dalla nostra inviata a Grenoble
Il rugby giocato dalle donne non è più una promessa per il futuro, è una realtà travolgente che sta riscrivendo le gerarchie di questo sport a livello mondiale. Piaccia o non piaccia. Dopo il successo della Coppa del Mondo 2025 in Inghilterra, anticipato da quello in Nuova Zelanda, che ha infranto record di spettatori e visibilità, il movimento si trova oggi in una fase di profonda riflessione e celebrazione delle proprie radici. Non si tratta solo di guardare avanti, ma di rendere giustizia a chi, decenni fa, ha placcato i pregiudizi prima ancora delle avversarie. Anche in Francia, dove il rugby è una religione quasi quanto la baguette sotto braccio.
Il momento più alto di questa cerimonia è stata la consegna nel Salone dello Stadio davanti a tutta la stampa francese di una maglia che, per la prima volta, riporta il galletto cucito sul petto, nonché il tesserino ufficiale da internazionali, un riconoscimento che sancisce definitivamente il loro posto nella storia del rugby francese e mondiale.
Perchè? Perché nel 1982, quando queste donne sfidarono i Paesi Bassi nel primo match internazionale ufficiale, quel simbolo venne loro negato per una ragione tanto semplice allora quanto incomprensibile nei tempi che viviamo oggi: il rugby era considerato un dominio esclusivamente maschile. Anche per gli arbitri. Ma quelle ragazze scelsero di seguire la loro passione infischiandosene, di tutto e di tutti. E vinsero, aprendo la strada alle ragazze che oggi giocano il rugby con altrettanta passione.
Anche l’Italia ha il suo “momento zero” da onorare. Era il 1985 a Riccione quando le Azzurre fecero il loro debutto internazionale proprio con la Francia. Quel match segnò l’inizio di un percorso che oggi vede l’Italia stabilmente tra le grandi potenze del Sei Nazioni, un cammino costruito sulla costanza, il sacrificio e la passione di donne che giocavano a rugby in un’epoca di totale indifferenza, e anche perplessità, non solo istituzionale. Il messaggio che emerge dalle celebrazioni di Grenoble e dalla crescita esponenziale post-2025 è chiaro: il rugby giocato dalle donne è lo stesso sport degli uomini, non è una versione “ridotta” o “addolcita”, ma un gioco che segue le stesse regole, stessa palla e stesso campo di gioco; richiede lo stesso sacrificio e merita lo stesso rispetto.
Come sottolineato da Florian Grill, presidente della Federazione Francese di Rugby (FFR), la crescita del movimento — che oggi conta oltre 55.000 giocatrici solo in Francia (un numero che fa da eco alle parole del CT azzurro Fabio Roselli quando ricorda come le sue atlete partano sfavorite quanto meno sulla carta) — è possibile solo grazie a chi ha aperto la strada quando non c’erano riflettori, ma solo passione.”La celebrazione di oggi – ha detto – è la dimostrazione dell’ impegno che la federazione francese di rugby mette non solo a parole, ma soprattutto nei fatti nel trattare le nostre ragazze così come trattiamo i nostri ragazzi. Non solo nella comunicazione”.
Oggi, con quel galletto finalmente cucito sulle maglie delle pioniere, il rugby francese chiude un cerchio doloroso (lo speriamo veramente ) e si lancia verso un futuro dove il genere non è più un limite, ma un valore aggiunto capace di dare un’impronta personale al gioco.
Le Pioniere Francesi del 1982

