Fiesta è il romanzo d’esordio di Ernest Hemingway. Tra gli altri personaggi, c’è Mike Campbell, un aristocratico scozzese decaduto, che vive costantemente sull’orlo del fallimento economico e personale. Una sua risposta a Jake Barnes, protagonista e narratore, è destinata a divenire celebre. Interrogato riguardo la sua bancarotta, la descrive come un processo che avviene «in due modi: prima gradualmente e poi all’improvviso».
Nelle prime settimane di maggio, Roma si fa teatro e il Foro Italico diventa suo palcoscenico. Si disputa uno degli eventi tennistici più importanti al mondo: gli Internazionali d’Italia, ultima grande tappa su terra rossa prima del Roland Garros. Come da calendario, stabilito un anno prima dall’ATP, il 17 maggio è in programma la finale maschile. Cinquant’anni dopo Panatta, Sinner vince e riporta a casa il trofeo romano: battuto Ruud in due set e Career Golden Masters completato. Un risultato strabiliante, in un Centrale gremito e con il tutto esaurito da mesi. A seguirlo 7,8
milioni di spettatori unici sulle tv italiane. Una giornata da sogno per il tennis e per lo sport in generale, tranne che per il calcio, i cui vertici riescono nuovamente a dimostrare goffaggine e incompetenza.
Il sistema-calcio arriva a quella domenica proprio come il Campbell di Hemingway. L’assenza più totale di progettualità nel tempo, gli umilianti risultati della nazionale e un campionato sempre meno attrattivo, ne fanno un aristocratico prossimo al tracollo. Abituato a non doversi preoccupare più di tanto di ciò che lo circonda, si accorge solo a quel punto che il tennis non è solo un’accozzaglia di amatori armati di racchette. Per un’incredibile svista dei calendaristi di Serie A, il derby della capitale è fissato poche ore dopo la finale di Sinner. Lo Stadio Olimpico dista solo alcune centinaia di metri dai campi in terra rossa e la Prefettura, consapevole delle tensioni e dei possibili disordini tra le tifoserie, decide di rinviare la partita al giorno dopo. La Lega prova a farsi sentire, ma è costretta ad optare per una soluzione di ripiego: Roma-Lazio spostata a mezzogiorno, mentre il tennis non si muove dal programma ufficiale, come sottolinea risolutamente Angelo Binaghi, presidente della Federtennis.
«Già il giugno scorso era stato fissato il derby di Torino durante le Finals. Se si aggiunge la finale di Coppa Italia e il derby capitolino durante gli Internazionali, sono grandi coincidenze. In ogni caso non è sicuramente colpa nostra se un “deficiente”, così lo ha definito il Corriere della Sera, ha fatto il calendario del campionato di calcio con i piedi». Queste parole non raccontano solo quanto immediatamente accaduto, ma denunciano le falle di un sistema in profonda crisi. Sbugiardano quanti non vogliano rendersi conto delle enormi difficoltà che il nostro calcio sta vivendo. Per fare un esempio tra gli altri, le sconcertanti dichiarazioni di Luigi De Siervo, Amministratore Delegato della Lega Serie A, riguardo l’ultima finale di Coppa Italia, definita «uno spettacolo al pari di qualsiasi finale di Champions League»,
che, suo malgrado, ha registrato l’auditel più basso di sempre su Canale 5.
A rispondere direttamente a Binaghi è Michele Criscitiello, direttore e conduttore principale di Sportitalia. «Se dobbiamo farci prendere a schiaffi dai primi che passano, stiamo sbagliando completamente. In Italia sappiamo che mangiamo, viviamo e sogniamo con il calcio. Il tennis sta facendo un grandissimo lavoro, ma sta vivendo solo grazie al fenomeno Sinner. Senza di lui finirebbe nel dimenticatoio». Per quanto Criscitiello sembri riconoscere al tennis i suoi meriti
sportivi – e d’altronde sarebbe impossibile non farlo – preoccupa notevolmente il persistere di uno sguardo giudicante e altezzoso da parte del mondo del calcio. Ritorna alla mente l’ex presidente della FIGC Gabriele Gravina, che, davanti all’ennesima eliminazione dai Mondiali della nazionale, si giustifica definendo “dilettantistiche” le altre discipline e affermandone la maggior facilità di gestione. Il motivo di fondo è lo stesso: agli occhi di chi si è sempre sentito più in alto, chi siede più in basso non può mostrarsi irriverente e deve moderare il tono della voce. Ma basta uno sguardo
meno superficiale per accorgersi di quanto c’è di sbagliato in queste affermazioni.
Innanzitutto, perché la fortuna del tennis italiano non è dovuta esclusivamente al 2001 altoatesino. Sinner è sicuramente benzina, ma non il motore di questo movimento, che affonda le radici in un modello ventennale di gestione e programmazione sportiva. Come chiaramente spiegato da Marco Bellinazzo a Tennis Talk: «La grande trasformazione che ha avuto il tennis italiano deriva dalla programmazione che è stata fatta, da tutto un percorso basato in particolare sui grandi eventi, sulla capacità di ospitare grandi manifestazioni internazionali e soprattutto di saperle valorizzare». Oltre
ai già citati Internazionali d’Italia, le ATP Finals di Torino e la Coppa Davis a Bologna contribuiscono oggi a generare i due terzi degli introiti della Federazione e ad alimentare la passione di grandi e piccini. Una parte notevole degli investimenti riguarda strutture e formazione dei maestri. Ma non è tutto: ben 10 milioni di euro volti a finanziare i circuiti minori (Challenger e ITF), «organizzandovi diversi tornei professionistici e dando così la possibilità ai giocatori di
crescere velocemente senza sprecare soldi e tempo per i viaggi», scrive il Times elogiando la progettualità del nostro paese. Più interesse, più ricavi, più iscrizioni. Il numero dei praticanti di Tennis e Padel raggiunge quello dei calciatori e, nel 2025, la FITP diventa, per la prima volta, la federazione con più ricavi in Italia. Insomma, Binaghi non è esattamente “il primo che passa”, come Sinner non è un prodigio nato dal nulla. Lo dimostrano i successi di Musetti, Cobolli, Darderi,
Berrettini, Paolini, Errani e tanti altri.
In secondo luogo, è necessario soffermarsi sul perché uno sport venga considerato “nazionale”. Nelle dichiarazioni di Criscitiello c’è un fondo di verità: gli italiani vivono da sempre di calcio. Ma manca forse una precisazione fondamentale: vivono da sempre del calcio giocato dai campioni. I più piccoli non si affezionano allo sport per i sistemi o per una cultura condivisa. Si innamorano dei fenomeni di cui desiderano la maglia, delle personalità che vogliono imitare, delle giocate che provano a riprodurre. Creano idoli in virtù della bellezza che vedono espressa in campo. E in un paese in cui da vent’anni è in atto una rimozione sistematica della bellezza calcistica, sia sugli schermi sia in contesti minori, è inevitabile che il loro sguardo si diriga altrove, alla ricerca di quella magia che, in quello che dovrebbe essere il nostro sport nazionale, manca ormai da troppo tempo.
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