Anche quest’anno è finito il campionato di Serie A. Qualcuno avrebbe voluto che non terminasse mai, altri accolgono il triplice fischio con sollievo, prostrati da un’annata amara o che si è trasformata in tragedia sportiva all’ultima curva. I volti del calcio, si sa, sono molteplici. Adesso è tempo di bilanci. Si tirano le somme sia nelle sedi dei club, notizia di lunedì il ribaltone a Casa Milan che fa da contraltare alla calma piatta della Continassa, sia in sede di chiacchiera sportiva.
La Serie A 2025-26 non è stata memorabile. Sotto molti aspetti si sono toccati apici negativi e i protagonisti di questo carrozzone, tuttavia, continuano a vivere in una realtà parallela dove meste finali di Coppa Italia tra prima e nona classificata sono equiparate a grandi notti europee, perché, sapete, il valore del calcio è misurato da quanta pirotecnia viene messa in campo: i poveri Darderi e Jodar ringraziano. I pasticci col calendario, la soap opera di Milan-Como a Perth, la contemporaneità saltata all’ultima giornata per i fatti di Torino eun prodotto televisivo mai all’altezza, il calciatore del grifone Alexandro Amorim scambiato per l’ex manager dei Red Devils Ruben Amorim, si mescolano in questo calderone di sciatteria, lassismo e ritrosia al cambiamento.
Il caso Rocchi non ha fatto altro che esasperare ancora di più tensioni e insofferenze derivanti dallo strapotere dell’Inter che, nonostante un tecnico con sole tredici panchine all’attivo nel nostro campionato e una salvezza conquistata a Parma, ha centrato il double, rialzando la cresta dopo l’amara annata precedente. Quelle nerazzurre sono state vittorie per dispersione, vittorie della costanza di rendimento, della noia quasi. Contro le squadre della parte destra della classifica il pronostico è sempre stato rispettato. E poco importa l’emorragia di punti e, soprattutto, le prove incolori di cui sono stati forieri gli scontri diretti. L’Inter e, soprattutto, il suo presidente, Beppe Marotta, sono attualmente i veri alfieri del calcio italiano e della sua dottrina. Gli altri sono solo ciarlatani con anche delle buone intenzioni ma non il necessario spirito per proporre un sistema alternativo.
Questa Serie A ha visto anche un’altra primavera abbattersi su impianti sportivi sempre più logori, in alcuni casi indecorosi e illegittimamente costosi: quasi cinquanta euro per vedere in un freddo venerdì sera Pisa-Milan da un settore ospiti divorato da muschi, licheni e attorniato da filo spinato sono, per usare un eufemismo, discutibili. Perché questo è stato anche un campionato in cui le tifoserie sono ancora in attesa di un tetto al prezzo dei biglietti nei settori ospiti. La telenovela sul nuovo San Siro pare aver visto i titoli di coda ma con l’attivissima procura milanese nei paraggi mai dire mai. La Roma pare avrà un nuovo stadio: vedremo se anche questo progetto andrà in fumo fagocitato da una non precisata fiamma ecologista di neroniana memoria. Una Serie A che ha visto due società gloriose come Lazio e Torino senza i proprio tifosi per mesi e il Como qualificarsi alla Champions League dopo solo un anno di apprendistato nella massima serie. Che cosa ne sarà ora dei lariani è tutto da vedere: stadio inadeguato, fairplay finanziario da rispettare, italiani che latitano tra campo e panchina. Il futuro è nebuloso.
Il calcio italiano non si è poi qualificato per il terzo mondiale consecutivo ma presto tutti se ne sono dimenticati. La qualità tecnica sciorinata in campo da alcune formazioni è stata spesso aberrante. Camarda panchinato per Stulic a Lecce è il manifesto programmatico di questa deriva esterofila schiava delle logiche di profitto intrapresa soprattutto da società medio-piccole, un tempo preziose collaboratrici nella crescita dei canterani di proprietà grandi club italiani. Ma è anche l’anno in cui Davide Frattesi, plastica rappresentazione del giovane promettente (fa nulla se ha già 26 anni) e passato dal Sassuolo all’Inter per 38 milioni di euro nell’estate 2023, ha chiuso la stagione con 0 gol e 0 assist all’attivo. Per tacere della scarsa vena realizzativa di quasi tutti gli attaccanti impegnati in un campionato che sembra davvero far regredire i propri giocatori. Le scoppole europee prese contro squadre turche, norvegesi e inglesi, ma di piccolo cabotaggio, lo hanno drammaticamente confermato. In Europa qualsiasi squadra italiana parte già rassegnata e col solo desiderio di ritirare la mazzetta di banconote dal via.
Ma è tempo di valutazioni, altrimenti che pagella sarebbe?
Pisa (4)
Secondo peggior attacco del campionato col misero bottino di 26 reti segnate e maglia nera difensivamente parlando, fanno 71 gol incassati dal povero Semper. Bene Moreo, 7 reti, non si può dire lo stesso degli altri. Due vittorie in 38 partite, tante figuracce. Dall’esonero di Gilardino, fatale il KO col Sassuolo, i toscani hanno tirato i remi in barca e si sono consegnati mani e piedi ai marosi e alle correnti dei bassifondi della Serie A. Una zattera neroazzurra alla deriva capitanata dall’imberbe Oscar Hiljiemark, un passato da centrocampista tra Palermo e Genoa, il fascino del novizio che si scontra con una realtà pendente verso il fallimento. Nessun Campo dei Miracoli gli è accorso in aiuto. Con l’attuale rosa a disposizione, il rischio doppia retrocessione in due anni è dietro l’angolo.
Verona (4-)
Il peggior attacco del campionato e la seconda peggior difesa dopo quella dei pisani, il tutto racchiuso in quella cattedrale di silenzi e tribune scrostate che è il Bentegodi. Piazza schiava di un perverso giochino, quest’anno, a forza di vendere senza ritegno i migliori in rosa a metà stagione, Giovane Santana passato al Napoli, la retrocessione è arrivata. Nel mezzo, un esonero, fuori Zanetti per l’ex gloria locale Sammarco, tre gioie, una rissa tra Orban, miglior marcatore scaligero, e i propri tifosi, oltre a tanti figuranti provenienti da ogni angolo del globo terracqueo a ingombrare gli appunti dei telecronisti di DAZN. L’emozione di veder debuttare un abitante delle Isole Faroe, il biondissimo Edmundsson, ha regalato un sorriso quasi di compatimento, lo stesso che ci si è dipinto sul volto ad ogni controllo palla errato di Bella Kotchap o di Al-Musrati. Bene la verve dello scozzese Kieron Bowie (4 gol di cui due a Inter e Juventus), autentico “Starman” se confrontato con la pochezza dei compagni di squadra. La sua mancata convocazione ai Mondiali 2026 ha fatto giustamente clamore. Esclusi i tre portieri, Montipò, Perilli e Toniolo, l’unico altro italiano presente in rosa è Gagliardini. Ennesima conferma dello stato del nostro calcio in provincia. Nella città di Shakespeare per eccellenza, si è consumata una lenta tragedia sportiva in 38 atti.
Cremonese (4,5)
Una stagione a due velocità: da ambizioni di Conference League ad una mesta retrocessione all’ultima giornata con Marco Giampaolo in panchina. L’aria che si è rarefatta ad un certo punto della stagione deve aver dato alla testa dalle parti dello Zini. Nemmeno un Vardy tutt’altro che autunnale ha saputo opporsi al crollo imprevisto dei grigiorossi. Un gran peccato: il roster a disposizione di Davide Nicola prima e Marco Giampaolo poi non era sicuramente da retrocessione. Oltre al già citato Vardy, figuravano calibri come Baschirotto, Bonazzoli, Audero, Grassi, Sanabria e Pezzella. Giocatori di categoria che fin dalla prima giornata, la vittoria a San Siro contro il Milan, avevano dimostrato di poter dire la loro. Poi con l’arrivo dell’inverno, il liuto si è scordato. Nicola da essere sulle orme di Stradivari si è ritrovato umile capobanda di un’orchestrina di paese. Verso il finale, forse, è mancata addirittura un pizzico di convinzione e il poker calato dal Napoli ha complicato e non poco il discorso differenza reti col Lecce. Giampaolo non ha dato la scossa sperata e continua il suo inesorabile declino che perdura da quelle sette tragicomiche partite alla guida del Milan nel 2019.
Lecce (6,5)
Eusebio Di Francesco ce l’ha fatta. La tanto agognata salvezza fallita a Frosinone e a Venezia, sorvolando sulle esperienze doriane, scaligere e isolane, è realtà. Una bella soddisfazione per il tecnico abruzzese che dopo gli acuti con Sassuolo e Roma sembrava aver imboccato una parabola discendente inarrestabile. A Lecce, invece, ha trovato supporto e, nonostante un reparto avanzato tra i peggiori del campionato, solo 28 reti messe a segno, anche una quadra per passare la nottata. Anche in questo caso, la qualità tecnica non è di casa al Via del Mare, così come i giocatori spendibili in ottica nazionale italiana, solo quattro azzurri di cui due, Camarda e Sottil, scarsamente impiegati. Calciatori del calibro di Ndaba, Gaspar, Siebert, Ngom o N’Dri sono giusto appettibili per la Gialappa’s Band e nella mente risuona ciclicamente l’interrogativo di come sia possibile che il vivaio leccese non abbia nulla di meglio da offrire. Lampi nel buio le prestazioni solide del difensore portoghese Tiago Gabriel, già accostato a club di mezza Europa, le parate di Falcone, ormai una certezza, la reattività di Gandelman, arrivato a gennaio e prezioso in ottica salvezza, i gol di Banda, ormai veterano dei salentini, e di Cheddira, prelevato dal Sassuolo a gennaio e decisivo con tre centri nel girone di ritorno.
Genoa (6+)
Un esonero che svolta la stagione: fuori Viera e dentro Daniele De Rossi. La salvezza del Grifone passa soprattutto da qui. Un po’ di confusione tra i pali, dove Leali perde il posto a favore di Bijlow, ma per il resto solide realtà. Ostigaard utile sui calci piazzati, cinque centri e titolare inamovibile, Norton Cuffy rivanga le origini britanniche del Genoa Cricket and Football Club 1893, Vazquez capitano di mille battaglie e Aaron Martin ara la fascia sinistra. Più difficile individuare protagonisti tra centrocampo e attacco, reparti che in casa rossoblù faticano a trovare padroni. Buone prove di Malinovsky, un po’ di brio da parte di Baldanzi, il ragazzo deve ritrovare se stesso tuttavia, Ellertsson e Frendrup sono di sicuro affidamento. Nessuno, però, può essere un serio candidato per la palma di protagonista. Davanti si è confermato come un buon investimento per il presente e il futuro Lorenzo Colombo, riscattato dal Genoa per 10 milioni di euro. Per il resto, ci sono stati i lampi di Vitinha, Messias, Ekuban e Ekhator. Nulla di trascendentale sia chiaro. A De Rossi e al suo calcio fisico è bastato, ad ogni modo.
Fiorentina (5-)
Viaggio all’inferno e ritorno, col rischio concreto che, ad un certo punto della stagione, fosse stato acquisto biglietto di sola andata. Continua il periodo poco felice per il club Viola: dopo le scomparse premature di Astori e Joe Barone, quest’anno ha salutato la sua creatura anche il patron Rocco Commisso, lasciando in eredità uno dei centri sportivi più all’avanguardia d’Europa, il Viola Park, uno stadio Franchi in piena ristrutturazione ma anche una rosa incompleta, scelte cervellotiche in materia di allenatori e una piazza stanca di attendere un trofeo o una qualificazione all’Europa che conta. Gli investimenti per Piccoli (25 milioni dall’Atalante), Brescianini e Fabbian non hanno ripagato le aspettative. Dzeko ha abbandonato la nave a metà stagione. Moise Kean non si è riconfermato sui livelli della precedente annata. Pioli, di ritorno dall’esilio dorato in Arabia Saudita, non ci ha capito un’acca. La situazione è precipitata in fretta. La Conference League da reale obiettivo si è tramutata in un fastidio: peccato, quest’anno il trofeo sarebbe stato alla portata. Vanoli, dopo un inizio stentato, è riuscito a raddrizzare il timone e a condurre in porto la nave gigliata. Un brutto sogno nel corso del quale, comunque, gli odiati rivali juventini hanno contribuito alla salvezza con quattro punti tra andata e ritorno. Gli uomini per ripartire con slancio ci sono, non serve alcun moto savonaroliano.
Cagliari (6+)
Un bel progetto e la vittoria corsara a San Siro contro il Milan come perfetto lieto fine. La prima stagione in Serie A di Fabio Pisacane ha confermato le buone sensazioni suscitate dall’allenatore campano fin dai tempi della primavera con cui ha vinto una Coppa Italia di categoria all’Arena Civica nel 2025. Il suo Cagliari ha avuto una delle età medie più basse in Serie A e ha scelto di puntare su alcuni dei prospetti italiani più interessanti: Palestra su tutti. Hanno poi contribuito a irrobustire l’intelaiatura vecchi bucanieri come Dossena, Mina, Mazzitelli, Deiola, Pavoletti, al suo ultimo tango in Sardegna. Bene anche Felici, Borrelli e il wonderkid Kilicsoy, scovato dallo scouting sardo al Besiktas. Non ha retto il confronto col fratello Sebastiano Esposito che si avvia ad una carriera alla Simone Inzaghi nei confronti del fratello Pippo. Ha deluso, purtroppo, Belotti.
Parma (6)
La squadra più scorbutica del campionato ha giocato per larghi tratti il peggior calcio d’Italia dal punto di vista della proposta. Qualcosa di talmente orripilante da elevare il suo allenatore allo status di leggenda. Carlos Cuesta è ormai una sorta di Rambo, un reduce di una non meglio precisata guerra, che solo contro tutti si scaglia con furia iconoclasta verso ogni concezione di bel giuoco. “Il Generale Inverno” è una scommessa vinta dai Krause. Pellegrino è stata una rivelazione, sebbene abbia solo segnato 9 reti in campionato, Troilo, Valenti e Del Prato hanno duellato coltello tra i denti per 38 giornate consecutive. Keita si tramutato in diga in mezzo al campo. Bernabe si è presto perso nei meandri della stagione: solo 3 gol e un assist per l’ex Manchester City. Peccato per lo scivolone contro una Lazio derelitta e in nove uomini al Tardini. L’anno prossimo urgono gol.
Torino (5,5)
Prosegue l’eterno giorno della marmotta targato granata. Stadio deserto, Cairo sulla graticola, ennesimo ribaltone ai piani alti della dirigenza, fuori Vagnati per Petrachi, un altro esonero, Baroni ha salutato per D’Aversa, e una rosa completamente smontata e riassemblata con comparse degne di un film di serie B. Il digiuno nei derby della Mole che continua a perdurare da più di dieci anni non è stato rotto nemmeno in questa stagione. Rosa debole, per l’ennesima volta privata in estate del capitano: dopo Alessandro Buongiorno è stato il turno di Samuele Ricci. Il Torino ogni anno appare sempre più in difficoltà anche solo a rientrare tra le prime dieci e perfino le semifinali di Coppa Italia rimane un obiettivo chimerico: dal Duemila in avanti i granata non l’hanno ancora centrata nemmeno una volta. Fatto abbastanza grottesco se pensiamo che dieci anni fa le raggiunse l’Alessandria, all’epoca in serie C. Come in molte altre squadre a mancare è soprattutto il senso di appartenenza.
Sassuolo (7-)
Peccato aver fallito di un solo punto il traguardo platonico di rientrare tra le migliori dieci squadre del campionato. Sarebbe stato una bella gratifica nei confronti del lavoro svolto da Fabio Grosso, tecnico, ricordiamo, esordiente in Serie A e che non ha patito minimamente il salto di categoria. Certo, i neroverdi avevano bullizzato letteralmente lo scorso campionato cadetto con giocatori totalmente fuori scala per la Serie B, leggi Berardi e Laurienté soprattutto, ma l’ultima esperienza in A era stata così drammatica che era lecito muoversi dalle parti di Reggio Emilia con la massima circospezione. Al Mapei continua la storia d’amore con una delle ultime bandiere del nostro calcio, ossia la versione emiliana di Totò Di Natale: Domenico Berardi. Come ogni anno poi, qualche big a quelle latitudini ha visto i sorci (nero)verdi: citofonare a Casa Milan.
Udinese (7+)
Kosta Runjaic si è preso il Friuli. Un’Udinese più propositiva, divertente e con verve si è divertita e ha fatto divertire tifosi e spettatori neutrali. Un’età media piuttosto bassa, giocatori interessanti e un’intelaiatura confermata in blocco nel salto da una stagione all’altra hanno creato un’ottima alchimia al Blue Energy Stadium, l’ex Dacia Arena. I friulani hanno rilanciato la carriera di Zaniolo, messo in mostra la solidità e il tiro dalla distanza di Solet, probabilmente già destinato a qualche big in sede di calciomercato e hanno trovato il degno erede di Beto. Keinan Davis, inglese, nel pieno della maturità calcistica, dopo stagioni in cui segnava a singhiozzo, quest’anno ne ha fatti dieci, risultando anche un ottimo stoccatore dagli undici metri: 4 centri dal dischetto. Orfani di Deulofeu e Thauvin, i bianconeri hanno scoperto Arthur Atta, altro gioiellino che stimolerà l’appetito dei top club europei. Per lui 5 reti, negli occhi di tutti rimane il colpo da biliardo a San Siro nella vittoria corsara contro l’Inter, e 3 assist. Molto bene anche il rendimento di Kristensen, ariete in area di rigore avversaria, e l’affidabilità di Ekkelenkamp, ormai nemesi per eccellenza del Napoli. Situazione meno rosea tra i pali, dove Okoye, Sava e Padelli, fresco di rinnovo contrattuale, non sono il terzetto più affidabile che si possa desiderare. Lo scouting friulano dovrà rimboccarsi le maniche e andare a scovare il nuovo Samir Handanovic.
Lazio (4)
La Lazio, dopo il Torino, è l’altra società prigioniera delle manie di grandezza del suo proprietario che ha ormai abbandonato qualsiasi forma di decenza e cortesia, apparendo totalmente fuori controllo e privo di ogni qualsivoglia ritegno. Claudio Lotito con la scusa di aver salvato la società dal fallimento e dallo spettro della rifondazione anni orsono pretende di essere servito e riverito da tifoseria, media e sottoposti. Impone di vivacchiare, ordina di azzerare la cifra tecnica della squadra ogni anno e di ridurla anche dal punto di vista numerico. Le qualificazioni in Champions, i cammini europei spesso discreti, le vittorie in Coppa Italia e Supercoppa Italiana targate Simone Inzaghi sono ormai un lontano ricordo, così come i gol a grappoli di Immobile, le geometrie di Milinkovic Savic e la fantasia di Felipe Anderson o di Luis Alberto. La Lazio di quest’anno è stata insufficiente innanzitutto dal punto di vista dell’organico: l’assurda alternanza in porta ne è rappresentazione plastica. Ceduto il dodicesimo greco Mandas a gennaio per far quadrare i conti, infortunatosi Provedel, il titolare designato, Sarri, apparso fin dal giorno del raduno un condannato ai lavori forzati, ha dovuto promuovere di rango prima l’inesperto Edoardo Motta, eroe nella notte di Coppa Italia a Bergamo, e dulcis in fundo il carneade Furlanetto, ventiquattrenne che pensava di aver perso il treno nel calcio che conta e che si è, invece, ritrovato a debuttare nel derby di Roma. Come, nonostante le campagne acquisti micragnose di sor Lotito, i biancocelesti si siano trovati a far fronte ad un indice di liquidità fuori dai parametri della Lega Serie A rimane un mistero. Il coma irreversibile che attanaglierebbe la società spesso paventato dallo spocchioso patron pare essere davvero lontano dal terminare. E con Gattuso a prendere il posto di Sarri…
Bologna (6-)
Un grande passo indietro per il Bologna di Vincenzo Italiano. Dopo la vittoria della scorsa stagione in Coppa Italia, per i felsinei questa doveva essere la stagione delle conferme. Così, non è stato. Il Bologna ha chiuso fuori dalle competizioni europee, non ha ripetuto la cavalcata in Coppa Italia e per mesi ha staccato la spina collezionando sconfitte e svarioni. I KO contro Verona, Fiorentina e Cremonese sono i picchi negativi in campionato. Pessima la prova offerta anche in Europa League, al netto del trionfo contro la Roma. I quarti di finale con l’Aston Villa sono stati giocati ampiamente sotto le aspettative. I rossoblù sono apparsi spesso disorientati e orfani delle certezze dell’anno scorso. Totalmente errati gli acquisti nel reparto arretrato: a Vitik la palma di peggior arrivo all’ombra delle Torri. Bene Pobega, Rowe, prelevato da Marsiglia dopo il litigio con Rabiot, e la maturità acquisita da Castro, degno erede di Zirkzee. Bernardeschi ritrova smalto e dimostra di non essere venuto a svernare come invece ha fatto, ahilui, Ciro Immobile, poi fuggiasco a Parigi. In porta, grandi punti interrogativi. Skorupski potrebbe non dar più garanzie, Ravaglia non è stato sempre impeccabile.
Atalanta (6,5)
Per come si erano messe le cose, il settimo posto finale e la qualificazione ai preliminari di Conference League sono oro colato. La cervellotica scelta di Juric per il post Gasperini non ha pagato e, allora, ci ha pensato Raffaele Palladino, esiliato da Firenze senza troppi complimenti, a erigersi a pater patriae. Disfatta col Bayern Monaco a parte, il cammino della Dea, pur privo di picchi clamorosi, è stato lineare e all’insegna della continuità. Con ogni probabilità a Bergamo cominceranno con un altro tecnico in panchina, o almeno così lasciano intendere le parole dell’ex Monza, e questa potrebbe essere una mossa piuttosto rischiosa. Molto bene Krstovic, doppia cifra per lui, Scamacca, stagione, tanto per cambiare, travagliata dal punto di vista fisico ma conclusa comunque a dieci gol siglati, e l’ormai usato sicuro Pasalic, nove anni da nerazzurro per lui. De Ketelaere ha segnato poco ma ha vestito i panni dell’assistman. Ahanor si toglierà delle belle soddisfazioni in carriera se dovesse proseguire sun questi livelli, Scalvini è stato tormentato dagli infortuni, Bernasconi ha avuto il suo spazio. Stagione di lieve flessione per Ederson, che le cronache di mercato danno in partenza per Manchester. Samardzic si è perso nei meandri delle rotazioni e continua la tradizione dei balcanici tutto genio e sregolatezza. Non va poi dimenticata la stucchevole telenovela con Lookman, volato a gennaio verso lidi più miti come quelli madrileni in cambio di Raspadori, subito calatosi nella parte di centravanti di manovra alla perfezione.
Juventus (5-)
A Torino non sanno più che pesci pigliare e Elkann continua nella sua opera distruttrice dei gioielli di famiglia, che ora pare interessare anche Ferrari, lato motorizzazione civile, col lancio della prima vettura del Cavallino totalmente elettrica e il conseguente tonfo in borsa. I piani alti sono occupati da personaggi dai dubbi contorni agli occhi di tifosi e media, il calciomercato è costantemente uno sperpero di denaro. Quest’anno sono arrivati alla Continassa David, solo 6 gol in 35 partite, Openda, costato 40 milioni e capace di mettere a segno solo un gol e zero assist, Edon Zhegrova, doppio zero alla voce gol e assist. Prosegue l’idiosincrasia tra il mondo bianconero e Koopmeiners, in alcune partite adattato anche a centrale di difesa, l’involuzione preoccupante di Cambiaso, le presunte attenzioni di Guardiola gli hanno fatto male, le geometrie scolastiche e i colpi proibiti, l’ultimo di una lunga serie a Luka Modric, di Manuel Locatelli. In difesa, Gatti pare essere ai saluti, Bremer è perennemente perseguitato da problemi fisici e il solo Kalulu porta un po’ d’ordine e si sgancia in avanti come da nuova moda tattica. Kelly, Cabal e Holm sono dei buoni mestieranti ma nulla più. In porta si è consumato poi il vero dramma: Di Gregorio concorre per il premio guantone bucato insieme a Sommer e Montipò. Spalletti non ha fatto molto meglio di Tudor, salvo qualche sporadico exploit. In Champions, i bianconeri hanno collezionato l’ennesima scoppola della loro travagliata storia europea e questa volta col fastidioso déjà-vu turco. Ennesima stagione buttata insomma, con un protagonista, nel bene e nel male, delle precedenti come Vlahovic che è a fine contratto.
Milan (dal 4 al 5)
Voto ondivago come la stagione dei rossoneri, fuori dalla Champions League per il secondo anno consecutivo. Una società incapace di imparare dai proprio errori, mediocre in tutte le sue aree (prima squadra, primavera, Milan Futuro e femminile) e con quella dicitura di “media company” di cui, però, non c’è traccia sui grandi e piccoli schermi. Max Allegri per l’ennesima volta scaraventato in una situazione societaria bizzarra si dimostra inerme e incapace di ritirare fuori la verve dei tempi migliori, fallendo nell’isolare la squadra dai sussurri e dalle grida provenienti dall’esterno. La squadra, costruita male in estate e priva fin dalla prima giornata di un centravanti di ruolo, Gimenez non è mai stata un’opzione percorribile, è riuscita nella titanica impresa di gettare dieci punti di margine sul quinto posto, pur essendo uscita sbrigativamente da tutte le competizioni italiane minori. Un crollo verticale nel girone di ritorno inspiegabile, doloroso e che vede un San Siro ribollente di rabbia a maggio come dodici mesi prima. Un clima reso ancora più esplosivo dalla doppia vittoria dei cugini in campionato e in Coppa Italia, poco importa se sconfitti sia all’andata che al ritorno come non accadeva dalla stagione 2010-11. Fastidiosi, stucchevoli e anomali i dissidi interni al club, ridotto a un’idra impazzita e fratricida. Aberrante il trattamento riservato al tifo organizzato della Curva Sud, ostentata oltre ogni misura la mercificazione del Milan, regolarmente svenduto a Bud, Coca Cola e a compagnia. Dalla stagione 2011-12, insomma, il Diavolo continua ad avere più anime al suo interno e la compattezza dei Galliani, Braida, Ramaccioni è solo un lontano ricordo. Il ribaltone dei giorni scorsi non ha convinto nessuno e, francamente, questa società non ha mai fatto nulla per smentire le prefiche.
Como (8)
Il Como ha fatto il salto di qualità: ora vince anche le partite sporche, al netto di una difesa alle volte illogicamente alta e di un’allergia quando vede nerazzurro. Nonostante l’arroganza e i piagnistei di Fabregas, è impossibile non applaudire a ciò che l’ex Arsenal e Chelsea sta facendo sulle rive del lago per antonomasia. Nico Paz è definitivamente sbocciato, Perrone e Caqueret hanno dettato i tempi in mezzo al campo con la sicurezza dei veterani, Valle ha spinto a sinistra come un ossesso e Vojvoda si è trasformato nell’ennesimo rigenerato del laboratorio iberico. In porta Butez ha alternato parate da copertina a qualche svarione da torneo estivo, ma il saldo resta ampiamente positivo, così come i numeri realizzativi di Tasos Douvikas. Il Sinigaglia è ormai una piccola boutique del calcio continentale, frequentata da star, influencer e curiosi, ma senza che questo abbia intaccato la fame della squadra. Certo, i comaschi dovranno presto fare i conti con aspettative sempre più ingombranti e con il rischio di trasformarsi da simpatica novità a bersaglio fisso del campionato. Per ora, però, dalle parti del lago si gode e basta.
Roma (7,5)
Gasperini ha continuato il lavoro di Ranieri della passata stagione e fa niente se Claudio se ne sia dovuto andare a stagione ancora in corso per le bizze dell’ex demiurgo atalantino. La Roma non è bella in senso classico, perché il calcio del tecnico di Grugliasco resta una centrifuga spesso feroce e poco elegante, ma tremendamente viva. I giallorossi hanno ritrovato intensità, corsa e soprattutto una feroce identità collettiva che negli ultimi anni appariva smarrita tra le pieghe delle rivoluzioni continue. Koné ha dato atletismo e dinamismo a un centrocampo che troppo spesso aveva camminato sulle uova, Malen, l’investimento invernale che il Milan si è invece rifiutato di fare, ha aggiunto profondità e strappi devastanti in campo aperto, panchinando i flop Evan Ferguson e Dovbyk, mentre Svilar si è consacrato come uno dei migliori portieri del campionato. Dybala, invece, ha vissuto la solita stagione intermittente, così come il suo pupillo Soulé: lampi da artisti maledetti alternati a lunghe assenze fisiche e spirituali. Dietro Mancini ha incarnato perfettamente lo spirito gasperiniano tra duelli, proteste e marcature feroci, mentre Ndicka ha garantito continuità. L’Olimpico è tornato a respirare entusiasmo e soprattutto ad avere la sensazione che questa squadra, finalmente, sappia dove vuole andare.
Napoli (6+)
Squadra brutta, spesso incartata e schiava del personaggio che è Antonio Conte, sempre più parossistico nelle dichiarazioni e nei rapporti con stampa e presidente. Pesanti le defaillance europee, brutte le prove negli snodi decisivi del campionato. In sintesi, il Napoli non è mai stato in lotta per alcun titolo, al netto della vittoria in Arabia Saudita della Supercoppa di Lega. Discutibile la preparazione atletica di certi elementi, Conte è rimasto orfano di moltissimi giocatori a stagione in corso, triste il trattamento riservato a Vergara, impiegato solo per mancanza di alternative e poi rispedito nell’anonimato della panchina. Lukaku conferma quanto sia in parabola discendete e abbia altre priorità nella vita, De Bruyne perde su tutti i fronti il confronto con Modric fermandosi per lunghi periodi logorato da anni di guardiolismo. Resta una comoda qualificazione Champions, un Hojlund ritrovato e poco altro. Stagione anonima.
Inter (8)
Cristian Chivu ha raccolto un’eredità pesantissima. Alla fine, però, l’Inter ha ripreso a vincere. Magari con meno brillantezza rispetto all’era inzaghiana, magari perdendo qualcosa dal punto di vista della fluidità offensiva, ma restando la squadra più solida e strutturata del campionato. Lautaro ha continuato a comportarsi da leader, Barella è stato il solito motore impazzito, salvo migliorare dopo l’eliminazione di Zenica con la Nazionale, Bastoni l’ha fatta grossa ma l’ambiente ha retto l’urto, Calhanoglu ha scacciato la nostalgia di casa e i guai fisici, Thuram ha alternato partite devastanti ad altre più opache, mentre Frattesi è stato, insieme a Luis Henrique, un flop. Qualche scricchiolio si è avvertito, infatti, sugli esterni e perfino Sommer, a tratti, è sembrato accusare il peso dell’età. In Champions League i nerazzurri hanno pagato inesperienza tecnica in panchina e una certa rigidità tattica nei momenti decisivi, ma in Serie A l’Inter è rimasta la squadra di riferimento. Il campionato d’ora in avanti sarà meno ancorato al valore degli scontri diretti e al titolo platonico di miglior difesa, due elementi che sono mancati cronicamente ai nerazzurri. Il mercato, con l’età media che si eleva sempre più e alcuni giocatori arrivati al limite dal punto di vista del chilometraggio, dovrà cominciare a dare qualche titolare. Chivu non sarà Inzaghi ma, al netto dei dubbi dell’estate scorsa, il romeno ha dimostrato di non essere soltanto un traghettatore romantico per nostalgici del Triplete.
