Jan Kodeš, ex numero 4 del mondo, firma la prefazione de “La scienza semplice del tennis” (in uscita a novembre) e rilancia una questione sempre più attuale: superfici, calendario e attrezzatura stanno tutelando davvero la salute dei giocatori?
«La terra rossa è al 100% la superficie migliore per il tennis». E ancora: «Finora nessuno si è preoccupato della salute dei giocatori». Parole nette, pronunciate da Jan Kodeš, vincitore del Roland Garros nel 1970 e 1971 e di Wimbledon nel 1973, che assumono un significato particolare alla vigilia della pubblicazione di “La scienza semplice del tennis”, il nuovo libro di Rodolfo Lisi, del quale il campione ceco ha firmato la prefazione, assieme a Tanner, Ruzici e Edmondson.
Kodeš non si limita a presentare il volume. Nelle sue considerazioni affronta alcuni dei temi sui quali il tennis contemporaneo continua a interrogarsi: le superfici di gioco, l’usura di ginocchia, spalle, polsi e anche, la preparazione fisica, l’attrezzatura, il numero dei tornei e soprattutto la responsabilità di chi programma la carriera dei giocatori.
Il tre volte campione Slam definisce il libro “unique and detailed”, sottolineandone l’attenzione non soltanto alla tecnica dei colpi, ma anche alla salute, alla preparazione, alle superfici, alle racchette, alle impugnature, alla velocità e al rimbalzo della palla, alla nutrizione, alla psicologia e alla gestione del calendario. Un giudizio che rappresenta anche un significativo riconoscimento alla prospettiva scelta da Lisi: spiegare il tennis partendo dal corpo del giocatore e dalle sollecitazioni alle quali viene sottoposto.
Non casualmente, uno dei temi centrali del volume riguarda proprio il rapporto tra superficie e organismo. Lisi sostiene da anni che la terra rossa offra caratteristiche biomeccaniche particolarmente favorevoli, soprattutto nella fase di decelerazione: la possibilità di scivolare consente di distribuire la frenata su uno spazio maggiore, mentre sulle superfici più aderenti l’arresto tende a essere più brusco. Le parole di Kodeš arrivano così a rafforzare, da una prospettiva maturata ai massimi livelli del tennis mondiale, una delle domande che attraversano il libro: nell’evoluzione del tennis moderno si è prestata sufficiente attenzione alla salute dell’atleta?
Ma “La scienza semplice del tennis” non è un libro contro il cemento né un trattato riservato agli specialisti. L’obiettivo dichiarato è differente: rendere comprensibili i meccanismi scientifici nascosti dietro gesti e situazioni che ogni tennista osserva quotidianamente. A Sinner è dedicato l’ultimo e forse più provocatorio capitolo, “Proteggere Sinner: giocare meno per giocare più a lungo”. Lisi propone una gestione selettiva della stagione nella quale il valore di un torneo non dipenda soltanto dai punti o dal prestigio, ma dalla funzione che esso svolge nella costruzione della carriera. Madrid, Miami, il Masters canadese, le esibizioni e alcuni appuntamenti intermedi diventano così oggetto di una domanda volutamente scomoda: essere in grado di disputare un torneo significa necessariamente che convenga disputarlo?
La riflessione si estende a Rafael Nadal e Ivan Lendl, due campioni utilizzati nel volume per rappresentare filosofie differenti. Da una parte, la straordinaria capacità di Nadal di competere convivendo con problemi fisici importanti. Dall’altra, la programmazione quasi scientifica di Lendl, disposto persino a rinunciare al Roland Garros nel 1990 per concentrare ogni energia sull’unico Slam che non aveva mai conquistato, Wimbledon. Kodeš auspica che il libro possa offrire spunti non soltanto a giocatori e appassionati, ma anche ad allenatori, manager, genitori e responsabili del tennis professionistico, ATP e WTA compresi.
“La scienza semplice del tennis” uscirà nel novembre 2026 per Absolutely Free, nella collana Sport.doc
