La “Generazione Z” raggruppa le persone (maschi e femmine) nate fra il 1997 e il 2012. Si tratta della prima generazione completamente digitale, che svolge la maggior parte delle proprie attività (professionali e ricreative) online. La Generazione Z è stata educata da famiglie sensibili alle tematiche inclusive e di sostenibilità e si è trovata a crescere in un’epoca difficile, costellata di numerose crisi (sanitaria, economica, industriale, climatica, bellica, ecc.) e costantemente sottoposta a pressioni in termini di performance e di immagine. In un periodo storico come questo, nel quale i concetti di sacrificio e impegno a lungo termine sono percepiti come superati, è chiaro come l’attività fisica e sportiva, che si alimenta di questi principi, siano viste come un’attività stressante e poco gratificante.
In molti contesti, anche le disuguaglianze socio- economiche giocano una parte importante, infatti i dati riportati mostrano chiaramente che i giovani (maschi e femmine) provenienti da famiglie più abbienti praticano livelli elevati sia di attività fisica moderata- vigorosa (MVPA, 16% contro 26%) che di attività sportiva (VPA, 51% contro 69%).
La “Generazione Z” è cresciuta in un’epoca nella quale tutto passa attraverso il filtro dello schermo: ogni successo professionale, ogni momento significativo di vita privata e ogni attimo di divertimento. Lo “sharing” fa sentire i giovani meno soli, costruisce reti, ma espone anche al giudizio e al confronto. I social media, in particolare, propongono immagini perfette di corpi in perenne movimento, mai stanchi, sempre giovani e in perfetta forma.
Le piattaforme social creano un bisogno continuo di produrre una performance per poterla condividere e ricevere consensi. Lo testimonia il Rapporto CENSIS 2024 “Giovani, sport e benessere”, dal quale emerge che il 72% dei giovani italiani (maschi e femmine) fra i 14 e i 24 anni dichiara di sentirsi “sotto pressione per dover fare sempre bene”. Nel contesto sportivo, il 55% afferma di aver provato ansia, pressione o stress legato alla prestazione, con una quota che sale al 70% per chi pratica un’attività sportiva agonistica. Sommata a quella prodotta dalla scuola e dalla cerchia delle amicizie, la pressione diventa intollerabile e spinge all’abbandono della pratica sportiva
Perché la pratica motoria e sportiva sembra essere diventata nemica delle nuove generazioni? Preoccupano molto i dati emersi dal rapporto “The inequality epidemic: low income teens face higher risk of obesity, inactivity and poor diet”, pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 2024- 2025: i livelli di attività fisica e sportiva tra i giovano sono significativamente bassi.
L’OMS a livello mondiale
L’OMS raccomanda almeno 60 minuti di attività fisica moderata o intensa (Moderate or Vigorous Physical Activity, MVPA) ogni giorno e solo il 25% dei giovani e il 15% delle giovani raggiunge l’obiettivo. La partecipazione all’attività fisica e sportiva diminuisce con l’età, in particolare tra le femmine (il 24% di 11 anni e il 13% di 15 anni). Malgrado il 60% dei giovani (maschi e femmine) soddisfi la raccomandazione OMS di praticare attività fisica vigorosa (Vigorous Physical Activity, VPA) almeno 3 volte la settimana, questa percentuale è inferiore tra le femmine (51%) rispetto ai maschi (69%). Il divario di genere si amplia maggiormente con l’età: mentre il 65% delle femmine di 11-12 anni soddisfa la raccomandazione, solo il 46% di 15 anni rientra in questi parametri.
A livello europeo
A livello europeo, nel documento stilato dalla “Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD)”, in collaborazione con l’OMS “Health at a Glance: Europe 2024”, solo il 22% circa dei giovani 11enni (maschi e femmine) e il 15% dei giovani 15enni (maschi e femmine) pratica almeno un’ora al giorno di attività fisica e sportiva moderata o vigorosa.
In Italia
In lieve controtendenza il nostro Paese, secondo i più recenti dati ISTAT relativi all’attività fisica e alla pratica sportiva. Il rapporto sottolinea che negli ultimi 30 anni è aumentata la quota di chi pratica attività sportiva, che è passata dal 26,6% del 1995 al 37,5% del 2024 e al 39,4% nel 2025.
La crescita riguarda soprattutto la pratica sportiva continuativa, che sale dal 17,8% al 28,7%, mentre quella saltuaria rimane stabile all’8,7%. Nel contesto di questo generale miglioramento, desta attenzione il tasso di “drop out” sportivo: il fenomeno dell’abbandono è particolarmente rilevante nei maschi tra i 12 e i 24 anni, mentre le femmine registrano tassi di abbandono più alti rispetto ai maschi (21,6% contro 15,1%), con un’età media di abbandono leggermente più precoce (14 anni per le femmine, contro i 15 anni per i maschi). In aumento l’interesse per forme di sport “destrutturato”, cioè praticato in spazi aperti o non convenzionali (casa, cortili, play ground, ecc.).
Il ruolo di tecnologia, social media e gaming nella riduzione del movimento quotidiano
I dati che l’OMS ha pubblicato nel 2024-25 sull’utilizzo delle tecnologie digitali da parte dei giovani (maschi e femmine), la dicono lunga. I giovani europei passano in media più di 6 ore al giorno davanti a uno schermo (telefono, PC, TV) nei giorni scolastici e più di 8 ore nel weekend. Questi numeri sottolineano come, l’attività fisica e sportiva abbia registrato una sottrazione di tempo e di interesse da parte dei giovani. Questo fenomeno, noto come “time displacement effect” (effetto di sostituzione temporale), giustifica solo in parte i numeri dell’abbandono. L’impiego dei “device elettronici” fino a tarda notte, ritarda il tempo di addormentamento, riduce le ore e la qualità del sonno e provoca una sensazione continua di stanchezza diurna che va a favore della sedentarietà.
La sedentarietà è il nuovo “stile di vita”
Una persona è definita “sedentaria” quando trascorre più di 8 ore al giorno seduta e non raggiunge i 150 minuti settimanali di attività fisica moderata raccomandati. Negli ultimi decenni, la sedentarietà si sta trasformando in un vero e proprio stile di vita per tanti giovani e per molti adulti. Questo perché sono sempre meno le persone che svolgono lavori manuali o che richiedono impegno fisico, si studia più a lungo e le iniziative di intrattenimento e socialità si svolgono quasi tutte da seduti o davanti a uno schermo. Inoltre, è sempre più risicato il tempo libero da dedicare al movimento e all’attività sportiva e per essere più efficienti, siamo spinti spesso a utilizzare la macchina o i mezzi pubblici per gli spostamenti, anche quelli brevi.
L’attività sportiva: competizione o divertimento?
Negli anni ’80 e ’90, lo sport giovanile era percepito soprattutto come divertimento, opportunità di socializzazione e di libertà. Con i primi anni 2000, gli standard dell’attività fisica e sportiva si sono alzati e si è affermato un modello sportivo più professionalizzato e orientato al risultato, anche fra coloro che non intendono confrontarsi in gare ufficiali, soprattutto nei settori giovanili. Lo vediamo nei campi da calcio di provincia e nelle palestre dove si pratica il basket e il volley, un tempo contesti di sfogo fisico felice nel quale la dimensione ludica aveva la sua importanza e nei quali oggi purtroppo l’obiettivo non è solo quello di vincere, ma quello di vincere a qualsiasi costo, anche ai danni di un avversario più bravo e anche contro il fair play.
L’abbandono: mancano il tempo e la motivazione
Quello del tempo è un problema reale e non a caso, sono molti i giovani che dichiarano di avere abbandonato lo sport perché non hanno abbastanza tempo. Emerge infatti che una parte significativa del tempo nell’arco della giornata è dedicata all’inattività passiva (serie TV, social, gaming, ecc.). Manca inoltre la motivazione e di conseguenza, il problema, non è solo la mancanza di tempo, ma la priorità assegnata all’attività fisica e sportiva rispetto ad altre attività percepite come più urgenti o gratificanti.
