Dimentichiamoci la tattica esasperata e i ritmi compassati a cui siamo abituati, Bayern-Psg è stata il manifesto di un calcio che corre e non si guarda indietro, lasciandoci davanti alla domanda: ma in Italia, facciamo un altro sport?
A Monaco non abbiamo assistito ad una partita a scacchi, ma a una sfida giocata a velocità supersonica. I parigini hanno messo in mostra una maturità impressionante, riuscendo nell’impresa di concedere solo un gol, peraltro nel recupero su prodezza di Kane, ai bavaresi che viaggiavano a una media realizzativa mostruosa di 3 reti a partita. Merito di un assetto difensivo che Luis Enrique ha saputo rendere granitico senza mai rinunciare all’estetica, sfruttando le ripartenze micidiali dei suoi fuoriclasse, uno su tutti Khvicha Kvaratskhelia. Il georgiano, autore dell’assist per il vantaggio lampo di Dembélé, ha giocato una partita totale, combinando dribbling fulminei alla capacità di far respirare la squadra sotto la pressione del Bayern, in una prestazione che lo candida di fatto al Pallone d’oro.
Ma la vera lezione di modernità arrivata dall’Allianz Arena sta nella continuità del gioco. Il pallone non si è fermato mai. Mentre nel nostro campionato siamo ormai rassegnati a partite spezzettate da falli tattici, proteste ed interminabili attese al VAR, a Monaco si è giocato per oltre 65 minuti di tempo effettivo: un abisso rispetto ai 52-54 minuti medi della Serie A. In Champions la fluidità di gioco è sacra, e ogni interruzione è vissuta come un’interferenza che va limitata al minimo. A beneficiarne è certamente lo spettacolo, un aspetto sempre più significativo e del quale Psg e Bayern sono oggi, forse, i massimi ambasciatori.
Il campionato italiano, in questo senso, fatica ad emergere, e i numeri di questa stagione ne sono una testimonianza emblematica: sono ben 35 i pareggi per 0-0, sintomo di una paura di perdere che schiaccia sistematicamente la voglia di vincere. Il confronto con l’estero è impietoso: i pareggi a reti bianche sono più del doppio che in tutti gli altri campionati europei, fatta eccezione per la Premier (23), dove però l’intensità è di un altro pianeta.
Questa distanza, tuttavia, non si misura solo nei numeri, ma in una brutale verità di campo: per la prima volta dopo quarant’anni non ci sono italiane nelle semifinali delle coppe europee. Il divario con il resto d’Europa sta diventando incolmabile e l’Italia rimane prigioniera di un’idea che non solo non produce più risultati, ma ha smesso anche di divertire. La verità è che, nel calcio moderno di oggi, la miglior difesa è un attacco asfissiante, mentre noi rimaniamo ancorati al mito dell’1-0, un’ossessione tattica tutta italiana. In Europa vince chi ha il coraggio di preferire un 4-3 spettacolare a un 1-0 speculativo. In Serie A, il terrore di sbilanciarsi finisce per anestetizzare il talento, trasformando i calciatori in esecutori di compiti difensivi anziché in creatori di gioco: pensiamo che difendere a oltranza porti risultati, mentre la sfida dell’Allianz Arena ci ha ricordato che solo aggredendo tempi e spazi si entra davvero nel calcio d’élite.
