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Pallacanestro

Basket, brava Italia, ma il Mondiale non risolverà i problemi

Da Luca Chiabotti 21/09/2018

La doppia vittoria contro Polonia e Ungheria avvicina l’Italia alla qualificazione a Cina 2019. Un risultato importante ma che resterebbe fine a se stesso se non cambia il modo di gestire la Nazionale in un momento critico. Positivo l’esordio di Brooks e il ritorno in azzurro di Datome e Melli

Ero molto preoccupato per la Nazionale alla vigilia delle gare di qualificazione mondiale con Polonia e Ungheria, sono molto contento adesso che le abbiamo vinte. Ma il doppio successo che ci avvicina a Cina 2019 non ha cambiato davvero il futuro azzurro. Ovvio, partecipare al Mondiale, che qualifica le prime 7 squadre all’Olimpiade di Tokyo 2020 e altre 16 ai tornei pre-olimpici, è fondamentale. Però quello che non viene compreso, a partire dai vertici federali, è che basare la propria politica su un partita vinta o persa, per quanto importante sia, ha provocato danni ormai irreparabili negli ultimi anni. L’Italia sta vivendo la striscia di mancati successi più lunga dal 1971: 14 anni di secca da Atene 2004 a oggi (non parlo solo di medaglie non vinte, ma anche dei punti più bassi toccati dal nostro basket).
    I successi contro la Polonia e Ungheria ci fanno respirare ma non sono arrivati perché c’è stata una svolta rispetto al passato dopo un’estate turbolenta, facendo finalmente chiarezza sui rapporti giocatori-Nazionale (ad esempio, cosa succede a chi decide di saltare le qualificazioni ma vuole giocare al Mondiale, per quanto forte e famoso possa essere come Gallinari e Belinelli?), sul c.t. Sacchetti (che vuole rifondare una Nazionale-squadra e portare al Mondiale chi lo ha conquistato sul campo, mentre il presidente Petrucci fa di tutto, anche se stavolta non c’è riuscito, per avere a qualsiasi prezzo i più famosi nonostante i problemi degli ultimi anni) o sulla gestione dei giocatori coi club durante le finestre invernali (ora che la Nazionale ha “regalato” Brooks italiano a Milano, cosa farà Milano per la Nazionale a novembre e febbraio?). Si potrebbe continuare per ore. Il problema è che all’interno del club Italia non c’è una linea univoca di comportamento. Chi segue Sportsenators sa come la penso: finché la Nazionale non avrà un Grande Capo che la comanda, alla Jerry Colangelo degli Stati Uniti, sarà molto più esposta ai fallimenti perché né il presidente federale né il c.t., per obbiettivi differenti, possono risolvere tutti i problemi che ho elencato sopra ben prima che la squadra scenda in campo. Così mancano le fondamenta della vittoria.
    E sono preoccupato per un’altra cosa: non mi sembra che ci sia la consapevolezza dell’emergenza in cui si trova la Nazionale. I problemi li sapete già tutti: pochi giocatori di livello e con esperienza internazionale, pochi prospetti all’orizzonte, poco spazio in campionato per i giovani, l’aver bruciato la generazione Nba che sta arrivando al capolinea senza aver vinto niente, eccetera, eccetera. Il che mi riporta a Stoccolma, quando nel 2003, dopo aver conquistato il bronzo europeo, uno dei risultati meno attesi e sorprendenti della nostra storia, Carlo Recalcati piombò tra giornalisti e azzurri festanti per dire come quella medaglia non avesse cambiato di una virgola i grandi problemi all’orizzonte del basket italiano. L’anno successivo, Recalcati ebbe la colpa di conquistare un argento straordinario all’Olimpiade e venne preso ancor più per matto. Ma bisognerebbe rileggere le sue parole alla luce dell’astinenza di risultati che dura dal quel 2004. Recalcati, appena diventato c.t. nel 2001, aveva fatto appello a tutti i giocatori, anche i più anziani, per dimostrare come l’emergenza avesse una sola risposta, un maggiore attaccamento alla Nazionale. Rivestirono la maglia azzurra, per l’ultima volta, anche Riccardo Pittis, dopo 5 anni, e Carlton Myers, ma solo per le qualificazioni, sapendo già di non voler giocare l’Europeo. Se ci pensate è l’esatto contrario di quello che succede oggi, dove i big danno la disponibilità per il Mondiale lasciando ad altri il compito di qualificarsi. Ok, altri tempi, altre regole, altre formule. Ma ci sono momenti storici nei quali è necessario dire sì senza contropartite e questo è uno di quelli. Altrimenti non ci resterà nulla in mano anche se dovessimo qualificarci, come speriamo tutti, al Mondiale.
    Ho scritto le solite lagne, vero? Ok, andiamo sulle partite vinte. Ecco una serie di pensierini, come li chiamavamo ai miei tempi alle elementari, sulla doppia sfida con Polonia e Ungheria.
La cosa migliore dell’Italia, oltre alla percentuale da tre contro la Polonia (64%, pazzesco l’8/11 di Della Valle) è che nell’arco di due partite quasi tutti hanno mostrato di poter dare un contributo fondamentale anche se solo tre azzurri, sugli 80’, sono stati sempre presenti: Datome, Brooks e Melli. La cosa peggiore è stata la difesa, a tratti inqualificabile (primo tempo con la Polonia). Chi pensa che chi tira tanto e bene possa non essere efficace nella propria metà campo, ha dormito negli ultimi anni di evoluzione del basket mondiale (Golden State, Houston…). Meo Sacchetti deve dare strumenti migliori su alcune situazioni, oltre a pretendere che i suoi giocatori si sporchino di più le mani.
    L’Italia è una squadra fragile e non potrebbe essere altrimenti dopo anni di botte prese. Ma ha giocatori di carattere come Brian Sacchetti e Filloy, che hanno segnato le due triple psicologicamente più importanti dell’ultima “finestra”, con l’Italia sotto e sbandata. Biligha è il solo che trae energia dalla difesa per l’attacco. Sono tra i candidati al taglio quando e se rientreranno i big…
    Senza Gigi Datome e Nicolò Melli probabilmente avremmo perso almeno una delle due partite. Oltre al talento hanno una cosa che nessun altro possiede al loro livello: sono consistenti. Come, invece, non sono state le stelle di questa Italia, Amedeo Della Valle e Pietro Aradori, fantastici contro la Polonia, invisibili con l’Ungheria. Non è la prima volta. L’Italia è più forte con Gigi e Nicolò non perché sono bravi, è ovvio, ma in quanto funzionali ai compagni e non viceversa.
    L’esordio di Jeff Brooks è stato positivo come lo fu quello di Chris Burns. Onestamente, non c’erano grandi dubbi. Il problema qual è? Che i nostri due naturalizzati giocano nell’unico ruolo ricco e affollato dell’Italia, a partire da Gallinari. L’alto potenziale di Brooks viene così annacquato dal buon giocatore del quale prende il posto. In compenso, non abbiamo pivot, e qui ci si può arrangiare, appunto, con l’abbondanza di ali, e neppure dei playmaker risolvitori in attacco. E’ li che avremmo davvero bisogno del doping tecnico di un naturalizzato. Se fate mente locale, chi ha messo davvero il turbo ai risultati di una nazionale europea sono stati  Holden (Russia), McCalebb (Macedonia), Jeter (Ucraina), grandi realizzatori e solvitori in proprio di situazioni offensive complicate pur essendo a malapena 1.80.
    Degli assenti e delle loro vicende è già stato detto troppo. Per me, tutti hanno il diritto di dire no alla convocazione in Nazionale, ma nessuno in azzurro ha maturato trionfi che gli assicurino comunque il posto in squadra, per quanto forte sia. Deve decidere solo Sacchetti.
    Speriamo di andare al Mondiale, con tutto il cuore. Ma per riuscirci, e giocarci la nostra possibilità di tornare all’Olimpiade, bisogna pensare anche al dopo, a costruire una Nazionale facendo da subito chiarezza sul come vogliamo raggiungere i nostri obbiettivi, per prevedere e risolvere in anticipo i problemi enormi che ci troveremo di fronte. Altrimenti, per fare il salto di qualità, dovremo  affidarci alle botte di fortuna. Negli ultimi anni, da questo punto di vista, non ci è andata benissimo…
Luca Chiabotti
Tags: Basket, nazionale

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Nota sull’autore: Luca Chiabotti

(La Firma) Inviato a 6 Olimpiadi, 7 mondiali e 15 europei basket, oltre 200 partite dello sport che è il suo grande amore ed ha caratterizzato la sua carriera, 35 final four, finali italiano del 1978. Esperto anche di sport americani, dal football al baseball.

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