Siamo giunti alla fine del torneo londinese di Wimbledon, il più importante dell’anno, e ancora una volta il tabellone femminile si è concluso lasciando dietro di sé tanti dubbi. Chi si aspettava il dominio delle prime della classe è rimasto nuovamente deluso: le grandi favorite sono uscite di scena ben prima delle fasi finali.
Ma ridurre tutto a un generico “il tennis femminile è imprevedibile” sarebbe un errore. Dietro al crollo delle big ci sono ragioni profondamente differenti.
Iga Swiatek: le difficoltà della polacca
Iga Swiatek , ex numero 1 del mondo e campionessa di Wimbledon lo scorso anno, negli ultimi mesi sta attraversando uno dei periodi più difficili della sua carriera. Non si tratta di un’unica causa, ma della combinazione di diversi fattori: il calo dei risultati perché dopo anni di dominio fatica a trovare continuità; la pressione psicologica, la stessa giocatrice ha parlato apertamente delle sue difficoltà mentali; il cambiamento nello staff con la separazione dal coach Wim Fissette, con cui aveva vinto Wimbledon l’anno precedente e la difficoltà a trovare il giusto equilibrio con il nuovo team; infine, l’aspetto tecnico in quanto il suo dritto è apparso meno incisivo del solito, il servizio meno affidabile e gli errori gratuiti sono aumentati notevolmente.
Aryna Sabalenka ed Elena Rybakina: il fisico non asseconda il talento
Per le due grandi “bombardiere” del circuito i problemi risiedono altrove. Sabalenka continua a fare i conti con i fantasmi di una gestione emotiva non sempre impeccabile, ma a Londra ha pagato soprattutto gli errori nei momenti di massima pressione. Discorso simile per Elena Rybakina: quando servizio e dritto funzionano, la kazaka è ingiocabile per chiunque. Tuttavia la sua scarsa continuità è legata a problemi fisici ricorrenti e a una mobilità laterale non sempre eccelsa. Rybakina fatica a mettere in fila quella striscia di vittorie consecutive che la consacrerebbero come una vera dominatrice.
Naomi Osaka: la difficile ricostruzione del “killer instinct”
Il rientro di Naomi Osaka nel circuito dopo la maternità e le note battaglie personali legate alla salute mentale è una delle storie più belle del tennis recente. Ma lo sport professionistico non fa sconti. Alla giapponese manca ancora il ritmo partita e soprattutto la capacità di gestire i punti chiave nei momenti di massima tensione. Il potenziale nei colpi è intatto, ma la solidità mentale nei momenti decisivi richiede tempo per essere ricostruita.
Il resoconto dei Championship
Il verdetto di Wimbledon, dunque, non è una sentenza definitiva, ma una fotografia spietata: nel tennis WTA odierno non c’è una vera dominatrice. Non è un caso che Linda Nosková , vincitrice di Wimbledon, sia la nona giocatrice diversa a trionfare ai Championship negli ultimi 9 anni. È un dato che non esiste nel tennis maschile e racconta perfettamente la mancanza di una figura egemone. Nel WTA non c’è più una Serena Williams capace di rimanere sul trono per anni. C’è equilibrio e parità. Questo rende ogni Slam apertissimo, ma toglie anche punti di riferimento al pubblico.
Lo sguardo al futuro: cemento americano e oltre
Ora il circuito si sposta sul cemento americano. Cincinnati e US Open saranno il primo vero banco di prova per capire se questo Wimbledon è stato un incidente di percorso o l’inizio di una nuova era. Il cemento premia le giocatrici che sanno comandare da fondo e che hanno un servizio solido. In teoria dovrebbe favorire Sabalenka e Swiatek. Ma dopo quello che abbiamo visto a Londra, è impossibile fare pronostici.
Francesco Ceraglia
