dal nostro inviato a Maiorca
Come sarebbe bello che quegli arzilli signori fossero ancora lì, a rincorrere la palla davanti al pubblico del Philippe Chatrier del Roland Garros, con qualche primavera in meno sul groppone. Invece la gente adorante, ancora presente al gran completo, è quella più familiare di Manacor e lo Slam in gioco è il Rafa Nadal Academy Slam, il torneo organizzato dal 14 volte campione di Parigi per celebrare i 10 anni dalla fondazione della sua Accademia. Ai più ortodossi potrà sembrare blasfemo chiamarlo Slam – e hanno perfettamente ragione! – ma i giocatori in campo possono vantare di averne vinti complessivamente ventinove, oltre a svariate medaglie olimpiche. Il livello tecnico non è più quello che avrebbero potuto sfoggiare fino a qualche anno fa, ma questi interpreti (Richard Gasquet, David Ferrer e Carlos Moya col padrone di casa per il Team Nadal, Marat Safin, Dominic Thiem, il nostro Fabio Fognini e l’altro capitano Andy Murray per il Team Murray) in assenza degli altri due Fab Four – Roger Federer e Novak Djokovic – possono benissimo rappresentare il primo ventennio del tennis di questo secolo. E che ventennio! Non è possibile restare indifferenti di fronte a cotanto ben di Dio, così non esitiamo un minuto di troppo e ottenuto l’agognato accredito stampa partiamo lancia in resta per Palma di Maiorca, destinazione Manacor.
CUORI NELLA TEMPESTA
L’arrivo sull’isola è rocambolesco, col volo ritardato di qualche ora a causa di un uomo già imbarcato e poi prelevato dalla polizia dall’aereo: le ore di sonno, già da programma striminzite, diventano minime. Al mattino, l’umore oscilla ballerino tra l’entusiasmo e la malinconia, un po’ come quando ci si accinge a rivedere la propria ex. Che momenti fantastici, ma sappiamo bene che non torneranno… L’Academy è appena fuori Manacor e circondata dal nulla dà subito l’impressione dell’opera faraonica: sembra il campus di un’università americana con dormitori e aule, oltre a 45 campi da tennis, 17 da padel, piscine e altro ancora. Un business con tutti i crismi: i ragazzini della scuola – la cui retta di aggira sui 56.000 € l’anno – sbucano da tutte le parti, rigorosamente vestiti allo stesso modo e dalle vetrate della sala conferenze pre-partita se ne vedono su tutti i campi. Poi arriva lui, il Mito, Mister 22 Slam, insieme agli altri sette campioni.
SUL TETTO DEL MONDO
La prima domanda è rivolta a tutti: “Cosa si prova a diventare numero uno del mondo?” La risposta di Marat Safin, il russo tutto genio e sregolatezza, non delude: “Per me è stato l’avverarsi di un sogno ma è successo in fretta ed è durato poco, forse è meglio se passo il microfono a Rafa che invece sa cosa significa mantenere il numero 1…”. Il clima è bello disteso, una vera e propria chiacchierata tra amici. Nadal racconta: “Per me è stato bellissimo perché sono stato numero due a lungo ed ho dovuto rincorrere Roger per anni. Una volta raggiunta la vetta però non ha più fatto differenza essere il primo o il secondo: per restare competitivo il mio target era la vittoria dei tornei che ritenevo significativi e lavoravo solo per quello”. Secca e sincera la risposta di Carlos Moya, che ammette di avere sempre saputo che la concorrenza era troppo forte per potere rimanere numero uno per un lungo periodo e di avere semplicemente pensato a migliorarsi. Andy Murray, diventato n.1 a ventisette anni suonati, ha sottolineato che è stato il coronamento di un lunghissimo lavoro, un percorso dove ha aggiunto un pezzo alla volta anno dopo anno.
NOI E RAFA
Molto brillante il siparietto legato alla domanda di quali sono i momenti che i sette colleghi di Nadal ricordano più volentieri del tempo passato con Rafa. La risposta che non ci si aspetta arriva da Moya, Ferrer e Murray all’unisono: “Quando lo battiamo alla Playstation!”. Il capitano del Team Murray lo ricorda bene quando, da bambino, si distingueva ai tornei in giro per l’Europa per agonismo e concentrazione, oltre a costituire la ragione per cui a 15 anni si trasferì in Spagna per crescere. “’Come ti alleni tu in Spagna?’ gli chiesi più di 25 anni fa. ‘Vado a scuola, mi alleno 3 ore al giorno e quando c’è gioco con Carlos Moya’ – all’epoca numero uno del mondo (nda). Io mi allenavo un’ora al giorno e mi resi conto che qualcosa non stava funzionando…”
SANTA LAVER CUP
La conferenza stampa prende una piega netta e imprevista: “Quale momento della carriera ricordate con maggiore affetto?” Fabio Fognini e Dominic Thiem non hanno dubbi: “La Laver Cup del 2019”. Il Fogna trasuda emozione vera: “Quando ho tentato di fare da coach a Rafa e Roger”. Eccola, la stoccata agli scettici della manifestazione fortemente voluta da Federer! Altro che esibizione: i giocatori la sentono tantissimo. Le domande poi passano al futuro dell’Academy, su cui Rafa punta molto a partire dall’espansione all’estero. Difficile dargli torto: la sua Academy è ormai di un brand riconosciuto, un progetto che funziona. La chiacchierata finisce col le riflessioni del campione spagnolo sul suo futuro: “Ho due bimbi piccoli e tutti i ragazzi da seguire qui. Non ho il tempo per lavorare con un giocatore come credo si debba fare quando si vogliono raggiungere traguardi importanti e credo che non lo avrò almeno per i prossimi 5 anni”.
NOSTALGIA CANAGLIA
Nel pomeriggio gli occhi sono tutti per l’esibizione, che non ha lesinato primizie come il rovescio bimane schiacciato di Safin (seppure non in salto come ai bei tempi…), i rovesci ad una mano di Gasquet e Thiem e soprattutto le palle carichissime di spin del mancino più vincente del mondo. Non importa se gli errori sono tanti e nonostante la forma degli otto in campo (i chili di troppo sono davvero pochini) sembri più un tennis da passeggio. La testa e il cuore tronano sempre sullo stesso punto: cosa non daremmo per vederli giocare ancora e ancora…
*foto ripresa da https://www.atptour.com/
