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Sport

Quando Nadia Comaneci scoprì che il suo 10 non fu il primo della storia

Da Gennaro Bozza 19/07/2026

Cinquanta anni dopo, si celebra l’impresa dell’atleta romena a Montreal 1976, quando ottenne il punteggio perfetto alle parallele asimmetriche, prima alle Olimpiadi, ma non in assoluto perché fu preceduta dalla polacca Vera Caslavska agli Europei 1967 ad Amsterdam. E lo venne a sapere da chi la intervistò durante i Mondiali 2017, proprio a Montreal. Ecco come andò.

Nadia Comaneci fu davvero la prima atleta della ginnastica artistica a ottenere un 10 per una sua prova? I 50 anni della sua impresa all’Olimpiade di Montreal, quando l’esercizio alle parallele asimmetriche fu premiato col massimo voto previsto allora dal regolamento, sono l’occasione per ricordare quel momento storico e celebrare ancora una volta questa grande campionessa. C’è però un particolare che merita di essere rivisto a proposito di quel 10 olimpico: fu il primo mai ottenuto ai Giochi, ma non il primo della storia in assoluto, perché questo primato spetta a un’altra fuoriclasse della ginnastica, la polacca Vera Caslavska, che prese due 10 agli Europei del 1967 ad Amsterdam: il primo nell’esercizio al corpo libero della finale Allround individuale, il secondo nella finale alla Trave. Ai Mondiali di ginnastica 2017, proprio a Montreal, riuscii a intervistare Nadia Comaneci e le dissi che prima di lei c’era stata Caslavska a prendere un 10. Lei non lo aveva mai saputo. Di qui un viaggio nel passato, fra ricordi ed emozioni. Ripropongo qui il pezzo che scrissi allora per la rivista della Federazione Ginnastica Italiana, nella speranza che possa servire a comprendere ancora di più la magia di questo sport e delle sue grandi campionesse.
MONTREAL 2017
Nadia Comaneci, lo sa che il suo 10 a Montreal 1976 fu il primo alle Olimpiadi, ma solo il terzo nella storia della ginnastica? La campionessa romena, leggenda dello sport, spalanca gli occhi per la sorpresa. “Davvero? Ne avevo ottenuto un altro io stessa a marzo di quell’anno, nell’American Cup, ma non sapevo di altri 10 prima dei miei”. Sono passati 41 anni dal primo esercizio “perfetto” di Nadia e 50 da quello di Vera Caslavska, la prima ginnasta a ottenere 10 in una gara internazionale, e i Mondiali a Montreal sono l’occasione per riaccendere emozioni e magie. Nadia Comaneci è il personaggio più celebrato di questi Campionati, le viene affidato il ruolo ufficiale di “Ambasciatrice dei Mondiali”, surclassa i protagonisti in gara, è osannata, stabilisce record galattici di foto, selfie e autografi, scherza con gli spettatori concedendo loro anche brevi e divertenti passaggi in pedana, viene intervistata continuamente su quel 10 olimpico ottenuto a Montreal, sia pure in un impianto diverso dallo stadio che, oggi con copertura totale, ospitava le cerimonie di apertura e chiusura e le gare di atletica di quell’Olimpiade. In più, in occasione di questa edizione dei Mondiali, un riconoscimento speciale per lei da parte delle autorità di Montreal: le viene intitolata una piazza del Parco Olimpico.
IL 10 UFFICIALE
Ma questa è anche l’occasione per andare al di là delle normali celebrazioni e cercare di scoprire episodi interessanti non solo della storia della Comaneci, ma della ginnastica in generale. Si parte naturalmente dall’Olimpiade del 1976 e da quel 10 ottenuto da Nadia alle parallele asimmetriche, per arrivare a inediti e divertenti risvolti, poco o mai raccontati prima. Cominciamo dalle dichiarazioni “normali”, che si ritrovano nei mezzi di informazione ogni volta che si parla di lei. “Di quell’Olimpiade ricordo che non partecipai alla cerimonia inaugurale perché la ginnastica era in programma all’inizio, quindi non potevo restare in piedi 6-7 ore il giorno prima di gareggiare. E comunque non avevo alcuna idea di cosa le Olimpiadi rappresentassero, sapevo soltanto che erano una importante competizione, con tantissime persone a guardarle. Poi scoprii il Villaggio olimpico, incontrati tanti atleti che fino a quel momento avevo visto solo in tv e mi sentii come un bimbo in un negozio di giocattoli”. Il disincanto di Nadia, in quell’Olimpiade, non cambia nemmeno quando ottiene il famoso 10. “Non pensai di aver fatto qualcosa fuori dell’ordinario. Capii di essere diventata famosa solo quando tornai in Romania e all’aeroporto c’erano 10.000 persone ad aspettarmi”.
IL 10 DIMENTICATO
E poi si passa a qualcosa di inedito, memorie e pensieri mai sollecitati dalle domande dei giornalisti che si fermano al 10 olimpico. A marzo del 1976, a New York, nel Madison Square Garden, si disputa la prima edizione dell’American Cup, gara Allround. Fra gli uomini vince lo statunitense Bart Conner, fra le donne Nadia Comaneci. Una coincidenza particolare, visto che, venti anni dopo, Nadia sposerà proprio Conner. La giovanissima romena, appena 14 anni, vince col punteggio totale di 39.750, frutto dei 9.90 al volteggio e alle parallele asimmetriche, del 9.95 alla trave e, infine, ultima prova in programma, del 10 al corpo libero, che precede di circa quattro mesi quello olimpico, ottenuto il 18 luglio alle parallele asimmetriche e seguito da altri sei 10 nella stessa Olimpiade. Nadia prova a spiegare perché la gente non conosce o ha dimenticato il suo primo 10, nell’American Cup. “Non se ne parla mai perché quella gara non era l’Olimpiade, ma quello fu davvero il mio primo 10. L’American Cup, anche se è una manifestazione internazionale, non ha la stessa visibilità delle Olimpiadi. In tv tutto il mondo guardava le gare di Montreal, perciò non si parla mai del 10 di New York”. Ma, dal punto di vista tecnico, come ci era arrivata? “Avevo introdotto maggiori difficoltà nell’esercizio al corpo libero, come il doppio all’indietro, che in quel momento era molto difficile per le donne. Penso che quello sia stato l’elemento decisivo per ottenere il 10, mi fu riconosciuto il coraggio di aver osato farlo”.
C’è anche un altro aspetto interessante del 10 a New York che viene rivelato per la prima volta dalla Comaneci. Molti ricordano che a Montreal il tabellone elettronico non era predisposto per un punteggio a 4 cifre, per cui il 10 apparve come 1.00 e questo suscitò sconcerto fra il pubblico, che non capì cosa stesse accadendo e rimase per qualche istante in silenzio. Ci volle l’annuncio ufficiale dello speaker per chiarire che Nadia aveva avuto 10, e in quel momento cominciò il tripudio. Fu lo stesso a New York? Anche lì, un’uguale esitazione nel capire cosa fosse davvero quel punteggio mai apparso prima? Nadia racconta: “L’applauso scattò immediatamente, a differenza di Montreal, perché il tabellone del punteggio era diverso. A Montreal c’era un punto dopo la prima cifra, per cui si poteva equivocare e pensare che il voto fosse 1, anziché 10. A New York, invece, anche se le cifre erano tre, non c’era il punto dopo la prima, per cui il voto apparve come 100 e la gente capì subito che era un 10”.
L’ERA DEI GIGANTI
La sua irruzione nel mondo olimpico, in quel 1976, è fragorosa e non è limitata allo sport, ma diventa un fenomeno di costume, con milioni di ammiratori, anche di chi non ha mai visto una gara di ginnastica fino a quel momento. Per gli esperti e gli appassionati, però, non è inaspettata. Tanto per capirsi, Comaneci l’anno prima ha vinto 4 ori e un argento individuali nei Campionati Europei a Skien, lasciando solo il titolo del corpo libero alla sovietica Kim. Come plurimedagliate nella storia degli Europei ha davanti, con 5 ori, solo Latynina (1957), Caslavska (1965 e 1967), Tourischeva (1971) e Boginskaya (1990), ed è alla pari con Janz (1969), Shushunova (1983) e Silivas (1987). Negli anni Settanta, inoltre, gli Europei in campo femminile corrispondono ai Mondiali, l’avvento della Cina negli anni Ottanta e degli Usa nei Novanta è ancora lontano. E Nadia, nel 1975, a soli 13 anni, si rivela come stella mondiale. Ma a Montreal, per il grande pubblico, arriva da sconosciuta. Lei non ne è sorpresa: “Gli addetti ai lavori e gli appassionati della ginnastica mi conoscevano già, ma il resto del mondo no. Tutti gli altri avrebbero avuto bisogno delle immagini televisive dall’Olimpiade in Canada per scoprirmi”. Già, la tv che ignora la ginnastica e se ne ricorda solo durante le Olimpiadi. Quattro anni prima di Montreal, ai Giochi di Monaco 1972, il boom della ginnastica in televisione, grazie ad atleti leggendari. Spettatori affascinati dalla squadra maschile giapponese che trionfa con 5 ori: concorso a squadre e individuale, sbarra, anelli e parallele, con podio tutto con la bandiera del Sol Levante per Allround, sbarra e parallele. Gli eroi hanno nomi entrati nella storia, qualcuno grazie anche a movimenti sanciti ufficialmente con i loro nomi: Sawao Kato, Mitsuo Tsukahara, Shigeru Kasamatsu, Eizo Kenmotsu, Akinori Nakayama, Teruichi Okamura. Ma l’emozione più grande arriva da una 17enne sovietica, Olga Korbut, alla trave. A un certo punto del suo esercizio si ferma, rimane in piedi per qualche secondo più del previsto e gli spettatori restano in silenzio, affascinati da quell’immobilità. Poi, all’improvviso, da ferma, Korbut fa un salto mortale all’indietro e ricade in piedi sulla trave. E’ la prima atleta nella storia a farlo. Il pubblico esplode, un boato anche se l’esercizio non è ancora finito. Korbut vince 3 ori, diventa una delle immagini più popolari di quei tragici Giochi (caratterizzati dal massacro degli atleti israeliani uccisi da un commando di Settembre Nero) e fa capire, ancora oggi, di quali giganti fosse popolata la ginnastica di quel decennio.
IL 10 SCONOSCIUTO
Ancor più di rilievo, quindi, la figura di Nadia Comaneci, che riesce a cancellare la memoria di quelle imprese del 1972 per imporsi come personaggio persino più carismatico. E i segnali che arrivano dall’American Cup ne sono il preludio. Per lei stessa, infatti, il 10 olimpico non è qualcosa di non previsto, proprio perché lo ha già ottenuto. “Imprevisto no, ma nemmeno si può dire che fosse scontato ripeterlo. L’American Cup non è l’Olimpiade. Ai Giochi, i giudici sono diversi, provenienti da più nazioni e, in generale, più severi rispetto a una competizione internazionale sì, ma alla prima edizione, come lo fu l’American Cup nel 1976. Infine, è comunque difficile ripetere l’esercizio perfetto, indipendentemente dal tipo di gara e dai giudici. Però ci riuscii”. E ci riesce per 7 volte in totale in quei Giochi, diventando l’icona del “10” e ignorando, fino a oggi, che c’era stata un’altra campionessa a precederla, la polacca Vera Caslavska, agli Europei 1967 ad Amsterdam. E lo fa, paradossalmente, nella stessa sequenza della Comaneci all’American Cup. Caslavska, infatti, prende il primo 10 della storia della ginnastica nell’esercizio al corpo libero della finale Allround individuale, proprio come Nadia, 9 anni dopo, nel corpo libero dell’Allround dell’American Cup. Caslavska, in quegli stessi Europei, prende poi un altro 10 nella finale alla Trave. Ma sono anni in cui gare come Europei e Mondiali sono ignorate dalla tv, Caslavska diventa famosa solo nel 1968, ai Giochi di Città del Messico, quando finalmente tutto il mondo può vederla. Tutto il mondo tranne Nadia Comaneci, che spiega il perché: “Non ho mai visto Caslavska gareggiare. L’ho conosciuta molti anni dopo, quando ci incontrammo in occasione di una cerimonia della Hall of Fame. A quei tempi, non era facile in Romania guardare la tv. E quando cominciai a gareggiare, da piccolissima, potevo vedere qualcosa in tv solo un paio di ore al giorno”. Poi chiede: “Ma in che gara Caslavska prese 10?”. Glielo diciamo che fu agli Europei 1967. E lei: “Avevo 6 anni e nemmeno facevo ginnastica. Cominciai proprio in quell’anno e non avevo idea di gare come Europei e Mondiali. E dopo non ho mai avuto modo di sapere che Caslavska aveva ottenuto quei risultati”.
Tutto questo, naturalmente, niente toglie alla sua grandezza, perché il primo 10 olimpico resta una delle principali pietre miliari non solo della ginnastica, ma in assoluto di tutto lo sport. Le dimostrazioni di amore che Nadia ha ricevuto a Montreal, 41 anni dopo la sua impresa, ne sono testimonianza. Lei ricambia con parole che sono al tempo stesso un insegnamento e una spinta a creare nuove magie. “Ci vuole tanto tempo per realizzare i propri sogni, bisogna avere tanta passione ed essere pazienti, lavorare duramente ogni giorno. Ma quando finalmente si riesce a compiere l’esercizio perfetto si apprezza ogni momento della strada percorsa per arrivare fin lì e quella diventa la gioia più grande”. Parola di una ragazza che ha raggiunto la perfezione.
Gennaro Bozza (In foto il nostro Direttore con la Comaneci)
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Nota sull’autore: Gennaro Bozza

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