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Sport di contatto

Dall’ombra alla gloria: il “Galletto” ritrovato e la rivoluzione globale del rugby rosa

Da Benedetta Borsani 12/04/2026

Per il presidente della Federazione Francese Rugby "un riconoscimento che ristabilisce un equilibrio naturale"

dalla nostra inviata a Grenoble

 

Il rugby giocato dalle donne non è più una promessa per il futuro, è una realtà travolgente che sta riscrivendo le gerarchie di questo sport a livello mondiale. Piaccia o non piaccia. Dopo il successo della Coppa del Mondo 2025 in Inghilterra, anticipato da quello in Nuova Zelanda, che ha infranto record di spettatori e visibilità, il movimento si trova oggi in una fase di profonda riflessione e celebrazione delle proprie radici. Non si tratta solo di guardare avanti, ma di rendere giustizia a chi, decenni fa, ha placcato i pregiudizi prima ancora delle avversarie. Anche in Francia, dove il rugby è una religione quasi quanto la baguette sotto braccio.

E così in occasione della prima giornata del Sei Nazioni Femminile 2026 (giocata a Grenoble, culla del movimento femminile francese in cerca di un riscatto dopo il deludente quarto posto ai mondiali e un digiuno del primo posto nel torneo dal 2018, tanto che il neo allenatore Francois Ratier ha dichiarato di puntare alla vittoria del Sei Nazioni) la Federazione Francese ha voluto celebrare le “pioniere” della nazionale francese del 1982, riparando un’ingiustizia sportiva. Perché quelle atlete allora giocarono sí una partita internazionale, ma con l’onta di una maglia bianca priva del galletto che non è  un semplice simbolo nazionale, per i Francesi è la Francia. E così le ragazze di allora sono tornate in campo accanto alle atlete di oggi, in occasione della sfida del Women’s Six Nations con l’Italia, davanti ad un pubblico in visibilio nonché alle maggiori cariche istituzionali, da Laurence Ruffini sindaco di Grenoble, Marina Ferrari Ministro dello Sport, della Gioventù e della Vita Associativa e a Camille Galliard-Minier, Ministro delegata per l’Autonomia e le Persone con disabilità.

Il momento più alto di questa cerimonia è stata la consegna nel Salone dello Stadio davanti a tutta la stampa francese di una maglia che, per la prima volta, riporta il  galletto cucito sul petto, nonché il tesserino ufficiale da internazionali, un riconoscimento che sancisce definitivamente il loro posto nella storia del rugby francese e mondiale.

Perchè? Perché nel 1982, quando queste donne sfidarono i Paesi Bassi nel primo match internazionale ufficiale, quel simbolo venne loro negato per una ragione tanto semplice allora quanto incomprensibile nei tempi che viviamo oggi: il rugby era considerato un dominio esclusivamente maschile. Anche per gli arbitri. Ma quelle ragazze scelsero di seguire la loro passione infischiandosene, di tutto e di tutti. E vinsero, aprendo la strada alle ragazze che oggi giocano il rugby con altrettanta passione.

“Abbiamo visto questa maglia per tutta la vita e ora è nostra” ha dichiarato con orgoglio Véronique Champeil, una delle protagoniste di quella storica squadra. Ma non solo. Al termine del suo intervento il Ministro Marina Ferrari ha annunciato che nei prossimi mesi ospiterà le giocatrici per conferire loro la Medaglia d’Oro per la Gioventù, lo Sport e l’Impegno Civico, in riconoscimento del loro ruolo pionieristico e del contributo determinante allo sviluppo del rugby giocato dalle donne in Francia. Questo spirito di riconciliazione con il passato,  attraversa i confini. Basti pensare alla figura di Deborah Griffin, che nel 1991 fu tra le “rivoluzionarie” organizzatrici del primo mondiale femminile (nonostante l’ostruzionismo delle federazioni dell’epoca) e che oggi siede ai vertici del potere rugbistico inglese con il ruolo di Presidente, a dimostrazione di come le istituzioni abbiano finalmente compreso l’errore di un’esclusione durata troppo a lungo.

Anche l’Italia ha il suo “momento zero” da onorare. Era il 1985 a Riccione quando le Azzurre fecero il loro debutto internazionale proprio con la Francia. Quel match segnò l’inizio di un percorso che oggi vede l’Italia stabilmente tra le grandi potenze del Sei Nazioni, un cammino costruito sulla costanza, il sacrificio e la passione di donne che giocavano a rugby in un’epoca di totale indifferenza, e anche perplessità, non solo istituzionale. Il messaggio che emerge dalle celebrazioni di Grenoble e dalla crescita esponenziale post-2025 è chiaro: il rugby giocato dalle donne è lo stesso sport degli uomini, non è una versione “ridotta” o “addolcita”, ma un gioco che segue le stesse regole, stessa palla e stesso campo di gioco; richiede lo stesso  sacrificio e merita lo stesso rispetto.

Come sottolineato da Florian Grill, presidente della Federazione Francese di Rugby (FFR), la crescita del movimento — che oggi conta oltre 55.000 giocatrici solo in Francia (un numero che fa da eco alle parole del CT azzurro Fabio Roselli quando ricorda come le sue atlete partano sfavorite quanto meno sulla carta) — è possibile solo grazie a chi ha aperto la strada quando non c’erano riflettori, ma solo passione.”La celebrazione di oggi – ha detto – è la dimostrazione dell’ impegno che la federazione francese di rugby mette non solo a parole, ma soprattutto nei fatti nel trattare le nostre ragazze così come trattiamo i nostri ragazzi. Non solo nella comunicazione”.

Oggi, con quel galletto finalmente cucito sulle maglie delle pioniere, il rugby francese chiude un cerchio doloroso (lo speriamo veramente ) e si lancia verso un futuro dove il genere non è più un limite, ma un valore aggiunto capace di dare un’impronta personale al gioco.

Le Pioniere Francesi del 1982

​Judith Benassayag, ​Odette Desprats, ​Pascale Mermet, ​Nicole Fraysse, Monique Fraysse, ​Isabelle Decamp, ​Viviane Berodier, ​Sylvie Duclos-Caravaca, ​Andrée Forestier, ​Marie-Laure Biezeray, ​Marie-Claude Guy , ​Sylvie Barrière-Rival, ​Régine Pacaud, ​Marie-Paule Gracieux-Jalvy

Tags: #SeiNazioni2026, rugby

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Nota sull’autore: Benedetta Borsani

Sempre in cerca di nuove avventure nasco come giornalista – professionista dal 2015 – e nel tempo mi specializzo anche come fotografa, reporter, videomaker con una passione per gli sport, specie quelli cosiddetti minori. Curiosissima, mi piace autodefinirmi una “news hunter” affamata di storie da raccontare.

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