato ad Auschwitz e sopravvissuto all’Olocausto. Le sue parole, riferite agli ebrei, appaiono però come un oscuro presagio che non vale soltanto per il popolo ebreo, vittima del genocidio ideato e realizzato dai nazisti, ma per qualunque altro popolo considerato come nemico da sterminare.
Il 25 aprile 1983, la Rai trasmette un documentario intitolato “Ritorno ad Auschwitz” (https://www.raiplay.it/video/2017/01/Ritorno-ad-Auschwitz–-Primo-Levi-7ce35df4-b147-48a7-a300-f05bff1bc7b5.html). E’ tutto ambientato in un treno che sta andando in Polonia, al campo di sterminio più tristemente famoso della storia dell’umanità. Su quel treno c’è Primo Levi, che torna ad Auschwitz e parla dei giorni che vi ha passato, con gli orrori che ha dovuto subire e cui ha dovuto assistere. L’ultima domanda del giornalista, al minuto 37’00”, è questa: “Lei non crede che gli altri, gli uomini vogliano al più presto dimenticare Auschwitz, oggi?”
La risposta di Primo Levi è illuminante e triste allo stesso tempo: “Esistono segnali che questo avvenga, dimenticare o addirittura negare. Questo è significativo. Chi nega Auschwitz è quello stesso che sarebbe pronto a rifarlo”.

Tags: #accaddeoggi

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Nota sull’autore: Gennaro Bozza

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