«Testardo e presuntuoso». Così, qualche mese fa, Sandro Sabatini definì Fàbregas dopo il 4 a 0 incassato a Milano dal suo Como contro l’Inter. Negli studi di Pressing, nel cuore dello sport, in onda la domenica su Canale 5, l’esternazione del noto giornalista e conduttore televisivo venne accompagnata da alcuni cenni di dissenso, ma anche dal sostegno del compagno di reparto Alessio Tacchinardi, che, con una punta di sarcasmo, aggiunse: «E’ convinto delle sue idee, tanto convinto».
In fondo Tacchinardi ha ragione. Fàbregas ha un’idea di calcio forte e moderna, perno identitario del gioco dei lariani. Proprio per questo motivo, decide di rispettarla anche contro l’Inter, cercando comunque di competere a viso aperto, dominando il possesso palla, riaggredendo alto e costruendo l’azione senza quasi mai buttare via il pallone. È un atteggiamento europeo e soprattutto spagnolo, come il passaporto di Cesc. Il punteggio finale, questa volta, non è però dalla sua parte e ciò gioca a favore dei due opinionisti sopra citati, per i quali avere delle idee chiare e moderne di calcio, perlomeno quando non porta al risultato, sembra essere sinonimo di cocciutaggine e presunzione.
Lungi dal voler prendere parte al dibattito tra “giochisti” e “risultatisti”, viziato dalla mancanza d’obiettività dei suoi protagonisti, credo però che quanto riportato metta in luce la persistenza, in Italia, di una mentalità calcistica estremamente limitante, troppo spesso condivisa anche da società e tifosi. L’impressione che si ha, guardando da vicino il nostro campionato, è quella di un’ossessione smisurata per la vittoria, manifesta, in modo particolare, proprio negli ambienti più vincenti, dove la costruzione di un progetto duraturo e futuribile è ritenuta sempre meno rilevante rispetto all’ottenimento di successi immediati.
Le prime vittime di questa distorsione sono proprio gli allenatori. La storia recente della Juventus ne è un caso principe. Dopo aver dominato per nove anni il panorama calcistico italiano, nelle ultime sette stagioni la società ha cambiato ben sei guide tecniche, di cui tre nell’ultimo anno e mezzo. Quest’ultimo dato i bianconeri lo condividono anche con il Milan: 18 mesi tra Fonseca, Conceicao e, da quest’estate, Massimiliano Allegri. Nel 2023 Spalletti riporta il Napoli alla vittoria dello scudetto; l’anno successivo va in scena il disastroso triumvirato Garcia, Mazzarri, Calzona. Una situazione simile l’hanno vissuta le due squadre della capitale e la Fiorentina.
Che cosa ci dice tutto questo? Le sconfitte e gli insuccessi, che costituiscono parte integrante e fondamentale del percorso di costruzione di un qualsiasi progetto sportivo, soprattutto quando appena cominciato, vengono gestite dalle società italiane tagliando la testa agli allenatori. Gli stessi tifosi, abituati a questo genere di risposta alle difficoltà, hanno finito per abituarcisi. In Premier League, invece, la situazione è completamente diversa: Guardiola guida il City dal lontano 2016, il Liverpool si è affidato a Klopp per ben nove stagioni di fila, Emery è al suo quarto anno sulla panchina dell’Aston Villa, Howe al quinto a Newcastle. Il caso più significativo è però quello di Mikel Arteta, attuale allenatore dell’Arsenal. Lo spagnolo, che ricopre tale incarico dal 2019, può vantare “solamente” la vittoria di una coppa e di due supercoppe d’Inghilterra, e ciò nonostante l’imponente mercato in entrata periodicamente garantitogli.
Nel Regno Unito, come si deduce, i tecnici sono generalmente molto tutelati dalle società, con le quali condividono la progettazione verso il futuro, oltre che il peso degli insuccessi e delle sconfitte. In Italia, salvo rari ed eccezionali casi, la collaborazione tra le due parti si spezza al primo passo falso. Abbandonati alla gogna mediatica e sempre in balia di ripercussioni immediate, i nostri allenatori cercano in tutti i modi di tutelarsi. Ciò si traduce, sul campo, in quell’atteggiamento conservativo fatto di blocchi bassi, linee compatte, palle lunghe e riduzione al minimo delle percentuali di rischio. L’idea, ormai purtroppo diffusa anche nei campionati minori, che preservare un goal di vantaggio sia preferibile al farne un altro, finisce per castrare la creatività dei giocatori più tecnici. Costretti troppo spesso ad adattarsi a schemi rigidi e punitivi, dove l’estro è subordinato alla disciplina e dove un dribbling di troppo, un passaggio in verticale e un tiro pretenzioso possono costare caro, preferiscono non esporsi, limitandosi alla giocata più semplice.
Ecco dunque chi è l’ultima vittima di questo sistema. Le pressioni eccessive generano omologazione, l’omologazione uccide il talento e, con esso, lo spettacolo del calcio. Il gatto, come sempre, si morde la coda: la maggior parte delle società italiane preferisce acquistare giocatori “sporchi” e d’esperienza, perché ritenuti più capaci di fornire garanzie immediate rispetto ai giovani acerbi, anche se dotati tecnicamente. Invogliati a venire meno nel nostro campionato, i fantasisti preferiscono andare all’estero; li scegliamo meno e loro fanno altrettanto con noi. Il livello tecnico è sempre più basso, la Serie A sempre meno appassionante, i risultati europei sempre più limitati.
Ma per fortuna, anche in questo caso, ci sono delle eccezioni. In un campionato dove l’omologazione regna sovrana, poche ma virtuose sono le società che credono ancora nell’ideale di un progetto a lungo termine, nel lavoro giorno dopo giorno, nell’impegno nel tempo, nel futuro, nel talento. Se Inter, Atalanta e Bologna sono esempi ormai riconosciuti, credo che il caso del Como sia quantomeno da ammirare. Il suo allenatore, infatti, è stato protagonista di un vero e proprio “cursus honorum”. Ritiratosi dal calcio giocato proprio tra le file dei lariani nel 2023, Fàbregas diviene immediatamente tecnico della Primavera. Dopo un primo incarico ad interim come allenatore della prima squadra, ne prende ufficialmente le redini dal 2024, con il pieno sostegno dell’attuale presidente Mirwan Suwarso. L’intero gruppo crede fermamente nelle idee del tecnico, capace di creare un ambiente stimolante e produttivo. Il talento viene coltivato e protetto. Si chiede di puntare l’uomo, di rischiare la giocata, di provare sempre ad andare in verticale; si cerca insomma di giocare sempre a calcio.
Al di là dunque delle simpatie che si possono avere nei confronti di Fàbregas e dei suoi sostenitori, bisogna riconoscere il grande valore del nascente progetto e dei suoi straordinari risultati, ottenuti volgendo lo sguardo al futuro, invece che, come spesso accade, ancorandosi al passato. A fronte di tutto questo, credo si possa essere quantomeno sollevati dal fatto che le sorti della panchina comasca dipendano dal presidente Suwarso, e non, fortunatamente, dalla coppia Sabatini – Tacchinardi.
*articolo ripreso dalla rivista “Golazo Barbaro!”
