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Motori

Quarantadue anni fa, Senna versus Prost per la prima volta

Da Samuele Virtuani 03/06/2026

Il 3 giugno 1984 andava in scena il prologo di una delle più grandi rivalità che la Storia del motorsport abbia mai visto: il duello infinito tra Ayrton Senna e Alain Prost.

C’è un momento che accomuna tutti i piloti di Formula Uno. Un momento in cui i motori si spengono e le monoposto vengono attorniate da una giostra di cavi, computer, ombrelli, pneumatici. I piloti, allora, slacciano le cinture di sicurezza e, in silenzio, sollevano le braccia verso l’alto sino ad appoggiare i gomiti sui lati dell’abitacolo. Sembrano quasi Jury Chechi, tutti tesi ad afferrare anelli invisibili.

I piloti si alzano, cercando la verticale. Si issano a forza dalle loro schegge di ferro per il solo tempo necessario ad uscire di lì con agilità e circospezione, quasi furtivamente, come VIP che per sfuggire ai paparazzi entrano dalla porta di servizio di un locale. Si sfilano lentamente i guanti, uno dopo l’altro, e quindi tocca al casco, che affidano sempre a mani sicure. Sono tutti gesti misurati e ripetuti, lenti e consumati. Compongono una nervosa cerimonia che introduce sempre al paradigma, alla grammatica della corsa. Raccontano intere esistenze che tra un nulla, tra un niente scorreranno via da questa linea d’asfalto alla massima velocità consentita dalla forza economica e d’intelletto della propria scuderia.

Sono fragili istanti quelli che precedono un GP. Il traguardo prima del via è un magico perimetro per pochi privilegiati. Il tempo diventa geometria personale di scaramanzie e scongiuri. Rompere l’abbraccio soffocante dell’abitacolo della monoposto è un rimbalzo istintivo. Per qualcuno è desiderio fugace di scappare dal proprio destino. Per altri un elevarsi a più alte sfere, facendo un po’ come Icaro ma senza bruciare le ali della propria monoposto e del proprio talento col calore del sole. Riassaporare la verticalità è un gesto comune tra piloti. Dà forza, furore.

Si rimane lì seduti ad attendere il corso degli avvenimenti. A guardare in faccia il futuro riflesso nella visiera del casco. I piloti in quei frangenti sono solo fermi all’apparenza. Dentro di loro, il motore del cuore e delle emozioni è già alla prima staccata, alla prima curva, al primo sorpasso ai danni del rivale di sempre. La linea d’asfalto della partenza è già lontana. Un vortice, una miscela esplosiva di pensieri, curve immaginarie e varianti. La concentrazione come compagna di viaggio. Un modo di avvicinarsi alle cose, al presente e al significato del tutto.

Questi sono momenti anche di dubbi nella folle esistenza di un pilota: una vita di corsa e, soprattutto, di corse potrà ancora bastare? Il limite che sfida da anni, in alcuni casi decenni, può ancora reggere? Per che cosa si corre? Per il brivido infinito della spinta dopo una folle accelerazione? Velocità per velocità, si dice in questi casi. I piloti sono forse futuristi d’inizio XX secolo? Macchine a pedali, kart e monoposto: ecco, la linea evolutiva del pilota destinato alla grandezza della Formula Uno. La velocità trasforma, è la chiave di porte altrimenti sbarrate, consegna codici e linguaggi, gioia e determinazione. È la via di fuga dai problemi, il sostegno nei momenti di dubbio. La velocità sussurra l’essenza del tempo. Un’essenza che il pilota può cogliere solo dai contorni sfumati del mondo che gli viene incontro lateralmente. Dalla feritoia del casco la sorte è come se venisse interrogata. Poi, il casco viene sfilato insieme alla balaclava. Viene spesso appoggiato sul cockpit come fosse un elmo antico, un cimelio di guerra. E il vuoto innaturale che si viene a creare dove solitamente spuntano gli occhi del pilota pare a sua volta porre domande, scavare nel profondo della psiche di quegli uomini veloci. Un casco racconta storie, qualità, talenti più o meno palesi. I colori sono quelli che infiammano il pubblico. Le linee aerografate custodiscono segreti e pensieri, un universo personale. E i piloti quella galassia in miniatura la fissano e si calano nella profondità di quella fessura, come se ci fosse un oracolo all’interno, una pizia delfica. E chissà se arriveranno mai risposte. Il casco è come una propaggine del pilota, estensione dell’anima e della mente oltre che protezione. Specchio dell’intimità. Imparare a conoscerlo alla perfezione significa conoscere anche se stessi, la propria forza e le proprie debolezze.

Il casco è l’essenza della dualità dell’essere umano. Non c’è grande differenza tra un pilota e un eroe di un poema omerico. Prendiamo Ettore, ad esempio, che nell’istante prima della battaglia si presenta alla moglie, Andromaca, e al figlioletto, Astianatte. Si leva l’elmo, lo appoggia a terra e prende tra le braccia il piccolo. È il momento del dilemma insolubile. Da un lato, la vita degli affetti, della famiglia. Dall’altro, i simboli di un’esistenza nemica dell’amore ma attraverso la quale il pilota-guerriero è predestinato, vale a dire l’elmo o il casco. E chi sta nel mezzo dei due fuochi, sa che scegliere la seconda via è l’unico modo per conoscersi realmente.

I piloti sono immersi in un universo in febbrile movimento ma sono soli. I piloti sono separati dai loro rivali da pochi metri d’asfalto ma dal loro abitacolo quella striscia di pista è lunga chilometri, gli stessi che compongono l’orizzonte che balena davanti al musetto della loro monoposto. I piloti, allora, proprio come Ettore, alzano il capo, chiudono gli occhi, guardano l’infinito così leopardiano. Scelgono di naufragare nel loro mare di agrodolce frenesia. Scelgono di infilare nuovamente il casco. Scelgono di rispondere al richiamo primordiale di un motore.      

Alain Marie Pascal Prost e Ayrton Senna da Silva erano così diversi che alla fine si assomigliavano perché avevano in mente un solo obiettivo: vincere. Si detestavano genuinamente. Così tanto che finirono col sentire un senso di vuoto quando il francese tagliò il traguardo del suo ultimo GP. Sarà perché quando duellavano in pista erano più giovani e quando s’invecchia il cuore diventa tenero come gomme invernali sull’asfalto caldo, sarà perché la loro rivalità era come la benzina nei serbatoi delle loro monoposto, sarà perché erano entrambi istrioni, ma l’ultima frase pubblica che si sono scambiati, alla vigilia del maledetto fine settimana di Imola, è stata quel famoso “I miss you Alain” che Ayrton recapitò prima della partenza al rivale, nel frattempo diventato commentatore televisivo. “Mi manchi Alain”. La personalissima versione targata Senna di “Wish You Were Here”, insomma. “We’re just two lost souls swimming in a fishbowl, year after year / Runnin’ over the same old ground, what have we found? / The same old fears, wish you were here”. Difficile trovare una canzone migliore per descrivere le traiettorie di vita di un francese e di un brasiliano, che si mancavano a vicenda perché si nutrivano di quella rivalità, delle paure che l’uno instillava nell’altro, inseguendosi per un tempo che è sembrato prima infinito, quasi logorante, e poi troppo breve.

Dal piatto dei dualismi il mondo dello sport ci ha attinto a piene mani da sempre. 30 ottobre 1974, Stade Tata Raphaël di Kinshasa, Zaire, il “Rumble in the Jungle”, due sfumature di America a confronto. George Foreman, quella bandierina a stelle e strisce sventolata troppo allegramente pochi giorni dopo il pugno chiuso delle pantere nere Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi messicane del 1968. Muhammad Ali, il volto delle rivolte contro la segregazione razziale, l’uomo che cambia nome, credo religioso e che non si arruola per il Vietnam. “Some folks are born made to wave the flag / Hoo, they’re red, white and blue / It ain’t me, it ain’t me / I ain’t no senator’s son, son” cantavano i Creedence Clearwater Revival. Ecco l’essenza di quei colpi sul ring.

Dieci anni dopo quel match a Kinshasa, e sedici dopo il Messico, nel 1984: due ragazzi, uno nero e uno bianco, ciascuno il riflesso agonistico dell’altro, riaccendono la loro rivalità nel momento ideale, anche culturalmente. Una sfida che si rivela benefica per il basket, per l’Nba, per gli anni Ottanta e in generale per il mondo. La rivalità tra Earvin “Magic” Johnson e Larry Joe Bird esplode con tempismo ideale, intrecciata ancora alla lunga, brutta e triste storia della discriminazione razziale in America. Due uomini che nel bel mezzo dello “Showtime” sembrano personaggi usciti dalle pagine della sceneggiatura di un film. Bird e Johnson «inestricabilmente legati», letteralmente incatenati, se vogliamo, dal loro karma, che sarebbe diventato il karma del basket e, per un lungo periodo, anche dell’America. «Siamo legati per sempre» ha dichiarato Johnson nel 2002 durante il suo discorso alla cerimonia di ammissione alla Hall of Fame. 

Saltando avanti di ventiquattro anni, in una notte di primavera del 2008, due ragazzi, uno argentino e uno portoghese, sono in campo per una semifinale di Champions League, Barcellona contro Manchester United. La prima volta di Lionel Messi vis-à-vis con Cristiano Ronaldo. Un dualismo pluridecennale, senza chissà quali sottotrame politiche o culturali. Un duello fatto solo di classe sopraffina e dedizione nei confronti di quel talento che qualcuno da lassù aveva dispensato ad entrambi.

La sfida tra campioni simili tra loro spinge ambo le parti a superare i limiti, a estrarre il meglio dal cilindro. Probabilmente era più Senna ad aver bisogno della rivalità di Prost che viceversa. Così almeno ha sempre raccontato il “Professore” che, però, con quel suo volto da cattivo dei cartoni animati non è mai stato un simbolo di schiettezza, al contrario del pilota brasiliano, i cui occhi dicevano sempre la pura e, alle volte, cruda verità. Occhi come quelli dei felini. Diversi in condizioni di luce o di oscurità. Occhi che davano l’impressione di essere ferocemente fanciulleschi. Alain e Ayrton non erano mai soli in pista. Rappresentavano due Paesi, oltre a due modi di concepire le corse, se non addirittura la vita. Sono stati i due volti del Giano bifronte della Formula 1, ruota a ruota, letteralmente, dalla prima metà degli anni Ottanta fino al 1993, quando Alain decise di ritirarsi dopo il suo quarto titolo mondiale, lasciando all’avversario il sedile della Williams-Renault con cui aveva raggiunto alloro e apoteosi.

Quanto fossero diversi lo si era capito fin dal loro primo incontro ravvicinato del terzo tipo sotto il diluvio di Monaco, il 3 giugno 1984. Il primo dei trentanove podi che i due alieni su ruote, Senna e Prost, avrebbero condiviso in carriera. Prost su McLaren TAG Porsche, monoposto dominante, scattava in pole; Senna con la piccola Toleman-Hart era soltanto tredicesimo: in qualifica aveva preso 2 secondi e 348 millesimi di distacco. Era alla quinta gara in F1 della sua vita, al primo gran premio su una pista dove sarebbe poi diventato re. Non male soprattutto se la sfida è in un principato. Un duello impari. Quasi come un ciclista contro uno sprinter. Ma la pioggia rende tutto più simile, oppure più confuso. Dipende da come osserviamo il mondo fuori dalla finestra. La pioggia ammorbidisce gli spigoli, attenua le differenze. Tra quella McLaren e quella Toleman non potevano esserci paragoni, ma sotto l’acqua il pilota può azzerare i distacchi, rendere i numeri relativi. La pioggia nella cultura occidentale, nel percepito di questa parte del mondo, ha sempre avuto un ruolo di palingenesi. Il Diluvio Universale nella Bibbia, la vicenda di Deucalione e Pirra tramandataci dalla mitologia classica. La pioggia fa e disfa. Sommerge tutto e tutti. Riconsegna, una volta che è cessata, nuovi confini, nuove terre emerse. Fa sopravvivere alcuni, altri vengono trascinati dalle correnti lontano.

Quel 3 giugno 1984, la pioggia avrebbe mostrato al mondo, come in un’epifania, il volto di quel ragazzo brasiliano di 24 anni appena compiuti. Quel 3 giugno 1984 Prost avrebbe capito quanto era diverso da Senna sul bagnato così come nel modo di intendere le corse e, di riflesso, la vita. 

Non era ancora la sfida tra l’imberbe sfrontato e l’anziano canuto, solo cinque anni di differenza non hanno mai rappresentato una vera guerra generazionale, perlomeno non una guerra così accentuata come quella che avrebbe appena avuto il tempo di scoppiare tra Senna e Schumacher da lì a qualche anno. A Monaco, piove così tanto che la gara prima viene rinviata di venti poi di quaranta minuti. Lauda chiede addirittura di bagnare anche l’asfalto sotto il tunnel per evitare che ci sia troppa differenza. Non sono condizioni normali.

Ci sono incidenti continuamente. Warwick e Tambay, piloti Renault, sbattono subito alla Santa Devota. Tambay finisce addirittura in ospedale. Il referto medico: frattura al perone. Alboreto, alla prima stagione in Ferrari, va in testacoda e si ritrova ultimo. Prost, partito in pole, colpisce un commissario che tenta di spingere la Brabham di Teo Fabi. Mansell che era in testa si gira al Beau Rivage. Winkelhock e Keke Rosberg si toccano, Lauda si gira alla curva del Casinò e rompe una sospensione. Prost guida la gara, ma dietro di lui Senna vola. Recupera fino a 10 secondi in un giro, poi si stabilizza sui 3-4 secondi a passaggio. “Quando mi sono trovato in seconda posizione non ho tirato per andare a prendere subito Prost perché sapevo che la corsa doveva durare due ore”, dirà poi.

Al trentunesimo passaggio Prost, passando sul rettilineo del traguardo, si sbraccia chiedendo l’interruzione della corsa. Un giro dopo il direttore di gara, il pilota belga anni Settanta Jacky Ickx, interrompe il gran premio sventolando la bandiera rossa. Sul traguardo compaiono anche la bandiera nera e quella a scacchi. La confusione è totale. Il Principato si trasforma in una corrida di colori e reazioni ostinate e contrarie. Prost si ferma immediatamente. Senna lo passa e va a concludere il giro a braccia alzate: “Ho vinto io, ho vinto io!” Dai panfili, dalle tribune, dai balconi delle eleganti case monegasche affacciate sul circuito, tutti pensano che la gara sia destinata a ripartire. Invece, lo show finisce qui con la classifica al 31° giro e metà punteggi attribuiti. Prost, passando dal via come in una partita a Monopoli, incassa vittoria e 4,5 punti che poi gli costeranno il titolo nei confronti di Lauda: con i 6 di un secondo posto a gara completa il mondiale sarebbe stato suo. Senna e Stefan Bellof, pilota della Tyrrell, salgono per la prima volta in carriera sul podio. Ad attenderli il principe Ranieri.

Ayrton non ha la faccia di chi ha voglia di festeggiare un secondo posto. Il pubblico imparerà a conoscere quell’espressione malinconica, contratta. Scendendo dal podio, Prost gli dà una pacca sulla spalla, sorride da sotto quel suo naso allungato, quasi voglia dirgli che le occasioni non mancheranno per vincere. Alain non può certo sapere di aver appena battezzato insieme alla pioggia del Principato la carriera da vincente di Ayrton Senna. Gli occhi si incrociano per un istante: quelli algidi, calcolatori del “Professore”, che pensa di avere ancora avanti a sé tanti anni dietro una cattedra a sdottorare in materia di corse, e quelli di Ayrton o “Beco”, sempre pervasi da un lucido bagliore di pianto, tristezza, inondati ogni istante da un oceano di emozioni contrastanti, infantili, pure, distillate. I due si squadrano quel giorno nel retro-podio ma nessuno vede riflesso nelle pupille dell’altro il futuro che li attende negli anni a venire.

Per i quotidiani dell’epoca quel giovane brasiliano è ancora Ayrton Senna da Silva, con il cognome del padre aggiunto a quello della madre. Per Alain Prost non è ancora un concorrente. Per Alain il nemico da battere è Niki Lauda, il suo compagno di squadra. Quella sì è una sfida generazionale. Senna è solo un debuttante che ha dimostrato di saperci fare in pista e a parole. Ma Prost ha altro a cui pensare. Non sa che quel brasiliano diventerà il riflesso minaccioso sempre presente negli specchietti retrovisori o sulla visiera del casco. Prima di accorgersene farà in tempo a vincere due campionati del mondo raccogliendo il testimone di Lauda in McLaren. Senna vince le sue prime gare con la Lotus, sfoggiando l’iconico casco giallo canarino, ma non è ancora un pretendente per il titolo. Prost ha altri duelli da gestire, così, quando alla fine del 1987, Ron Dennis annuncia che il suo nuovo compagno di squadra sarebbe stato Ayrton Senna non oppone nessuna resistenza. Ha già due titoli in tasca, conosce ogni piega della McLaren, perché dovrebbe preoccuparsi di quel Senna, velocissimo certo, ma col pedigree che riporta solo sei vittorie in carriera?

Tags: Senna; Prost; F1; Monaco

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Nota sull’autore: Samuele Virtuani

Nato a Milano il 4 maggio 2001, è accanito calciofilo e appassionato di F1 fin dai tempi delle scuole medie. Laureato in Storia contemporanea all'Università degli studi Milano con una tesi intitolata: "Ai tempi dei dinosauri e dei pionieri. Tifo, politica e impegno sociale attraverso le fanzine dei Rangers 1976 Empoli Vecchia Guardia", da novembre 2020 è speaker presso Radio Statale, per la quale ha ideato e condotto per due stagioni "BigBang Effect". Da ottobre 2022 ha virato verso la narrazione sportiva con "Glory Frame", show radiofonico in onda tutti i mercoledì dalle 14:00 alle 15:00 sulle frequenze di Radio Statale e in podcast su Spotify.

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